Afghan Whigs – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

afghanwhigs.jpg

Afghan Whigs su Spotify

Le migliori canzoni degli Afghan Whigs

Gli Afghan Whigs sono una delle formazioni di Punk/Rock che hanno ripreso la lezione di Husker Du e Replacements, innestandola sovente su ballate elettriche e viscerali. Nella loro carriera, poi, la formazione ha inserito gradualmente elementi Soul ed elettricità Grunge abbandonando l’impatto Punk/Rock, creando un personale connubio fra aggressività ed emotività sostanzialmente unico.

Gli Afghan Whigs sono collateralmente una formazione Grunge, ma in fondo rappresentano la musica carismatica di Greg Dulli e l’opera di una formazione che, pur incapace di capolavori rivoluzionari, ha mantenuto sempre la capacità di distinguersi dagli eserciti di formazioni fotocopia degli anni ’90.

Big Top Halloween (1988) sembra una versione più pacata del Rock’n’Roll acrobatico dei Replacements, ma è ugualmente urlato ed espressivo. Oltre al Punk si sentono le chitarre sferraglianti e gli assoli scoppiettanti dell’Hard-Rock in questa musica ed un po’ delle ballate elettriche di Neil Young. In My Town, Push (che sembra una versione più Hard-Rock dei Dire Straits) e soprattutto l’inno febbrile della title-track distribuiscono emozioni e cariche dinamitarde in tutta l’opera. Sammy è una delle ballate più disperate di fine anni ’80, una tragedia emotiva che farebbe invidia agli epigoni che verranno del Grunge. La vena Soul di But Listen mostra i loro debiti verso la musica degli shouter bianchi.

La volta arriva con la firma per la Sub Pop, famosa all’epoca per il movimento Grunge. Up In It (1990) attenua le scorribande Rock’n’Roll (seppure White Trash Party è un piccolo capolavoro, un Punk/Funk con una potenza spaventosa che farebbe impallidire i Red Hot Chili Peppers) e lavora su ballate assordanti e malate come Retarded, altro picco di disperazione, e sul vortice di chitarre taglienti di Hated. Amphetamines And Coffee si muove su pulsioni animalesche, canto viscerale, fendenti di chitarra in un ballo scatenato e disperato che farebbe invidia ai più virulenti Mudhoney. La ballata amorosa viene disintegrata dalle distorsioni di You My Flower, altra grande panoramica emotiva per un Rock à la Neil Young intriso di nevrosi. Il momento più commovente rimane I Know Your Little Secret, degna dei migliori Built To Spill che verranno e capace di unire eclettismo, nervosismo, poeticità, delicatezza e graffiante aggressività: è uno dei manifesti del modus operandi del Grunge, ma si tratta di un Grunge molto personale, sconquassante e violento, ma soprattutto fragile ed intimo nel suo strabordante pathos emotivo; si tratta del Grunge che Neil Young ha, per così dire, patrocinato, che gira attorno alla forma della ballata opportunamente deformata. I Am The Sticks mostra ancora una volta come la loro più personale declinazione musicale sia una confessione intimista falcidiata dal fuoco del Punk e dell’Hard Rock.

Congregation (1991) è ormai in pieno Grunge, ma non brilla come le opere precedenti. Turn On The Water è una confessione sofferta ed elettrica, uno dei primi momenti in cui diventa palese l’nfluenza dell’R’n’B storico sulla loro musica. È uno degli snodi fondamentali della discografia, quello che allontana la formazione dal resto delle formazioni Sub Pop. In This Is My Confession la furia di un tempo si trasforma in una visione psichedelica, anche questa di chiara ispirazione anni 60 e 70. Rispetto alla commistione di dolcezza, fragilità, rabbia, aggressività e decibel del passato, questi numeri sono tutti spinti a creare un nuovo amalgama stilistico, qua ancora incompiuto. The Temple, rievoca le sensazioni di sofferenza e di poeticità del passato in una nuova forma, un refrain nevrotico blaterato, un clima teso ed una seconda parte da ballata romantica strattonata da violenze Punk. Let Me Lie To You, l’eccezione dell’album, è una ballata Soul falcidiata da urla straziate, una soffice melodia che si increspa su grumi emozionali in una decadente confessione di fragilità: in questo brano la band dimostra di aver compiuto il proprio cambiamento, verso un Hard Rock che dialoghi con il Punk e il Soul.

L’Ep Uptown Avondale (1992) fotografa con ancora più chiarezza la mutazione: quattro cover di classici Stax/Motown, reinterpretati con elettrica intensità da una band di rockers con il cuore che sussulta per il Soul e l’R’n’B.

Gentlemen (1993), che esce per Elektra invece che per la piccola Sub Pop, è il momento più maturo del loro sofferente Rock con sfumature Soul, quel mix di elettricità e sofferenza romantica e nevrotica che ha fatto grandi molte composizioni dei primi album. Proprio il Soul, che già penetrava in molti brani del passato, è l’elemento più accattivante, soprattutto se inserito in arrangiamenti molto più curati della media delle Rock band coeve, che comprendono pianoforte, violoncello e mellotron. Si tratta di un album che affina e propone in modo elegante e curato la loro toccante confessione di disagio emotivo. Greg Dulli, voce e leader della band, raccoglie una serie di diapositive desolanti su una vita di disillusioni, soprattutto gravitando attorno alle tematiche amorose. Gli echi rumorosi e psichedelici di If I Were Going aprono con una struggente dichiarazione d’intenti: è l’album più toccante della carriera e uno dei più commoventi del periodo. La potenza Heavy Metal e l’influenza Funk della title-track nascondono ancora la travagliata elettricità di Neil Young, un’esondazione emotiva inarrestabile.

Il sospiro Soul descrive la fragilità in Be Sweet mentre la toccante ballata con sfumature psichedeliche di When We Two Parted lascia la violenza Rock sullo sfondo. La disperazione nevrotica di Fountain And Fairfax, a ritmo di tribalismi febbricitanti, potrebbe essere il loro capolavoro. La discreta musica malinconica che decora My Curse (cantata da Marcy Mays degli Scrawl) contrasta con la cannonata rabbiosa di Now You Know.

In chiusura il barocco canto funebre, tutto strumentale, di Brother Woodrow, una preghiera sconsolata che asfissia ed ammalia nel suo dipingere una cupidigia impenetrabile. Con Gentlemen gli Afghan Whigs hanno scritto la loro opera più personale, ricca di declinazioni diverse di un nuovo modo di fondere Rock duro e Soul, musica bianca urbana con musica nera intimista.

Black Love (1996) risulta invece molto più zoppicante. Si tratta di un Grunge/Pop molto meno Soul, meno toccante e meno personale, seppure ugualmente straziante in quanto ad emotività. Sono ugualmente confessioni, ma sembra di ascoltare gli scarti dell’album precedente. L’apertura con i sei minuti di Crime Scene Part One sembrano dimostrare che Dulli ha perso il dono della sintesi e le successive Bulletproof e Faded lo confermano. Il sanguigno Blues-Hard-Rock di My Enemy e la ballata Pink Floyd-iana di Step Into The Light sono esempi rappresentativi di un album che con un po’ di Soul, un po’ di Grunge e un po’ di Hard & Heavy sembra aggiungere poco a quanto già ascoltato su Gentlemen. Le ballate sono fra i punti dolenti: l’elettrificata Summer’s Kiss innerva i lamenti di forza chitarristica.  Dulli è qua all’apice della sua depressione, ormai ossessionato dai temi più cupi e tristi.

1965 (1998) abbandona anche la fusione Rock/Soul, virando verso un Funk/Rock simile a certi Smashing Pumpkins di Adore, venato di R’n’B, di ballabilità ottantiana, di malinconia e di Jazz. L’arrangiamento retrò di Somethin’ Hot è buono per ballare in pista, più che per indulgere nell’autoflagellazione. La pigra Crazy è ben lontana dalla nevrosi di un tempo, 66 potrebbe essere una fantasia ritmica di Prince mentre Citi Soleil sarebbe credibile hit internazionale, con la sua linea vocale orecchiabile. Sono brani articolati, che sfruttano vari stili con risultati accattivanti, anche se poco innovativi. Più solare degli album precedenti, si senta l’estasi di fiati di John The Baptist,  1965 è malinconico ma speranzoso, e non disdegna echi Jazz come in Omerta che ne aumentano l’eleganza ed il carisma. Caleidoscopico e curato, si tratta di un epitaffio curioso per una formazione che, negli anni, ha saputo partire dal Punk e attraversare Grunge, Heavy Metal, Hard Rock, Soul, Funk e Pop, prima di giungere ad una raffinata forma di revival.

Pochi gruppi, nella loro carriera, possono vantare una simile evoluzione artistica, un continuo modificarsi che ha reso la loro carriera una delle più peculiari fra le band rock degli anni 90.

Nel 2001 un comunicato stampa rende pubblica la fine della carriera, quantomeno momentaneamente. Solo nel 2006 la band si riforma e pubblica poco dopo Unbreakable: A Retrospective 1990–2006 (2007), una raccolta celebrativa che riassume efficacemente la carriera. Ma il gruppo rimane separato e si deve aspettare il 2012 per rivederli su un palco e solo nel 2014 arriva il nuovo album, Do To The Beast. Ottimo per chi era in crisi di astinenza, l’album non sorprende e soffre tutti gli anni intercorsi da 1965. Ogni tanto sembra davvero di essere entrati nella macchina del tempo (The Lottery), anche quando compare una cassa dritta anni 90 (Can Rova). The Sticks merita un posto fra le più tormentate ballate della carriera.

Nel maggio 2017 la band pubblica l’ottavo album, In Spades.


Discografia

Big Top Halloween 1988 8
Up In It 1990 8
Congregation 1991 7
Uptown Avondale 1992 7
❤ Gentlemen 1993 9
Black Love 1996 6,5
1965 1998 7,5
Unbreakable: A Retrospective 1990–2006 2007 8
Do To The Beast 2012 6

Le migliori canzoni degli Afghan Whigs

Annunci

Un pensiero su “Afghan Whigs – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...