AFI – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni degli AFI

Gli AFI (A Fire Inside) sono una formazione statunitense di Hardcore melodico, sulla falsariga di molti altri gruppi degli anni 90, con una componente emotiva che diventerà sempre più prepotente. Nati in California nel 1991, sono inizialmente un trio formato da Davey Havok (voce), Mark Stopholese (chitarra) e Vic Chalker (basso). Diventano un quartetto con Adam Carson alla batteria, poi Chalker è sostituito da Geoff Kresge. Nelle loro prime incarnazioni l’acronimo AFI stava per “asking for it” e “anthems of insubordinates”. Solo nel 1993 la questione inizia a farsi seria, con i vari membri che suonano a tempo pieno nella band.

La struttura delle canzoni dei primi due album è praticamente la stessa per ogni brano: due minuti scarsi di up-tempo fra declamazioni della voce, chitarre rapide ed aggressive, batteria che batte imperterrita, substrato melodico e ritornelli semplici ed orecchiabili. Answer That And Stay Fashionable (1995) e Very Proud Of Ya (1996) hanno solo il difetto che non contengono alcuna canzone memorabile, e che, oltre all’attitudine da Hardcore-Punk rimane poco altro. Produttore dell’esordio è Tim Armstrong (Rancid). Nonostante non fosse nulla di particolarmente originale, il sound della band riscuote un discreto successo. Il bassista Kresge è sotituito da Hunter Burgan e la band può iniziare il suo periodo maggiore.

Shut Your Mouth And Open Your Eyes (1997) aumenta di molto la forza emotiva delle loro canzoni, aggiungendo spessore agli arrangiamenti, prima scarni ed essenziali, ed esasperando la disperazione e l’agitazione dei testi e delle dinamiche delle canzoni: le melodie sono più evidenti, il cantato meno declamatorio e più commosso, piegato alle emozioni. Triple Zero, Three Reasons, Third Reason e Salt For Your Wounds dimostrano un’evoluzione rispetto ai primi due album, con brani più elaborati che dialogano anche con l’estetica dell’Horror-Punk.

Black Sails in the Sunset (1999) coglie i frutti di questo cambiamento, con una musica più drammatica e cupa, chitarre più fragorose ed un sostanziale avvicinamento all’Hardcore sbilenco del Post-Core. Alla foga degli esordi si fonde un senso di melodramma e tragedia, le melodie sfiorano il gotico, le chitarre scavano in sottofondo delle caverne buie che ombreggiano i brani. Prophyria è uno dei loro due vertici, un assalto sferragliante, una epica cavalcata, con break centrali, mid tempo per riff tellurici, finale a rotta di collo. Strength Through Wounding è il manifesto di questo Hardcore gotico e spettrale, per rintocchi a morte come se si trattasse dei Black Sabbath. È come se i Bad Religion avessero incontrato i Misfits. Malleus Maleficarum e The Prayer Position dimostrano anche come le strutture si sforzino di variare e mutare, alla ricerca di complessità maggiori. La ballata Emo-Core era prevedibile, e concretizzata dall’accorata Clove Smoke Catharsis. God Called In Sick Today è il secondo ed ultimo vertice dell’album, un Post-Core per dinamite pronta ad esplodere, una malinconica serie di crescendo che si risolve nel refrain per sferragliate di chitarra, una pioggia tragica di cori lacrimevoli su cui si muove la melodia.

Gli AFI saranno incapaci di replicare con Art Of Drowning (2000), che oltre all’Horror-Punk integra anche elementi di Rock “alternativo”. Al posto di Stopholese è subentrato Jade Puget. Le canzoni sono spesso più lente e pensose, depresse come The Lost Souls, Ever And A Day e 6 to 8. In alcuni casi si alternano momenti veloci ad altri riflessivi (A Story At Three, il singolo The Days Of The Phoenix), con Morningstar che cerca di replicare God Called Sick Today. Troppo spesso però si tratta di mitragliate come quelle dei primi album, appena più elaborate.

Sing The Sorrow (2003) prosegue ma nonostante gli arrangiamenti continuino a mantenere lo spessore di Black Sails In The Sunset, mancano brani memorabili e ci sono troppi riempitivi. Aperto con pomposità degna dei Queen o dei Muse, è il loro album più elegante e barocco, dove l’energia Hardcore-Punk è convogliata in malinconiche, tormentate ballate elettriche come The Leaving Song Pt. II, Silver And Cold e The Great Disappointment.

The Leaving Song e This Time Imperfect scadono invece nel patetico. Questo nuovo stile ricercato va a scapito dei brani più movimentati, che appaiono sedati (per es. Girl’s Not Grey).

Solo saltuariamente si riscopre la giovanile impulsività di un tempo, anche perché ora la band sembra aver imparato a suonare (Dancing Through Sunday, Paper Airplanes). Le eccezioni: la schizofrenica Death Of Seasons, che incastra un ritornello innocuo fra urla Emo-core ed elaborate figure chitarristiche, chiudendosi in inquietanti echi; il lungo crescendo di But Home Is Nowhere, che a stento controlla la propria energia, fra urla disperate e cori armonizzanti, regalando un loro gioiello gotico. Si tratta quantomeno di un traguardo formale, non a caso guadagna plausi dalla critica. Gli ascoltatori più attenti potranno dedurre dall’ascolto che è il primo album pubblicato per una major.

Decemberunderground (2006) si presenta come un mix fra spinte dovute soprattutto a sguaiate urla e un’anima Rock barocca, melodica e malinconica poco originale (Miss Murder, Summer Shudder, Medicate).

Rimasta poco dell’incisività dei momenti migliori, le composizioni sembrano copie sbiadite di certi pomposi e pensosi Green Day, in alcuni casi più aggressive (Affliction) e stilisticamente meno allergiche a contaminazioni con l’elettronica (Love Like Winter, 37mm).

Crash Love (2009) completa il passaggio ad un Rock con poco e niente Hardcore (Beautiful Thieves; una End Trasmission degna dei Placebo; Veronica Sawyer Smokes che farebbe considerare aggressivi i Blink 182). Il risultato è più melodrammatico che aggressivo, più malinconico che gotico. Sono queste le versioni giocattolo delle esplosive cariche di dinamite degli album migliori, dove anche il canto ruggente è ormai stato abbandonato in favore dell’ennesima variazione sullo standard Rock, il modello che impazza dai tempi del Grunge.

Burials (2013) cerca di riportare in primo piano l’anima gotica, suonando come un compromesso senza grandi sorprese, che non conserva né il fuoco passionale né la ricercatezza formale. AFI (2017) non solo deve fronteggiare il tempo che spietatamente passa, rendendo sempre più obsoleta la loro musica, ma non contiene idee particolarmente creative. Sono, Burial e AFI, due album che non proseguono neanche i tentativi di contaminazione di Decemberundergound e Crash Love, riducendo a zero le possibilità di sorprese.


Discografia

Answer That And Stay Fashionable 1995 6
Very Proud Of Ya 1996 5,5
Shut Your Mouth And Open Your Eyes 1997 6,5
Black Sails In The Sunset 1999 7,5
Art of Drowning 2000 6
Sing The Sorrow 2003 7
Decemberunderground 2006 6
Crash Love 2009 5,5
Burials 2013  <5
AFI 2017  <5

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