Add N To (X) – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Add N To X su Spotify

L’Inghilterra è negli anni ’90 è il posto più interessante del mondo per quanto riguarda la musica Elettronica: prima il rave, poi tutto quello che dai rave ha germogliato anche in tutto il primo decennio del millennio successivo. Gli Acc N To (X) sono un trio formato da Andrew Aveling, Barry Smith (aka Barry 7) e Ann Shenton che, pur in quel contesto pieno di artisti visionari, riesce ancora oggi a suonare unico. Dal 1997 troviamo Steven Claydon a completare il trio, al posto di Andrew Aveling che lascerà dopo l’esordio Vero Electronics (1996). Non proprio un esordio che passa inosservato, anche se rimane il loro album più monotono e acerbo. Quello che colpisce, dai primi minuti, è un’estetica sci-fi che usa sintetizzatori vecchio stampo e drum machine anni ’80, mischiando la trascinante carica della Techno con lo spirito del Kraut-Rock, più Neu che Kraftwerk. Suoni che ricordano le manopole degli anni ’70, i viaggi spaziali e il cinema incentrato su alieni e viaggi spaziali. Un tuffo nel passato, con poche concessioni al ballabile e molte al robotico, androide e meccanico.

È il secondo album, però, a fare davvero la differenza. On the Wires of Our Nerves (1998) è un congegno con i meccanismi impazziti, con macchine ritmiche che si prestano ai più improbabili numeri per scoprire nuovi timbri, cupi e possenti, dotati di una fisicità travolgente. Il suono, da alieno, si è ora tinto anche di una tensione da thriller, di un mistero da horror e di una vitalità da film d’azione. We Are Add N To X parte in un frastuono di pigolii e vocoder fantascientifico mentre Murmur One sorregge vibranti synths e voci aliene che intervengono casualmente. Musica che proviene dal futuro immaginato negli anni ’50 e ’60, il futuro che l’umanità ha perduto. Si sentano le melodie tetre di Gentle Germans o del riff ruvido di The Black Regent, affogato in un mare di effetti e riverberi, ricoperto di elettronica fino quasi a scomparire e diventare elemento di contorno: è spettacolare e spaventoso. La vena Noise e le accelerazione alla Neu di Planet Munich portano alla cacofonia. Orgy Of Bobastus è una curiosa rilettura della New Wave mentre si ritorna al mondo alieno con Grey Body Green Gun, un brano che sembra creato senza alcun sentimento umano, come il futurismo dei Devo portato alle estreme conseguenze: base ripetitiva e vocalizzi dementi. La title track si spinge in un’orchestra di tastiere per suoni smussati, pulsazioni e melodie ballabili, sempre attorniate da sibili sottili ed inquietanti.

Nonostante il titolo, Avant Hard (1999) non spinge sui suoni più violenti e sulle strutture più aggressive, allargando le composizioni a soluzioni più elaborate ed eterogenee. Numeri demenziali come Barry 7’s Contraption si affiancano ai turbini sonori di Robot New York, ossessiva e vibrante, e al balletto meccanico inquietante di Steve’s Going To Teach Himself. Il capolavoro, quantomeno sul versante “avant hard” dell’Elettronica, è FYUZ, con vocalizzi femminili Jazz e chitarre taglienti, oltre ad una nutrita sezione percussiva che richiama alla mente le locomotive dei Neu. Una versione più soffusa di queste idee è proposta in Oh Yeah Oh No, come se la band avesse riletto i Portishead.  Avant Hard è anche un album più Rock, rispetto ai precedenti, anche se è un Rock filtrato dai sensori di un robot, come ben dimostrano Buckminster Fueller e la trascinante Metal Fingers In My Body, promossa tramite un video a luci rosse (che trovate qua ma che evito di postare per rischio ban). Persino il Prog-Rock è rievocato in Revenge Of The Black Regent, con un canto operistico e una marcetta militare in sottofondo. L’esperimento più stravagante è Ann’s Everyday Equestrian, con musica da film, trotterellare di cavalli con nitriti annessi, il tutto accoppiato a un theremin sibilante.

Se il primo album è stato un acerbo manifesto e il secondo è il più severo e programmatico della discografia, il terzo funge da estensione della formula in ogni direzione e il quarto album, Add Insult To Injury (2000), si impegna a smussare le stravaganze verso uno stile più canonico e decisamente Rock. Non è una cosa così scontata, per una band che all’inizio doveva più ai Tangerine Dream che ai Led Zeppelin. Un motivetto demenziale, per cui richiamano sempre i Devo, come Adding N To X e ci si butta nell’avant hard di Brothel Charge e nel Blues futuristico di You Must Create, nel Pop-Rock per tastiere distorte di King Of Shades e nel passo saltellante pub-song Monster Bobby: la band può ormai adattare la propria estetica robotica e fanciullesca a molti modelli musicali differenti. Fra AirDaft Punk e Kraftwerk troviamo Plug Me In mentre in quota Hard-Psych c’è Mdmh (Miami Dust Mite Harvest): sono tanto eterogenei da apparire dispersivi. Inoltre, nel loro girovagare, finiscono per impiegare male il tempo: persi nella bambagia di B.P.Perino o intorpiditi come nei 10 minuti di The Regent Is Dead, rischiando di diventare compositori di musica da sottofondo.

Chiude la carriera Loud Like Nature (2002), il meno interessante dei loro album, molto meno eccentrico. La loro varietà di stili è sempre imponente, così ci si ritrova fare un viaggio fra l’orecchiabilità Pop di Total All Out Of Water, il surreale Punk elettronico di Electric Village, la demenza di Sheez Mine, l’Hip Hop di Invasion Of Da Polaroid People. Il brano da conservare? Take Me To Your Leader, filastrocca difficile da dimenticare fatta di voci stravolte dall’elettronica.

Dopo quest’album la formazione si scioglie, con i singoli membri che si dedicano ad altri progetti: Barry Smith ha un negozio di dischi e un’etichetta discografica, la Horseglue Records; Ann Shenton ha fondato i Large Number e un’etichetta discografica, la White Lable Records; Aveling suona nei Littl’ans; Steven Claydon è diventato un artista capace di guadagnarsi un posto alla Tate di Londra.


Discografia:

Vero Electronics 1996 6,5
On The Wires Of Our Nerves 1998 8
Avant Hard 1999 8
Add Insulty To Injury 2000 7
Loud Like Nature 2002 6,5

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