AC/DC – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Le migliori canzoni degli AC/DC

Chi l’avrebbe mai detto che il Rock, prodotto statunitense per eccellenza e inglese d’adozione avrebbe trovato nella terra dei canguri una delle sue band simbolo? Nessuno, probabilmente, ma i fratelli Young sono là a dimostrare che l’impossibile, o quantomeno l’improbabile, a volte diventa realtà.

Gli AC/DC sono la quintessenza dell’Hard Rock. Hanno creato un modello che pesca a piene mani dalle radici Blues, portando ogni elemento all’eccesso. Le chitarre sono distorte (sia la ritmica che la solista), i riff sono epidermici e semplici, la voce acuta ed esaltata canta una vita di eccessi e di bravate. È il massimo della vita Rock’n’Roll, l’adesione totale a un’esistenza di scorribande, ubriacature e sesso occasionale, perpetrato con un uso ripetuto e insistito di medesime strutture per sortire i medesimi effetti: il riff granitico che combatte con la voce stridula e graffiante, il coro che rende orecchiabile e coinvolgente il refrain trasformando la canzone in inno, l’incedere energico e combattivo della sessione ritmica, gli assoli taglienti che sublimano la tensione del brano in pirotecnici finali. Questi australiani hanno la capacità di rimanere fermi e estranei agli stravolgimenti del Rock che accadono attorno a loro, continuando con passione e dedizione totali a perfezionare, virtualmente, sempre la stessa canzone. Si potrebbe pensare che gli AC/DC abbiano come unico obiettivo quello di creare la canzone Rock più Rock possibile e che non abbiano mai provato a mai proveranno in futuro a fare altro.

Malcolm e Angus Young, poi, non sono al 100% australiani: nascono a Glasgow, in Scozia, e si trasferiscono a Sidney già grandicelli. Insieme a loro c’è anche un terzo fratello, destinato a rimanere nell’ombra, George. Proprio lui è il primo chitarrista della famiglia e anche il primo musicista di successo, con gli Easybeats, una band degli anni ’60 che quasi nessuno conosce fuori dall’Australia. Malcolm non è da meno e si unisce ai Velvet Underground, una formazione che non ha niente a che fare con quella leggendaria dove cantava Lou Reed. Il fratello più grande, Alexander, è invece rimasto nel paese natale e, anche lui, sviluppa una certa passione per la musica.

Malcolm e Angus si fanno consigliare dalla sorella Margaret per dare un nome a una band tutta nuova: lei trova l’idea vincente su una macchina da cucire che riporta la sigla AC/DC, corrente alternata/corrente continua. L’idea dell’elettricità, la potenza e l’immediatezza dell’associazione fra la musica viscerale della formazione e il nome conquistano da subito i due fratelli. Manca giusto un tocco in più: a dividere le quattro lettere una saetta, simbolo di energia strabordante e incontrollabile.

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Nel 1973 la formazione è composta da Malcolm e Angus, ovviamente, più un bassista, un batterista e il primo cantante della band, Dave Evans. Non bastasse il nome e la saetta, Angus Young aumenta i carisma della band decidendo di esibirsi con una uniforme scolastica che sarebbe diventata un marchio di fabbrica per i successivi decenni di carriera. Nel 1974 la band riesce davvero ad avvicinarsi ai Velvet Underground, facendo da supporto a un tour di Lou Reed: una coincidenza non da poco per Malcolm Young. Dopo alcune vicissitudini, la band si allontana dall’immagine Glam Rock dei primi tempi, allontana Evans dal microfono e si trasferisce a Melbourne, dove l’Hard Rock diventa una sorta di base operativa.

Il nuovo cantante è Ronald Belford “Bon” Scott, anche lui nato in Scozia. Sono finalmente pronti per il primo album, High Voltage (1975), pubblicato solo in Australia. Il loro Blues/Rock incendiario è  ancora acerbo ma quando riescono a graffiare davvero, la loro energia è possente, in pieno Hard Rock. Solo un brano è degno dei classici futuri: She’s Got Balls (curiosamente dedicata alla ex-moglie di Scott). A Dicembre 1975 la band pubblica uno dei loro inni più inossidabili, It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock ‘n’ Roll), canzone simbolo di Bon Scott caratterizzata da uno stravagante call and response fra chitarra e cornamuse. La canzone narra l’epopea di chi vuole diventare famoso facendo rock’n’roll, superando ogni tipo di sfortuna, imprevisto e tiro mancino.

Stilisticamente, è uno dei momenti fondamentali della carriera: il riff in primo piano, la ritmica quadrata e lineare, il canto acuto e urlatissimo, l’interazione fra le chitarre dei fratelli Malcolm (ritmica) e Angus (solista) sono tutti elementi che diverranno prima riferimenti imprescindibili e poi, nel corso dei decenni, cliché ritriti.

T.N.T. (1975), pubblicato solo in Australia e Nuova Zelanda, raffinò la formula dell’esordio ed aggiunse alcuni brani che sono degni del loro repertorio migliore. C’è, ovviamente, It’s A Long Way To the Top (If You Wanna Rock ‘N’ Roll), la cui energia trascinante è bissata dalla title-track, un indemoniato Blues/Rock infernale.

Rocker accelera in un vortice di schitarrate e sincopi vocali. I brani meno efferati, come The Jack e Live Wire, sono quelli meno originali. A chiudere un tributo, meritato, a Chuck Berry, con School Days.

Sono gli anni nel Punk e l’approdo nella platea internazionale non è dei più facili. Gli AC/DC arrivano a fare Rock, o meglio una fusione di Blues e Hard Rock, dopo un lustro abbondante in cui questo stile è stato proposto in mille varianti differenti, dai Deep Purple ai Led Zeppelin. La nuova ondata Punk, che ritorna alle origini epidermiche e giovanilistiche della musica Rock, li fa sembrare una band conservatrice e attaccata al passato, nonostante la giovane età. In qualche modo la band trova uno spazio e riesce a pubblicare una compilation, High Voltage (1976), che raccoglie i brani migliori dei primi due album e che verrà distribuita, a differenza dell’esordio, in tutto il mondo. Si tratta di una selezione che estrae solo due brani dall’esordio, fin troppo acerbo. È un ottimo biglietto da visita, la sintesi del periodo formativo della band. Diventa un caso discografico, vendendo oltre 3 milioni di copie nei soli Stati Uniti. Rolling Stones etichetta l’album come uno dei punti più bassi della storia dell’Hard Rock, per motivi simili a quelli che renderanno riconoscibile il loro stile, in primis il cantato esasperato e urlato di Bon Scott.

Dirty Deeds Done Dirt Cheap (1976), pubblicato solo nel 1981 negli Stati Uniti, aumenta l’efferatezza della loro musica. L’apertura con la title-track vede Bon Scott alla voce e Malcolm ed Angus Young alle chitarre proporre un boogie sfrenato e demoniaco, dai toni mefistofelici e cupi, rabbioso e frenetico, supportato da riff elementari ed efficaci. Problem Child, la partenza più pacata ed il finale più incalzante di Ain’t No Fun (Waiting Round to Be a Millionaire) sono gli altri brani meritevoli. In luogo di tanta immediatezza, la band non può che finire per imitare da vicino i classici del Blues/Rock e molti episodi si dimostrano banali (Loev At First Feel, Big Balls, There’s Gonna Be Some Rockin, Ride On) o pretestuosamente votati alla spettacolarizzazione come Squealer, uno show personale di Angus Young. Nonostante la band stesse affinando il proprio stile, il tour europeo si rivela deludente.

Nel 1977, tornati in Gran Bretagna, gli AC/DC vanno in tour con i Black Sabbath di Ozzy Osbourne, destinato a diventare un ottimo amico e sostenitore della band. Anche negli Stati Uniti riescono ad affiancarsi ad alcune delle formazioni più importanti del mondo Hard & Heavy, condividendo il palco con Aerosmith, Kiss e Blue Oyster Cult. Let There Be Rock (1977) raffina ulteriormente il suono e regala due brani come la title-track e Hell Ain’t A Bad Place To Be. Il loro Blues è sempre più sguaiato e violento, la chitarra di Angus è sempre più affilata, il canto di Scott sempre più sguaiato: sembrano degli invasati appassionati delle band che fondarono l’Hard Rock. Bad Boy Boogie si confonde nel bene e nel male con i brani rabbiosi degli album precedenti ma Whole Lotta Roise giunge a nuove vette di potenza e ruvidezza, uno scalmanato Rock’n’Roll a rotta di collo.

Nella loro traiettoria ascendente verso l’Olimpo del Rock, Powerage (1978) suona come un passaggio a vuoto, giustificato solo dal ritmo indiavolato con cui la formazione sforna nuovi album. L’opera si muove sulle medesime coordinate degli album precedenti e regala l’eccesso di Riff Raff, uno dei loro capolavori, e cannonate come Kicked In The Teeth e Sin City. In tutto e per tutto, gli AC/DC sono già un classico e come tali ripetono con enfasi e convinzione le medesime idee, questa volta senza cambiare praticamente nulla rispetto a quanto già sentito. Una delle poche novità è probabilmente più una scelta di produzione che una questione compositiva: il suono non è mai stato così arrembante e assordante, tanto da certificare un palpabile avvicinamento alla violenza Heavy Metal.

Questa energia strabordante è fotografata nell’efficace live album If You Want Blood You’ve Got It (1978), un sunto del meglio di quanto prodotto finora dalla band australiana.

I tempi sono davvero maturi per fare il tanto atteso “botto”, serve solo un cambio di produttore. Arriva Robert John “Mutt” Lange, già con i The Boomtown Rats e in seguito con i Def Leppard. Highway To Hell (1979) è la raccolta di tutte le loro efferatezze e sguaiataggini, un concentrato di tutti quei cliché che i fratelli Young e Bon Scott hanno donato imperituramente all’Hard & Heavy in un lustro di scorribande. Quest’album è un riassunto del loro sound, un insistito, chiassoso monumento allo stile di vita Rock più sotto-proletario, anti-intellettuale e epidermico. La title track è uno dei loro inni più convincenti, un riff granitico ed un coro di dannati ad accompagnare Bon Scott e le chitarre dei fratelli Young in una canzone da urlare con il pugno al cielo.

Walk All Over You, Girls Got Rhythm, Touch Too Much, la scatenata Beating Around the Bush, If You Want Blood (You’ve Got It), il riff di Love Hungry Man (memore dei Kinks) e Night Prowler sono momenti che fondono un autentico amore per il Blues/Rock ed il Rock’n’Roll ed un sano piacere per l’esibizione dei vocalismi efferati e la chitarra spettacolare. Una fotografia di un suono semplice, persino elementare, che è tanto riconoscibile quanto limitato nelle sue variazioni. Uno schiaffo in faccia alla sofisticazione dellla New Wave e del Post-Punk, un assordante concentrato di ritornelli da urlare, che funziona ancora meglio se ascoltato al massimo volume possibile (per la gioia dei vicini di casa).

Highway To Hell riscuote un discreto successo anche negli Stati Uniti, rappresentando un nuovo vertice commerciale oltre che il temporaneo apice musicale della formazione. Peccato che, da lì a poco, un evento inaspettato avrebbe devastato l’armonia della formazione. Nel Febbraio 1980 il 33enne Bon Scott muore dopo una ubriacatura epocale, probabilmente soffocato nel proprio vomito. È un brutto colpo per la band, ma i parenti di Scott insistono: la band non si deve fermare. C’è tuttavia da trovare un nuovo cantante, e che sia in grado di reggere il confronto. Vale a dire, serve qualcuno che possa urlare acutamente in un microfono per due ore senza sentire apparentemente la stanchezza. Fra i tanti nomi, viene scelto quello di Brian Johnson.

Pubblicato con una copertina nera in segno di lutto, Back In Black (1980) inaugura nel migliore dei modi il ritorno sulle scene della band, riuscendo a rispettare la scadenza annuale che li vede pubblicare album a ritmo indiavolato. Gli AC/DC che, dopo una manciata di album che erano giunti vicini all’obiettivo, riescono a coagulare il loro Hard & Heavy dai toni minacciosi in una manciata di brani memorabili. Johnson è forse la marcia in più di quest’opera, capace di superare Scott in potenza e sguaiatezza, ancora più licantropo e demoniaco, assordante e volgare. La produzione, sempre di “Mutt” Lange, è curata come non mai: è il loro album meno “in presa diretta”, una pietra miliare della discografia Heavy Metal che fonde potenza e nitidezza del suono. Angus Young è ormai un consumato chitarrista che, riprendendo anche un po’ dalla lezione di Tony Iommi, costruisce riff truci ed assoli lunghi e pirotecnici senza sosta. Back In Black, inoltre, è l’album che ha la più alta concentrazione dei loro classici, una sorta di greatest hits che ancora oggi può funzionare alla perfezione per introdurre i meno esperti al suono di questi australiani invaghiti del Rock.

L’apertura con le campane a morte di Hells Bells, in un clima sulfureo che non può che ricordare i Black Sabbath , è una di quelle che lascia il segno. La lascivia di Let Me Put My Love Into You, probabilmente il loro brano più riuscito e coinvolgente, in grado di cristallizzare barbarie, sesso e spettacolarità, rischia di far sembrare timidi i primi album. La title-track, una prova maiuscola e licantropa di Johnson alla voce, vive sopra un riff epidermico e lunghi assolo chitarristici.

You Shook Me All Night Long, il loro ritornello più facile e orecchiabile, è la dimostrazione, prima e più efficace, di come la band possa veicolare tanta potenza senza perdere un grammo di immediatezza e godibilità.

Quelli citati sono tutti capolavori dell’ Hard & Heavy, momenti di grazia del Rock duro e puro. Non è facile immaginare altri album del medesimo stile così pieni di classici destinati a diventare fondamentali per ogni rocker che si rispetti. What You Do For Money Honey e Rock’n’Roll Ain’t Noise Pollution sono adatte al pubblico degli stadi e vivono per i trascinanti refrain: la dimensione live sembra quella più naturale per la band, nonostante quest’opera in studio ne abbia imbrigliato in qualche modo l’energia esplosiva.

Highway To Hell e Back In Black sono due facce della medesima band. Sostanzialmente sono due album complementari, i due capolavori della band che si succedono e si contrappongono. Il primo è il testamento di Scott e del suo stile, una summa di tutto il loro primo repertorio, compreso il fatto che avesse teso nel tempo a risultare prevedibile. Il secondo è invece un album relativamente più vario, che lascia più spazio a Angus Young e che si fa forte di un’ugola ancora più selvaggia ed estrema, quella di un Brian Johnson destinato a diventare uno dei cantanti simbolo del decennio. Con Back In Black, però, gli AC/DC scrivono anche l’ultimo album in cui smuovono qualcosa nella loro ricetta, l’ultima occasione che si ha per sentire la band evitare di ripetersi. Dopo anni di gavetta, i fratelli Young sono arrivati nell’Olimpo del Rock, dove vi rimarranno indisturbati a suon di duetti chitarristici e assoli assordanti. Johnson si aggiunge fieramente, capace com’è di non far rimpiangere Bon Scott e il suo stile esaltante, urlato e un po’ da invasato.

Entrambi gli album sono fondamentali per il Rock duro, costretto in quel periodo a essere messo in secondo piano dagli estremismi Punk. Da lì a poco, nell’Inghilterra che ha tanto spesso adottato gli australiani AC/DC, ben altre evoluzioni saranno pronte a sconvolgere l’Hard & Heavy: i semi della New Wave Of British Heavy Metal cambieranno nel giro di pochi mesi il volto della musica estrema, portando a nuove e ben più estreme e assordanti soluzioni. Gli Iron Maiden nasceranno proprio da una fusione che gli AC/DC mai avrebbero considerato: quella fra Hard Rock e Hardcore-Punk. I Motorhead, già attivi dal 1977, e i mefistofelici Venom, porteranno nel Rock’n’Roll una nuova energia incontenibile destinata a porre le basi dello Speed Metal, del Thrash Metal e del Black Metal. I Judas Priest, con l’ugola luciferina di Rob Halford, già attivi a metà anni ’70, sono destinati a trasformare per sempre l’acuto Hard Rock, inaugurando la strada che porterà allo scream e agli acuti fischianti del Power Metal. Sembra, insomma, che Back In Black sia un’ultima e rara occasione di cristallizzare un Hard & Heavy ancora indeciso fra anni ’70 e anni ’80, impressione esaltata dal fatto che l’album sia pubblicato proprio a inizio decennio.

Forti di una fama costruita a suon di live spettacolari, trainati dalla coinvolgente storia di band risorta dalle proprie ceneri, gli AC/DC arrivano finalmente a diventare superstar. La loro lunga avventura verso la vetta si è compiuta: Back In Black diventa un bestseller incredibile, vendendo 22 milioni di copie solo negli Stati Uniti, diventando negli anni anche l’album Hard Rock più venduto di sempre e l’album australiano più venduto di sempre. L’album rimane in classifica su Billboard 131 settimane, rientrandovi poi nel 2014 e stanzionando per mesi nelle ultime delle 200 posizioni.

Per dare un seguito al loro più grande successo, la band non se la sente di rischiare. For Those About to Rock We Salute You (1981) replica il sound di Back In Black ma non contiene brani qualitativamente paragonabili a quelli del loro album migliore. Inject The Venom e soprattutto l’inno For Those About To Rock spiccano sul resto, ma al loro ottavo album la band sembra ormai non avere più nulla di nuovo da dire. E, infatti, mai più nulla di nuovo dirà. Flick Of The Switch (1983) con Bedlam In Belgium e Fly On The Wall (1985) con Shake Your Foundations e First Blood assieme alla colonna sonora/compilation Who Made Who (1986) non furono che stanche ripetizioni delle loro medesime idee, un campionario di cliché del loro sound ed un’attestato di staticità artistica. Blow Up Your Video (1988) si ricorda per Heatseeker e nient’altro. Praticamente dopo Back In Black la band non indovina un album all’altezza della propria fama. Il successo di pubblico, affievolitosi negli anni, conosce una sostanziale ripresa a fine decennio.

Finalmente gli AC/DC pubblicano un album degno del loro passato e ritornano al successo di pubblico. The Razors Edge (1990) ripete all’infinito la loro formula, ma regala l’esplosiva Thunderstruck in apertura, l’ultimo dei loro classici.

Trascinanti anche Moneytalks, la title track degna di Back In Black e Are You Ready, un’altra versione dei loro inni da stadio. Certo, se pure si volesse non considerare tutto quello che hanno propinato al mercato discografico durante gli anni ’80, è da tenere di conto che Back In Black poteva essere inquadrato come l’ultimo sguaiato grido dell’Hard & Heavy classico, mentre The Razors Edge è semplicemente anacronistico. Dopo che negli anni ’80 il Metal si è trasformato continuamente e al limitare dell’esplosione mondiale del Grunge, un album come questo nel 1990 sembra essere schiacciato ogni singolo mese che lo divide dalla pubblicazione di Back In Black. Meglio, quindi, riproporre la veste live della band, con  AC/DC Live (1992). L’album tuttavia è stato ritoccato in studio.

Forse coscienti di aver esaurito completamente le idee, la band rallenta significativamente la propria opera di massiva pubblicazione di album. Ballbreaker (1995) continua stancamente la carriera, aggiungendo canzoni inedite dopo ben 5 anni dal precedente The Razors Edge. Hard Rock, Boogie Man, Burnin’ Alive, Hail Ceasar sono pezzi intercambiabili con molti brani del periodo post-Back In Black. Queste canzoni sono antiquariato, ma conservano in qualche modo uno degli stili più cocciutamente “classici” della Storia del Rock. I Motorhead e poche altre band possono vantare una simile immarcescibile passione. Per arrivare a un seguito di Ballbreaker si deve aspettare un altro lustro. Stiff Upper Lip (2000) è probabilmente il punto più basso della loro carriera dopo un paio di album di parziale ripresa.

Di anni ne trascorrono addirittura 8 per arrivare a Black Ice (2008), che ripresenta la formazione con la solita musica del 1980, quasi come se non fosse cambiato nulla. Poche e risibili “novità” e altri Rock’n’Roll aggressivi come Rock N Roll Train, War Machine e Skies On Fire. Sempre la solita zuppa, per chi ancora non è sazio. Per sfamare i fan, tantissimi, arriva anche Live At River Plate (2012), un riassunto dal vivo di tutta la carriera che in realtà sembra suonato da una band affaticata (che fine ha fatto la voce di Johnson?).

Dove non arriva la fame di novità del pubblico, però, arrivano i limiti biologici. Se gli AC/DC possono portare gli stadi che pullulano di fan esaltati indietro di trent’anni con la loro musica, che sembra riuscire a non considerare cosa sia successo dopo Back In Black, anche loro invecchiano. È il caso di Malcolm Young, che dopo vari problemi e incertezze, decide di allontanarsi dalla band. Lo sostituisce il nipote Stevie Young. Il primo album senza Malcolm, Rock Or Bust (2014), non regala sorprese.

Alla vecchiaia poi si aggiungono i problemi legali del batterista Phil Rudd, sostituito da Chris Slade, che anticipano la notizia che raggela i fan: Brian Johnson ha problemi all’udito e rischia di diventare completamente sordo. Deve immediatamente smettere di esibirsi sul palco. Panico per una delle band più propense a una forte presenza dal vivo. Urge un rimpiazzo all’altezza del compito e che sia accettato dal pubblico. E il pubblico che segue gli AC/DC nel 2016 cerca il suono classico dell’Hard & Heavy, quindi il curriculum del nuovo arrivato deve essere lontano da qualsiasi contaminazione Grunge, Metal, Punk e Elettronica. La scelta cade su un bianco statunitense bloccato nel passato glorioso della sua band, vale a dire Axl Rose dei Guns n’ Roses. La band sembra ormai l’ombra di se stessa e a Giugno 2016 annuncia il proprio ritiro anche Cliff Williams, il bassista. Quando Axl si rompe una gamba ed è costretto ad esibirsi su una sedia, la situazione inizia ad assumere contorni grotteschi.


Discografia:

High Voltage (Australian) 1974 5,5
TNT 1975 6,5
High Voltage (Worlwide) 1976 6,5
Dirty Deeds Done Dirt Cheap 1976 7
Let There Be Rock 1977 7
If You Want Blood You’ve Got It 1978 8
Powerage 1978 6
Highway To Hell 1979 8
19809
For Those About To Rock 1981 6,5
Flick Of The Switch 1983 6
Fly On The Wall 1985 5,5
Who Made Who 1986 5
Blow Up Your Video 1988 5
The Razor’s Edge 1990 6,5
Live 1992 7
Ballbreaker 1995 6
Stiff Upper Lip 2000 5
Black Ice 2008 5
Live at River Plate 2012 5
Rock Or Bust 2014 5

Le migliori canzoni degli AC/DC

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4 thoughts on “AC/DC – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Se non sbaglio forse il riff del famoso pezzo "Back in Black" l'ha scritto Malcom……quell'album l'ho ascoltato e non mi ha impressionato più di tanto….album che vendette tanto per via della morte di Bon Scott probabilmente più per il valore artistico….E probabilmente il chitarrista Angus Joung non è un grande chitarrista…..Notte!

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