A Silver Mt. Zion – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati degli A Silver Mt. Zion

Efrim Manuel Menuck, uno dei fondatori dei Goodspeed You Black Emperor, ha un desiderio molto particolare: scrivere un album per commemorare il suo cane, Wanda, che è morta durante uno dei tour della band canadese. Ma Menuck ha già un desiderio compositivo non soddisfatto, quello di poter sperimentare idee e soluzioni che sarebbero inadatte a germogliare nella sua band “principale”. Per questi due motivi, dunque, cerca qualche collaboratore che possa trasformare le sue ancora vaghe idee in un preciso progetto musicale: trova un aiuto valido in Sophie Trudeau, violinista e occasionale cantante, e Thierry Amar, impegnato al basso e contrabbasso. La nuova band si chiama A Silver Mt. Zion, ma questo nome è solo la prima di tante variazioni utilizzate negli anni, sempre legate al questa montagna argentea.

Menuck, Trudeau e Amar militano tutti nei Goodspeed You Black Emperor e questo porta inevitabilmente a instaurare un ovvio parallelo con l’altra e più famosa formazione. Si individuano vicinanze con il Post-Rock, seppure con una spiccata propensione alle soluzioni più minimali, malinconiche e astratte. La vicinanza alla musica da camera è spesso evidente, gli influssi Folk sorprendono in alcune composizioni, lasciando spiazzati.

L’esordio He Has Left Us Alone But Shafts Of Light Sometimes Grace The Corner Of Our Rooms… (2000) è costituita da due lunghe suite, in quattro parti ciascuna, che presentano un suono straniante, a tratti metafisico e spaventoso, rarefatto e dominato da atmosfere oniriche. Più che composizioni delineate, queste lunghe suite vivono di suoni lasciati a vagare nello spazio. Ogni nota arriva come a conclusione di un’attenta e parsimoniosa attenzione al gesto musicale, ogni strumento interviene per aggiungere una voce ulteriore senza prevalere o stravolgere. Il ritmo è dato dal succedersi degli eventi musicali, gli interventi degli strumenti e l’apparizione di campionamenti nella densa nebbia musicale: scordatevi basso e batteria a dominare la sezione ritmica.

La prima suite, Lonely As The Sound Of Lying On The Ground Of An Airplane Going Down, di 23 minuti, si apre con la lentissima trenodia di Broken Chords Can Sing A Little (quasi 9 min.): un lugubre assolo di pianoforte al rallentatore lascia il posto a campionamenti radiofonici e lentamente affianca questi due elementi ad un violino sofferente. Si crea una tensione emotiva che vive della suspense della composizione, a dir poco rarefatta nel suo svilupparsi lentissimo. Sit In The Middle Of Three Galloping Dogs è una danza Folk che affiora dal nulla e, complice una batteria frenetica, funge da contraltare con il diradato primo movimento. Un momento di vitalità comunque estraneo al tenore medio della suite, che affonda nel funebre in Stumble Then Rise On Some Awkward Morning, musica da camera totalmente estranea all’estetica Rock, e si distende nell’atmosferico funerale di Movie (Never Made).

The World Is SickSICK; (So Kiss Me Quick)! (24 min.) è ancora più minimale e struggente: 13 Angels Standing Guard ‘Round The Side Of Your Bed è un pianto ultraterreno di violini, Blown-Out Joy From Heaven’s Mercied Hole un intreccio malinconico fra contrabbasso, clarinetto basso, pianoforte e violino. For Wanda si chiude in una commovente preghiera per organo dai toni cosmici.

Sicuramente ambizioso, questo esordio dal titolo chilometrico richiede dall’ascoltatore pazienza ed un approccio emotivo. Solo così i lentissimi sviluppi, gli struggenti slanci lirici, le diradazioni atmosferiche arrivano a segno. C’è una sostanziale distanza dai Goodspeed You Black Emperor in questo esordio: qua più che Post-Rock sembra spesso di ascoltare qualcosa che sia non-Rock, un amalgama di musica Classica da camera, minimalismo e field recordings.

Dopo questo primo esperimento, la band si estende a sei elementi. Entrano: il violencellista Beckie Foon, il chitarrista Ian Ilavsky e la violinista Jessica Moss. La band cambia, come farà spesso anche in futuro, il proprio nome: da A Silver Mt. Zion diventano la A Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-la-la Band. Con questo moniker verboso pubblicano Born Into Trouble As The Sparks Fly Upward (2001). Le differenze rispetto all’esordio sono palpabili: un album meno minimale, riscaldato dall’afflato cameristico dei due nuovi archi in formazione. Un’opera profondamente emozionale, dai toni tragici e, sorprendentemente, con qualche risvolto Rock. Superata infatti la chamber music malinconica e lirica del trittico iniziale, che sembra direzionare la band verso un futuro di musica Classica non particolarmente interessante, si scopre un’anima diversa. Take These Hands And Throw Them In The River usa la voce distorta e spinge gli archi a iniettare una violenta tensione, con le chitarre che intervengono minacciose: è un gioiello di ripetizioni minimali, climax Post-Rock e distorsioni assordanti.

Segue una nuova immersione in ambienti classici, compresa la commovente Tho You Are Gone I Still Often Walk W/You, ma con C’monCOMEON (Loose An Endless Longing) si è in pieno Post-Rock, con un crescendo di intensità devastante che travolge i timpani. La triste canzone The Triumph Of Our Tired Eyes chiude mostrando un’inaspettata vicinanza anche alle più sofisticate ballate del Rock barocco.

Il terzo album, dal logorroico titolo “This Is Our Punk-Rock,” Thee Rusted Satellites Gather + Sing (2003) è ancora più intimista ed emozionale, poco minimale e vicino ad una forma sofisticata e progressiva di Folk. La voce, che una volta interveniva raramente, qua è un elemento centrale, tanto che è presente persino un coro.

Si tratta di quattro brani chilometrici, che in utto totalizzano 57 minuti. Sow Some Lonesome Corner So Many Flowers Bloom mette in primo piano proprio il coro, poi vaga nel mondo cameristico che già conosciamo, chiudendo con una cavalcata Post-Rock. Babylon Was Built On Fire/StarsNoStars è un’elegia per archi e chitarre, con Menuck che si lamenta disperatamente: un momento commovente, ma forse è troppo poco per occupare quasi 15 minuti. A chiudere le due lunghe composizioni più Folk: American Motor Over Smoldered Field, con tocchi sessantiani, e Goodbye Desolate Railyard, il vertice dell’album. Si tratta, infatti, di un’avventurosa canzone tradizionale che viene spazzata via da fischi assordanti, per ritrovarsi nel mezzo di una lugubre tempesta che vola via e porta il più desolante degli interventi acustici.

Emerge così l’anima dell’album, un’opera che sembra un unico lamento esistenziale, un concentrato di atmosfere desolate e desolanti, un trattato di fragilità emotiva. All’ascoltatore si chiede grande pazienza nel seguire queste avventurose divagazioni, che compensano in parte la loro lentezza e prolissità con una valenza catartica. Certo la voce acuta e lamentosa di Menuck e gli elementi cameristici risentiti non aiutano a considerare l’album un loro vertice.

Paradossalmente è The “Pretty Little Lightning Paw” E.P. (2004), a nome Thee Silver Mountain Reveries, a segnare un momento di grazia nella discografia. I vari musicisti laciano i propri strumenti e giocano con quelli altrui, le composizioni si fanno più asciutte e meno tragiche, persino epiche e spesso sospinte da un vento di speranza che non ha mai spirato nei brani precedenti. Sembra una svolta sostanziale nella discografia, a partire dal titolo, programmatico, del primo brano: More Action! Less Tears!. Il suono sgranato di Microphones In The Trees, che riprende la vena tragica senza per questo tornare alla rarefazione da bradipo di un tempo, porta a Pretty Little Lightning Paw una danza Folk cacofonica con strumenti giocattolo, una delle loro più creative composizioni. There’s A River In The Valley Made Of Melting Snow, una ballata acustica arrangiata come la più psichedelica delle visioni, dimostra come anche un brano di 5 minuti possa stare fra i migliori dell’intera discografia.

Tanto per cambiare, la formazione cambia nuovamente: via il coro, entra il violinista e mandolinista Scott Levine Gilmore. Horses In The Sky (2005), a nome Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band, è un album che unisce lo spirito Folk a strutture più canoniche del mondo Pop e Rock, nonostante rimanga la passione per i brani lunghi. Sicuramente è il più orecchiabile degli album pubblicati dalla band fino a questo punto della discografia ed è anche il primo ad avere parti cantate in ogni episodio. L’ubriaco canto che chiude God Bless Our Dead Marines segna la transizione dal funebre al malinconico. Si sono addolciti questi A Silver Mt. Zion, tanto che Mountains Made Of Steam sembra il manifesto del nuovo corso: cantata in coro, impegnata in slanci teatrali, avvolta in melodie cameristiche orecchiabili. Dove porta questa via dolce e malinconica? Per esempio ai Pink Floyd, come si avverte nel Folk dimesso e sfumato di psichedelica di Horses In The Sky, oppure alla musica tradizionale, come dimostra  il canto da campeggio di Hang On To Each Other, con tanto di scoppiettii di falò.

C’è tuttavia spazio per altri due momenti di Rock creativo: Teddy Roosevelt’s Guns è una marcia minacciosa per distorsioni assordanti degne dei Velvet Underground mentre Ring Them Bells (Freedom Has Come and Gone) chiude con 14 minuti che appartengono alla tradizione del Prog-Rock sperimentale.

Sicuramente la band non è più la stessa dell’esordio, in tutti i sensi. Erano tre e adesso sono sette. Suonavano brani strumentali e ora sono tutti cantati. Erano uno dei gruppi più austeri di sempre mentre ora suonano persino orecchiabili. Il percorso di Menuck e soci fotografa una costante evoluzione, che non ha mai permesso alla band di affinare definitivamente il proprio sound tanto è stata impegnata a modificarlo. Si possono raccogliere  composizioni eccellenti dai vari album (e dall’Ep!) ma manca all’appello ancora un’opera che suoni in qualche modo definitiva per la band, che esplori le possibilità della formazione. Questo potrebbe essere dovuto alla natura stessa del progetto, che nel suo Dna ha da sempre prediletto la libertà di dare libero sfogo alle proprie idee compositive.

13 Blues For Thirteen Moon (2008) è la tanto attesa opera definitiva della band, quella dove cristallizzano il loro stile maturo. Allontanati decisamente alla musica strumentale dei Goodspeed You Black Emperor, propongono questa volta quattro lunghi brani tutti oltre i 13 minuti, tutti cantati. L’apertura con 1,000,000 Died To Make This Sound (14 minuti) sciorina un sound che, per i loro standard, è di una violenza inaudita: apertura corale, riff di chitarra distorto che ricorda Jimi Hendrix a irrobustire, quindi archi a sostegno e l’ossessiva percussività dei Velvet Underground a tenere alta la tensione. I diciassette minuti della title-track sono una magistrale fusione di violini, cori, atmosfere western e vacuità Post-Rock che permettono di annoverare il brano come il maggior compendio del loro nuovo sound. BindBlindBlind (13 minuti) è un lento climax emotivo che spazzola la loro fragile poetica.

Lavoro meno estremo dell’esordio, questo 13 Blues For Thirteen Moon è l’album  che suona più personale, intimo ed emotivo della band. Il principale difetto? Menuck è un cantante mediocre e monotono, non aiutato da testi naive.

Non sembra un caso che, consegnato l’album che pone virtualmente un punto fermo alla carriera, tre membri abbandonino il progetto: Eric Craven, Rebecca Foon e Ian Ilavsky. Con questa formazione ridotta la band prosegue, scegliendo come nome Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra. Kollaps Tradixionales (2010) è vicino alle coordinate del loro Post-Rock anemico e malinconico. I due brani più estesi, There Is a Light (15 minuti) e ‘Piphany Rambler (14 minuti) sono lunghe composizioni soprattutto strumentali dove violini ed archi, chitarre e cantato disperato si fondono in crescendo e voli maestosi. Sono brani affascinanti, ma non molto differenti da quanto già proposto da loro stessi in passato.

Il resto dell’opera si muove fra le ruvidità di I Built Myself A Metal Bird (6 minuti) e qualche banalità che se non deriva dal loro passato lo fa dai Black Heart Procession (Kollapz Tradixional). Il brano più originale è Kollaps Tradicional (Bury 3 Dynamos) (7 minuti) che si cala in un western à la Sergio Leone, fra orchestrazioni epiche e chitarre minacciose, ritmi incalzanti e pieni di suspense diventando poi un Rock intricato, saltellante e poi thriller, fino a spegnersi nel finale. A conti fatti l’opera non stravolge né modifica significativamente la loro identità musicale, presentando un’opera in linea con il loro passato, con qualche banalità e qualche momento affascinante.

Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything (2014) è la loro opera più immediata e violenta, con ritmi in primo piano, chitarre distorte protagoniste e canto urlato da concerto estivo. Pensare che erano partiti come una cerebrale formazione innamorata del minimalismo! Le devastanti distorsioni chitarristiche dominano Fuck Off Get Free (For the Island of Montreal), il ritmo caotico spinge Austerity Blues. A contorno, danze di violini a rinverdire la fascinazione Folk.

Travolge Take Away These Early Grave Blues, un baccanale assordante di archi impazziti e strumenti che duellano fra loro. Una partenza entusiasmante dell’album, con il trittico appena descritto, che riduce l’ambizione con What We Loved Was Not Enough, ballata appena turbata dalla chitarra distorta. Sembra l’inizio di una nuova carriera, tutta volumi assordanti, fendenti di chitarra e canto a squarciagola.


Discografia:

He Has Left Us Alone 2000 8
Born Into Trouble As The Sparks Fly Upward 2001 7
This Is Our Punk Rock 2003 6,5
The “Pretty Little Lightning Paw” E.P. 2004 7,5
Horses In The Sky 2005 7
13 Blues For Thirteen Moon 2008 7,5
Kollaps Tradixionales 2010 6,5
Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything 2014 7

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