65daysofstatic – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei 65dos

Già il nome è strano: 65daysofstatic da scrivere così, tutto minuscolo e tutto attaccato. Per gli appassionati, sono i 65dos. Non è chiaro da dove abbiano preso un nome così strano, ma fa parte del gioco. Arrivano da Sheffield, Inghilterra e hanno reinventato il Post-Rock, sfruttando la strumentazione e gli elementi tipici del Rock per costruire una musica strumentale, schizofrenica e con forti contaminazioni elettroniche.

Iniziano la carriera con strani mash-up di canzoni famose e frammenti di cultura Pop, secondo la logica della Plunderphonics teorizzata da John Oswald ma con l’attitudine del remix della cultura rave. Alcuni di questi prodotti disturbanti e post-moderni sono venuti alla luce nel corso degli anni. Il più celebre esempio è I’m Dreaming Of A White Noise Christmas.

L’esordio vero e proprio, The Fall of Math (2004) rimarrà probabilmente il loro capolavoro e uno degli album più importanti del Post-Rock. Atmosferico, suggestivo, inquieto e travolgente, l’album è un labirinto di variazioni stilistiche e di fusioni fra tradizione Rock e emanazioni di Elettronica. Una cattedrale di sample, effettisti allucinati e una ricca varietà di ritmi, in cui le chitarre cercano sempre soluzioni alternative a quelle più stereotipate. Il vero segreto è quello di rendere indistinguibile, nell’amalgama, cosa sia Rock e cosa Elettronica. Se i Prodigy fusero l’Heavy Metal con la Techno, loro fanno incontrare gli Explosions In The Sky o gli A Silver Mt. Zion con Aphex Twin e Squarepusher.

L’angosciante danza di Another Code Against The Gone introduce l’ascoltatore a queste costruzioni musicali instabili, dilatate e rese più poetiche in Install a Beak In The Heart That Clucks Time In Arabic e coagulate in forme più immediate nel possente singolo Retreat! Retreat!, controparte Rock del labirinto digitale di Default This.

Altro brano centrale dell’opera, I Swallowed Hard Like I Understood, che fonde glitch, assalti improvvisi e pause di tensione, facendo incontrare la tensione spasmodica di Big Black e Jesus Lizard con la maestosità strumentale del Post-Rock. La title-track ha ritmi che ricordano artisti come Venetian Snares e Squarepusher per quanto sono fulminei, ma trova lo spazio per inserti d’archi e una musica cameristica da sovrapporre al labirinto di cacofonie, melodie e pulsazioni. Fix The Sky A Little, col suo incedere minaccioso, e l’intricata Aren’t We All Running, sono altri esempi magistrali di oculate interazioni fra Elettronica e Rock. Movimentata, malinconica e originale, la fusione stilistica proposta dai 65dos in questo esordio è una boccata d’aria fresca nel panorama Post-Rock.

L’anno successivo pubblicano One Time For All Time (2005), non esattamente una fotocopia dell’esordio. Le composizioni sono più aggressive, le citazioni dell’estremismo ritmico di Squarepusher, Aphex Twin e Venetian Snares ancora più frequenti e il ruolo delle tastiere, più prominente, allontana ancora di più la band dalla tradizione Rock. Il cambiamento si sente sin dall’iniziale Drove Through Ghosts to Get Here ma si palesa con l’assalto estremo di Await Rescue, come i Mogwai fossero stati nella centrifuga e sparati al triplo della velocità. Il crescendo di 23kid potrebbe confondersi in un album Black Metal particolarmente atmosferico, come quelli degli Alcest. Climbing On Roofs per impatto ed angoscia sembra il culmine di una drammatica fusione fra Atari Teenage Riot e una band Post-Rock. La schizofrenica 65 Doesn’t Understand You, propone variazioni sui crescendo Post-Rock e sulle forme geometriche e cervellotiche del Math-Rock, dimostrando eclettismo ed originalità. Gli accostamenti sono azzardati (tastiere melodiche e ritmi minacciosi, dettagli “glitchy” e crescendo spaventosi ecc.) ma sicuramente intriganti. Meno imprevedibile del precedente, questo One Time For All Time consolida le idee dell’esordio ed esplorandone alcune estreme conseguenze.

The Destruction of Small Ideas (2007) è, purtroppo, un passo falso. Le idee sono sostanzialmente quelle di un tempo, dilatate in brani più prolissi. Le asperità sono state smussate, seguendo un modello Post-Rock più tradizionale. Nell’iniziale When We Were Younger & Better e in Don’t Go Down To Sorrow, due brani da 7 minuti l’uno, sembrano cercare una forma più cameristica per la loro musica Elettro-Rock.

Rimangono dei fuoriclasse, comunque. Wax Futures, tutta giocata sul rullante, è un meccanismo melodico che deraglia a suon di spinte ritmiche. La toccante drammaticità dell’intricata Music Is Music As Devices Are Kisses Is Everything, con una bella dose di Rock da camera, è l’evoluzione delle sinfonie convolute degli esordi. Little Victories, come a tornare alle origini, cesella un nuovo climax ascendente, trasfigurando il formato per eccellenza del Post-Rock con abbondanti dosi di Elettronica.

Terzo album meno spigoloso, dunque, che dopo il vicolo cieco di  One Time For All Time, che aveva reso impraticabile la via dell’ulteriore estremismo, guarda alle forme distese e cameristiche del Post-Rock. C’è tuttavia tutto il bisogno di cambiare pelle, così a concludere l’opera arriva la collaborazione con la band Screamo dei Circle Takes the Square che presta la voce a The Conspiracy of Seeds, il primo brano cantato della carriera. Simbolicamente, è la fine della prima vita della band.

La seconda parte della storia dei 65dos inizia con We Were Exploding Anyway (2010), un album dall’anima Elettronica dove il Rock è un elemento secondario, spesso e volentieri. Peccato che questo avviene a suon di ritmi risaputi come è il caso di Crash Tactics e Tiger Girl o puntando tutto sull’impatto fisico a scapito della fantasia compositiva, come in Dance Dance Dance.

Meno malinconico degli album precedenti, suona persino entusiasmante in Weak4, il brano più trionfale della carriera. In Come To Me, il brano più lungo ed elaborato, compare Robert Smith dei Cure. La svolta “ballabile” della band non ha comunque nessuna possibilità di eguagliare l’intuizione dell’esordio.

Nel 2011 la band pubblica le musiche per Silent Running, il film del 1972 che è arrivato in Italia con il titolo stravolto di 2002: La Seconda Odissea. La band immagina una veste sonora alternativa per la pellicola rispetto a quella originale. Si tratta di un lavoro che pur soffrendo della frammentarietà tipica delle soundtrack, riesce ad essere evocativo e struggente in momenti come Surgery e delinea nuove possibilità per la band, comunque impegnata a reinterpretare spesso il suo stesso stile. È comunque un’opera che arriva sul mercato grazie al crowfunding e che non era stata pensata per vivere separatamente al film.

La transizione verso una musica meno labirintica e con forti influenze elettroniche continua con Wild Light (2013), l’album meno schizofrenico della band, atmosferico ed epico sin dall’iniziale Heat Death, ripresa nel finale della conclusiva Safe Passage. Questa volta, però, non c’è traccia dei ballabili faciloni dell’album precedente. L’opera allinea composizioni più ordinate ma comunque piene di fusioni fra Elettronica e tradizione Rock declinate in un Post-Rock altamente suggestivo, malinconico e variegato. La triste Prisms e la febbricitante Blackspots (7 min.) sono due nuove composizioni da ricordare nella discografia.

Taipei, praticamente un Post-Rock canonico, è forse il momento meno innovativo, il più trascurabile. Meno irruento, meno esplosivo, meno “denso” dei loro primi album, Wild Light è votato a composizioni che si preoccupano più di creare un’atmosfera che di evolvere e mutare. Le fusioni sono meno azzardate, i richiami alle forme classiche del Post-Rock spesso evidenti. Facile da ascoltare, rispetto ai loro standard, ma forse sintomo di una crisi creativa che li sta portando a guardare più indietro che in avanti.

Esistono alcune traiettorie evolutive della band che non sembrano essere state percorse, se non distrattamente. Una di queste è quella delle colonne sonore, sperimentate esclusivamente in Silent Running, poco più di un lavoro per completisti. Un altro elemento è quello fantascientifico e tecnologico, un elemento estetico che la band corteggia sin dagli esordi ma che non ha mai abbracciato completamente. Nel 2014 l’ufficializzazione che saranno loro a scrivere la colonna sonora di No Man’s Sky fa aumentare l’attesa per il successore di Wild Light.

Uno dei motivi è proprio l’opera che vanno a musicare, un videogame procedurale a tema cosmico con 18 quintilioni di pianeti da esplorare (un 18 seguito da 18 zeri). La composizione della colonna sonora è anch’essa legata alla logica procedurale ed ha visto la collaborazione del sound designer Paul Weir. Il gioco è pubblicato ad Agosto 2016, così come la soundtrack. No Man’s Sky: Music For An Infinite Universe è il più azzardato progetto della band in assoluto. Dura 110 minuti e sul primo disco trasporta il loro Post-Rock in spazi alieni e sci-fi (Monolith, Asimov, Blueprint Of A Slow Machine, End Of The World Sun), unendo il passato chitarristico ad una ormai totale padronanza della composizione Elettronica. La seconda parte è, tuttavia, una completa novità per la band e si compone di sei suite astratte, ambientali o industriali a seconda dei momenti, approssimativamente della durata di 10 minuti l’una. Si tratta di una ideale fusione fra Autechre e Brian Eno, con una sensibilità che dialoga tanto con la malinconia Dub di Loscil (Borealis/Contrastellar) quanto con i soundscapes assordanti di Tim Hecker (Departure/Shortwave/Noisetest). Chissà che non sia questo il futuro della band.


Discografia:

❤ Fall Of Math 2004 9
One Time for All Time 2005 8
The Destruction of Small Ideas 2007 7
We Were Exploding Anyway 2010 6
Silent Running 2011 6
Wild Light 2013 6,5
No Man’s Sky: Music For An Infinite Universe 2016 7

Playlist di brani selezionati dei 65dos

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4 thoughts on “65daysofstatic – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. li sto ascoltando un po'. finora ignoravo proprio l'esistenza di un genere chiamato Math-Rock.  però è un tipo di sonorità che mi piace. Sto già pensando a qualche sottofondo per i nostri prossimi spettacoli.

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  2. Ma LOL, per dirla con una citazione di Petrarca! Il Math Rock è di quelle cose che fanno venire il malditesta ad un sacco di gente che conosco, quindi che dire, mi fa piacere che ti piaccia qualcosa 🙂

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  3. utente anonimo ha detto:

    Chiaro, non è che mi ascolterei tutta la discografia di seguito. Ma è quel tipo di musica che ogni tanto ascolto e nessuno tra le mie amiche mi capisce
    Mmmm che strano, perché questa citazione di Petrarca mi sfugge? Dovrò rileggermi il Canzoniere per bene…

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