ZZ Top – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli ZZ Top

Gli ZZ Top sono fra le bandiere del Rock sudista, cosiddetto Southern Rock, ed incarnano uno stile rude e rozzo, fatto di chitarre taglienti, assoli-rasoio, riff massicci e quadrati, boogie incalzanti, dialetto texano. La loro musica non è che, fondamentalmente, un incrocio fra Hard Rock e Blues/Rock, un po’ come gli Ac/Dc, seppure nel caso dei texani ZZ Top l’Hard Rock è consioderato solo nella sua carica tellurica, mentre lo stile, l’intonazione della voce, i lamenti chitarristici, le atmosfere, i refrain sono mutuati dal Blues/Rock di fine anni ’60.

First Album (1971) gli presenta con un Blues sanguigno, creando il loro suono “leggendario” e “classico”. Con episodi di alto livello come Brown Sugar, Old Man e (Somebody Else Been) Shakin’ Your Tree c’è spazio anche per qualche sussulto ricordevole, ma in generale si tratta di un lotto di brani trascinanti e sentiti, che vivono di clichè Rock in buona parte, ma sanno intrattenere.

Rio Grande Mud (1972) sfodera da subito il refrain accattivante di Francine, poi aggiunge il passo cadenzatissimo di Mushmouth Shoutin’, il chitarrismo pirotecnico di Bar-B-Q, la conclusiva Down Brownie. Alcuni episodi, però, come Sure Got Cold After the Rain Fell, non convincono, e sostanzialmente è cambiato poco dall’esordio (e poco cambierà nel futuro prossimo). Questa musica vive del proprio immaginario di riferimento, inventa poco e varia ancora meno. In questo, purtroppo, sono in tutto e per tutto un gruppo Hard Rock dei più banali e ripetitivi.

Tres Hombres (1973) raffina il loro stile, sostanzialmente senza cambiarlo di una virgola, semplicemente esplorando nuovi riff, assoli, ritmi incalzanti. A livello di canzoni, però, Beer Drinkers and Hell Raisers, Precious and Grace e soprattutto La Grange, il loro capolavoro, sono degne di questo repertorio sudista, con riff micidiali, percussioni che tamburellano incessantemente, cantato in “slang” con inflessioni lascive e sguaiate quanto basta.

Fandango (1975), in parte registrato live, prosegue sulle medesime coordinate fra Thunderbird, un delirio alla Allman Brothers Band con Bakdoor Medley, tanti numeri deboli come Herd It On The X o Blue Jeans Blues. Tush, con il ritmo ipnotico, ripete i soliti clichè, ma ameno mostra un buon momento chitarristico.

I limiti degli ZZ Top, da sempre evidenti, sono mancanza di originalità, ripetitività ossessiva, un gusto sovente grossolano per ritmo e chitarre dai lunghi assoli e dai riff semplici e immediati. Dopo quattro album, hanno già finito da tempo di dire la loro nella storia del Rock.

Il nuovo corso, che semplifica e aggiunge melodia alla loro musica, inizia con Tejas (1977) seppure le nuove canzoni siano spesso scialbe imitazioni della ruvidezza e del sanguigno suono degli esordi. El Diablo e Ten Dollar Man tengono alta la loro fama di paladini sudisti, ma l’album è mediocre. I Calexico, ad ogni modo, rigraziano Asleep In The Desert.

Che si fosse giunti ad un momento di cambiamento sembra essere segnato anche dall’uscita della raccolta The Best of ZZ Top (1977) che ben riassume i primi anni.

Persa molta della carica incendiaria, ma non la derivatività, gli ZZ Top tornano con Deguello (1979), fra smussatezze inedite ed un lotto di canzoni mediocri, stereotipate, noiose, innocue. Esther Be the One, ad ogni modo, è un capolavoro in questo nuovo corso.

Ancora disorientati gli ZZ Top “cambiano” ancora con El Loco (1981). Con l’arrivo degli anni ’80, l’idea è quella di proporre una serie di Blues/Rock un po’ macchiati di Hard Rock semplice e radiofonico, qualche effetto “moderno” di Elettronica, il medesimo effetto di un po’ di cerone per nascondere le rughe di un ultraottuagenario in fin di vita.

Quando sembrava logico non aspettarsi più da questi texani conservatori, sfornano Eliminator (1983), degno dei primi album qualitativamente, ma sostanzialmente capace di trovare equilibrio fra orecchiabilità radiofonica, tellurica potenza Heavy Metal, stralci di radici Blues/Rock ormai solo di contorno. Una musica pirotecnica e trascinante, con episodi come Gimme All Your Lovin’, Got me Under Pressure, Sharp Dressed Man, I Got the Six, giustifica parzialmente le pur presenti banalità, clichè e qualche caduta di stile nelle atmosfere della Disco più corriva (Legs, Dirty Dog). Non si può chiedere probabilmente di più, se non una manciata di canzoni piacevoli, storicamente irrilevanti.

La contaminazione con l’Elettronica sfocia in un Hard Rock vigoroso ed a tratti industriale su Afterburner (1985), basti ascoltare Sleeping Bag. Fra ballabilità, ritornelli semplici, battiti Disco, melodie elementari, sintetizzatori ovunque, Woke Up with Wood indovina le dosi, Rough Boy non sembra nemmeno lontanamente qualcosa di Southern Rock, ma più un pomposo Synth-Pop per chitarra che brilla assoli sull'”atmosfera” romantica, seppure il manifesto di questo nuovo ibrido Elettro-Hard Rock sia Planet Of Women, anche il brano migliore dell’album.

Recycler (1990) apre il nuovo decennio con una versione più vicina all’Heavy Metal e cannonate come Concrete and Steel ed altre, che nel loro repertorio sembrano eplosioni dinamitarde, fanno sorridere a confronto delle tempeste supersoniche e violentissime del Death Metal o dei gruppi del Post-Core, e certo non brillano per originalità. My Head’s in Mississippi replica La Grange, ma suona un po’ antiquata. Brani “ammodernati” come Give It Up, invece, sembrano semplicemente svuotati di idee.

Antenna (1994) con Pincushion e Lizard Life, Rhytmeen (1996) e XXX (1999) chiudono il secolo con album molto più vicini alle loro radici, escludendo quasi del tutto i sintetizzatori, anche se l’ultimo di questi contiene Made Intro A Movie, nel Doom primordiale dei Black Sabbath, inflessioni più cupe negli elementi Heavy Metal ed un ritorno al sound “moderno”.

Mescalero (2003) ritenta morsi di Heavy Metal rabbioso, ma la band appare confusa.

Prima evolve dal Blues/Rock a ritmi semi industriali, poi propone degli album di chiara matrice Blues/Rock, poi riabbraccia prepotentemente l’Heavy metal e ripesca dalla soffitta ritmi Elettronici e rozzi arrangiamenti chiassosi per il pubblico degli anni zero. Con un po’ di generosità, è dal 1983, venti anni, che non pubblicano un album convincente.

One Foot In The Blues (1994) è una mediocre raccolta, Los Del Tonos (2006) un decente live album.

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Voti:

First Album – 7
Rio Grande Mud – 6,5
Tres Hombres – 6,5
Fandango! – 5,5
Tejas – 5
The Best of ZZ Top – 6,5
Deguello – 4,5
El Loco – 4
Eliminator – 6,5
Afterburner – 5
Recycler – 4,5
Greatest Hits – 5,5
Antenna – 5
One Foot in the Blues – 5
Rhythmeen – 4,5
XXX – 4,5
Mescalero – 5
Los Del Tonos – 6

Playlist di brani selezionati degli ZZ Top

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