Teatro Degli Orrori – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli italiani Teatro Dell’Orrore propongono una musica dalle strutture elaborate fra Post-Rock, Noise-Rock, Post-Core e Pop/Rock.

Dell’Impero Delle Tenebre (2007) soffre di qualche lungaggine e qualche brano minore, mostrando il fianco sorattutto nelle parti musicali: in sostanza le strutture sono cangianti e fantasiose, ma i singoli riff, ritornelli, le varie sezioni delle canzoni non sempre si dimostrano personali ed originali quanto si vorrebbe e molte sezioni ricordano Steve Albini, Jesus Lizard, Afterhours, Drive Like Jehu e altri gruppi della scena Post-Punk e Post-Core. Il punto forte dell’album è invece Pierpaolo Capovilla, voce poliedrica, sospesa fra recitazione, beffa, urla, teatralismi, attacchi diretti, poetica sbilenca e difetti di pronuncia (della “r”, difetto piuttosto marcato). Vita Mia si fa apprezzare soprattutto nel finale, surreale quanto basta (“Ciao Lucifero!”), ma Capovilla si dimostra padrone della formazione già in Dio Mio, capace di adattare l’italiano ad una poetica Rock notevole, mentre il tappeto musicale ricorda Albini da vicino. Carrarmatorock! è il momento migliore dell’album, inno antimilitarista pieno di energia e di ansia mentre, diametralmente opposta ma ugualmente interessante, rischia di commuovere La Canzone Di Tom, intimisticamente Folk.

A Sangue Freddo (2009) prosegue le idee del primo album, replicandolo da vicino in Due, Direzioni Diverse (che però si chiude su fiati morbidi e chitarre spagnoleggianti), Padre Nostro, Il Terzo Mondo o nella spigolosa Alt!. Ci sono anche tentativi di innovazione malriusciti: il Post-Rock venato di Elettronica, con sfumature Pop, di E’ Colpa Mia non si fa perdonare qualche banalità compositiva mentre La Vita è Breve, sempre con richiami di Pop elettronico, appare confusa e fa il buono ed il cattivo tempo, fra banalità compositive e qualche momento d’estasi.

La band ripesca però anche le note dolenti del Folk che furono della Canzone Di Tom in Io Ti Aspetto, che prende forma da sibili sinistri e si snoda in una desolazione soffocante che dimostra le doti intimiste della formazione.

L’istrionismo di Capovilla è sempre regnante ed innesca anche le maggiori novità ed i passaggi migliori: la title-track è uno dei picchi della carriera, una forma ibrida del loro possente Post-Core/Rock unito ad un riff Hard Rock massiccio e Capovilla al solito luminoso e capace di alternare il tono dell’invettiva a quello dell’urlo sgraziato, quello dell’attore a quello del rocker più comune.

Meglio è però Majakovskij, un recitato alla Offlaga Disco Pax condito di acrobatico Post-Core/Rock, per oltre cinque minuti e mezzo di mutazioni musicali ed un testo ispirato come non mai (preso dal poeta russo). Die Zeit si impone come il loro capolavoro ed il brano più toccante, significativo e innovativo: una apertura fra Post-Rock e disturbi spettrali iniziano una confessione toccante, angosciante e tristissima, che carica tensione per chitarre riverberate ed eco sinistri fino a configurare un lentissimo crescendo che prende ritmo dopo cinque minuti abbondanti; il crescendo emotivo, il nervosismo e la tensione esplodono poco prima del sesto minuto, in una distorsione titanica, che suona come una catastrofe sentimentale a cui un sofferto assolo chitarristico non riesce a porre rimedio; Capovilla recita apatico e rassegnato, ricordando il Ferretti di Amandoti; dopo circa otto minuti rimangono rintocchi di metronomo, un silenzio surreale che sfuma lentissimamente fino a lambire l’undicesimo minuto complessivo ed a concludere un numero carismatico e personale, con una eccezionale espressività.

A Sangue Freddo intacca la propria qualità con una manciata di numeri autoderivativi e sfocati ma, prima timidamente con episodi sparsi nella tracklist e poi soprattutto nel finale di Die Zeit, riesce anche a fra intravedere delle interessanti idee per il futuro, che variano significativamente la loro formula musicale. Che alcuni episodi sembrino scarti del precedente album è un dettaglio disturbante, soprattutto perché metà del minutaggio si perde in episodi sovente deboli o mediocri mentre il resto mostra spinte al cambiamento e qualche momento ispirato. Anche i Teatro Degli Orrori sono rimasti vittima di quel dogma che vuole veder pubblicata una quantità di brani superiori all’ispirazione reale delle formazioni.

Il Mondo Nuovo (2012) è un concept album sull’immigrazione ed il viaggio. Un album ambizioso che propone il solito derivato da Shellac, Big Black e Jesus Lizard, riprende le aspirazioni più letterarie di A Sangue Freddo, propone brani più “immediati” e “commerciali” e si autocompiace fino alla nausea. Rivendico è autocitazione bella e buona; Io Cerco Te è una cosa trascurabile à la The Bitter End dei Placebo.

Non Vedo L’ora è spudoratamente Shellac, così come Doris (che è una proprio di Shellac, ma reinterpretata) e Martino. Skop Je ci mette un po’ di Nu Metal, virato etnico in Gli Stati Uniti D’Africa. Fra gli sbadigli c’è Cleveland-Baghdad, un’idea didascalica e con picchi di banalità, verbosa nel suo incentrarsi sul recitato di Capovilla, che se non recita Majakovskij difficilmente colpisce fino in fondo, soprattutto quando sproloquia, come esemplifica Nicolaj. Ion replica La Canzone Di Tom, ma più monotona. Il duetto con Caparezza, Cuore d’Oceano è infarcita di Dubstep e bassi distorti, ma dura troppo per quanto dà.

Adrian è l’unico momento-recitato che vale davvero (7 min. e mezzo), ma Capovilla forse sopravvaluta molto le sue doti di intrattenitore.

Il ritorno della band avviene con Il Teatro Degli Orrori (2015) forte di un synth inserito in formazione e con la voglia di ripescare la potenza dell’esordio con brani violenti, altezza Steve Albini, uniti al tono declamatorio, invasato, istrionico di Capovilla. Quando l’opera si allontana dalle verbose riflessioni sociopolitiche e intellettuali del terzo album si scoprono brani intensi, spigolosi, accattivanti e orecchiabili, ancora oggi in grado di distinguersi nel panorama italiano. Disinteressati E Indifferenti, con un Capovilla stravagante come nei suoi momenti migliori, La Paura, con i synth a pestare insieme all’anima Post-Core, Lavorare Stanca, con toni più malinconici formano un trittico in apertura che promette più di quel che il resto dell’opera dà.

Per esempio Il Lungo Sonno (Lettera Aperta Al Partito Democratico) scade nel didascalico sociopolitico in cui Capovilla si arena spesso. Genova è ancora più pesante nella sua descrizione del dramma sociopolitico, usando i colori del dramma laddove non arriva la creatività compositiva. Le monotone strutture di Una Donna, Benzodiazepina, Cazzotti E Suppliche, la jazzata Sentimenti Inconfessabili, che usano come sempre le variazioni d’intensità per sostenere gli sproloqui di Capovilla, sembrano riproporre i difetti dei brani minori degli album precedenti. Slint fa l’errore di mettere il flusso di coscienza del cantante in primo piano, senza la forza che ebbe una Majakovskij, forte di un testo di grande caratura.

Capovilla è il vero elemento che fa la differenza, nel bene e nel male. Quando diventa istrione sarcastico, capace di frasi provocatorie e sintesi scioccanti è l’ideale compendio per un suono che vive delle variazioni d’intensità e che ha poco spessore melodico e poca fantasia armonica. Quando le frasi diventano lunghi flussi di coscienza, ammorbati da tentazioni teatrali e intellettuali, nonché politiche, le composizioni si appesantiscono. Se la band non riesce a fare più di tre brani della foggia di quelli che aprono questo disco, sarebbe forse meglio ripiegare su tentazioni orecchiabili come Una Giornata Al Sole che arenarsi in nuovi manifesti ideologici, politici e sociali che mettono a nudo la pochezza di un messaggio che diventa velocemente autocompiaciuto, prolisso e didascalico.

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Voti:

Dell’Impero Delle Tenebre – 6
A Sangue Freddo – 6
Il Mondo Nuovo – 4,5
Il Teatro Degli Orrori – 5

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