Slayer – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli Slayer

Gli americani Slayer sono probabilmente la massima formazione per l’evoluzione dell’Heavy Metal in Death Metal assieme a Venom, Metallica e pochi altri. Sono loro con le loro seminali opere a superare i torrenti di violenza dei Metallica in una musica ancora più efferata ed estrema, luciferina e marcia, mostruosa e terrificante. I loro padri sono i Venom, da cui ripresero la iconografia, lo stile epilettico, l’ossessione per il satanismo, l’occulto e la violenza più efferata. Gli Slayer, tematicamente, si concentrarono però sempre di più sulle grandi tragedie dell’umanità, sul malvagio all’interno dell’uomo, sulle maggiori dimostrazioni di orrore e terrore nella storia dell’umanità: genocidi, troture di massa, serial killer, apocalissi sono il pane quotidiano della loro musica.

Musicalmente le chitarre di Hanneman e King sono l’estremizzazione di quelle dello Speed Metal, superando gli altri in velocità e violenza. Araya, alla voce, unisce un ringhio continuo e carnivoro ad acuti lancinanti di derivazione Judas Priest, fungendo da voce drammatica, da urlo del carnefice e da disperazione della vittima. Dave Lombardo alle percussioni si dimostra non solo veloce e potente ma anche capace di instillare nelle veloci partiture un nuovo livello di tensione e di atmosfera, congiungendo efferatezza e atmosfera thriller e non rinunciando quasi mai ad evidenziare i momenti più drammatici con precisi e chirurgici cambiamenti e variazioni, assurgendo all’olimpo del genere come uno dei batteristi più dotati della decade e del Rock tutto.

Show No Mercy (1983) è il primo album di studio della band. Suona come un Heavy Metal intriso di violenza e nazismo, percussivo e martoriante. Di fatto, si trattava solo di una evoluzione mostruosa ed abominevole del sound dei Venom, da cui ripresero in molte cose anche le immagini macabre e tetre. The Anti-Christ è forse il brano più significativo, un nuovo standard di ferocia che sarà la base dei successivi sviluppi sia degli Slayer che di altre band che si spingeranno anche più “oltre” di loro.

Hell Awaits (1985) aumentò di molto la personalità del loro sound allontanandosi dai Judas Priest e dai Venom e ponendo maggiore attenzione sul satanismo ed altre tematiche ossessive come la necrofilia, l’omicidio ed il vampirismo. La title-track è il primo grande capolavoro della carriera, oltre sei minuti di descrizioni di uno scontro fra demoni ed angeli in cui i primi prevalgono: Araya ringhia violento mentre Lombardo crea groove trascinanti e le due chitarre iniettano con riff veloci e assoli nuovo pathos al brano che così diventa catastrofico, violento e drammatico aumentando di molto la componente atmosferica e terrificante della loro marcia narrazione. Kill Again è il primo passo verso la descrizione di omicidi efferati, poi marchio di fabbrica della band, ma il resto dell’album aggiunge poco a queste due canzoni, risultando col senno di poi un fondamentale momento di passaggio.

Reign In Blood (1986) è il loro capolavoro. Un lavoro che vale la pena di essere citato fra i massimi capolavori della Storia del Rock ed indubbiamente come migliore album Heavy Metal a pari merito di pochi altri. Un concentrato di immagini catastrofiche, di maestose apocalissi sonore, un tour infernale labirintico e scioccante, una sequela di aggressioni che sfiora il fastidio. Sin dall’apertura di Angel Of Death, forse il loro miglior brano, si compie un equilibrio fantastico fra cavalcate a rotta di collo e drammatici rallentamenti.

Araya che apre con un urlo lancinante, e poi i giochi chitarristici e la batteria di Lombardo costruiscono impalcature solide per esibizioni drammatiche che fanno assurgere a nuovi livelli la potenza emotiva dell’Heavy Metal. Le schegge supersoniche di Reborn, epilessi incontrollata di onnipotenza e delirio di sangue, la mattanza di Piece By Piece per immagini turpi e incedere schiacciasassi, l’incubo fobico di Necrophobic sono brani che scuotono l’anima dall’interno e che fondono al gioco estremo di esplosioni e sangue una tutt’altro che trascurabile componente emotiva di disperazione, terrore, paura, angoscia. Araya sembra spesso un simulacro dell’uomo schizoide, assassino, violento e debole allo stesso tempo, spaventato e spaventoso come pochi altri. Hanneman e King includono stridori, assoli veloci, riff possenti e veloci, esplosioni rallentate e trovate ad effetto per sublimare la tensione spasmodica. Lombardo si dimostra capace tanto di distruggere quanto di affascinare con un percuotere preciso, vario e mai troppo invasivo. Fatto tesoro di un nuovo livello di velocità e potenza, la band raggiunge così l’apice formale, affina la sua lama tagliente e pubblica un concept album dalla struttura circolare che ben si conclude con la pioggia sanguinaria di Raining Blood, posta in fondo e massimo esempio di questa arte della catastrofe e della paura. Il riff portante di Raining Blood è uno dei più memorabili dell’Heavy Metal, Araya trasmette una disperazione profonda nel suo cantare ed il finale per tornado epilettico ed assoli da macellaio si spegne solo in una pioggia di sangue, immane catastrofe davanti alla quale l’uomo non può che soccombere e morire, affascinato eppure terrorizzato dall’immensa catastrofe che si sta preparando. Reign In Blood rappresenta il caos prima dell’apocalisse, l’orda di demoni che invade la mente degli uomini malati che si cibano di violenza, è un viaggio senza ritorno nell’abisso del sangue e del dolore. Così monolitico e catastrofico è il percorso che la pioggia, seppur di sangue, giunge liberatoria, come se il killer trovasse un attimo di sollievo quando seda la sua sete di sangue, un attimo prima di disperarsi di quanto ha compiuto e rimanere terrificato da se stesso. Reign In Blood, pur rifacendosi al Thrash Metal, è uno dei momenti più vicini al Death Metal che il Rock avesse mai sentito, ma integra già in sé alcune gocce di Black Metal e riassume la catastrofe morale ed emotiva che sarà del Doom. Questa è la bibbia nera del loro animo drammatico e catastrofico, l’abbecedario dell’apocalisse sonora che hanno generato, il brano che i Venom non sono mai riusciti a comporre. Reign In Blood è inoltre capace di mantenere un’identità ed una personalità in ogni brano facendo affiorare fra le scariche di morte e distruzione momenti di tetre melodie, di paesaggi infernali e di urla dannate: pochi dei loro epigoni riusciranno a trovare questo equilibrio, troppi finiranno per comporre monotoni poemi di insistita ferocia senza molta profondità.

Reign In Blood è un’opera che vale un posto fra i massimi capolavori di arte più tetri e catastrofici. E’ un’opera intrisa di una rabbia, di una violenza, di una sofferenza, che sembra strano non veder apparire come tangibile tanto è palpabile nelle fumose e malate atmosfere in cui ogni brano si ambienta. Se i Venom furono fra i primi a parlare di una musica per l’inferno ed a renderla credibile, la musica degli Slayer è quella del terrore e dell’aberrazione più turpe della razza umana ed ha perso qualsiasi sfumatura autoironica o iperbolica.

South Of Heaven (1988) è un’opera molto meno trascendentale. Rallentando i ritmi ed aumentando la componente “atmosferica” delle loro orribili visioni, gli Slayer costruiscono il tetro sermone della title track ed il ritornello nero di Spill The Blood. Nel complesso, però, si è perso un po’ dell’equilibrio della precedente prova, pur continuando a mantenere un livello notevole, soprattutto grazie ad una prova impeccabile di Lombardo alle pelli, al massimo della forma. Probabilmente coscienti dell’impossibilità di replicare la ferocia dell’opera precedente la band sapientemente esalta la forza emotiva e drammatica delle proprie composizioni, evitando una stasi artistica tipica di molte formazione Heavy Metal.

Seasons In The Abyss (1990) prosegue la carriera sulle medesime coordinate regalando ancora War Ensemble, un altro assalto frontale e violentissimo, e la dedica al serial killer in Dead Skin Mask.

Paul Bostaph sostituisce Lombardo per Divine Intervention (1994) che accentua la crisi creativa della formazione ma dimostra una violenza nuovamente trascinante con Dittohead e Killing Fields. Serenity in Murder, al contrario, ricerca di nuovo un maggiore gioco di atmosfere come in South Of Heaven, non riuscendo nell’impresa.

Undisputed Attitude (1996) è una raccolta di cover che dimostra le loro radici nell’Hardcore e nel primo Thrash-Core.

Diabolus in Musica (1998) riesce nella notevole impresa rendere nuovamente il loro sound innovativo e sorprendente: il Groove Metal ed il Nu Metal si integrano nella loro musica, i tempi di batteria si fanno più complessi e lenti, il passo è più mastodontico e fulmineo e graffiante; più che una tempesta, è un bombardamento. Si tratta ancora di un album in parte legato alle prime opere. In Bitter Peace, In the Name of God e Stain of Mind si vede una formazione pronta ad una evoluzione sicura ed evidente, con tutto l’intento di uscire dalla tomba della ripetizione infinita. Una produzione notevole favorisce l’effetto muro di suono e trasforma gli Slayer in una grande ispirazione anche per il Nu Metal più violento.

God Hates Us All (2001) riesce così ad essere persino l’album più estremo dopo Reign In Blood, meno veloce ma ugualmente catastrofico e terrorizzante. Il capolavoro di questo nuovo corso è Disciple, testo profondo e urla di violenza, riff tellurici, ritmo devastante. Ascoltando War Zone si capisce che pochi delle nuove leve riescono a creare muri sonori più catartici ed impressionanti degli Slayer, nonostante tutto. Exile, God Send Death e Bloodline completano un’opera devastante, violenta e sconquassante. L’ettenzione maggiore ai mid-tempo, la foga irredenta ed una energia invidiabile per la loro età non fanno che confermare gli Slayer come profeti delle apocalissi sonore e mentali più turpi.

Christ Illusion (2006) prosegue la scia positiva. Flesh Storm apre le danze con un Thrash cadenzato ed un Araya violento ma senza le doti vocali degli esordi. L’approccio Hardcore, già intuibile nei primi passaggi, si sublima poi con Catalyst, più veloce e potente, salvo poi rallentare e ritornare ad un groove vagamente Nu Metal con Eyes Of The Insane. Jihad è un Hard Rock che accelera poi in un Hardcore Nu-Metal con fraseggi Thrash esaltando una ricerca sonora comunque costante ed eclettica. Siamo dalle parti dell’Hardcore/Metal che compare agli inizi degli 80 con gruppi come DRI et similia. Skeleton Christ apre con un riff ed una ritmica che potrebbe essere di quel Roots dei Sepultura, torna ancora sull’Hardcore, vira a tratti nel Thrash. Araya abbandona urla acute e strazianti all’insegna di una voce più ritmica e concitata, per esigenze anagrafiche ma anche, forse, per una scelta stilistica. Il lavoro della band è tutto volto a cambiare continuamente tempi e velocità, sfruttando una grande padronanza delle strutture. Consferacy si regge a galla grazie ad un drumming distruttivo del ritornato Lombardo, sempre impeccabile. Cult è di nuovo partenza lenta, furia Hardcore, batteria impazzita, chitarre incontrollate, assoli al fulmicotone. E’ proprio quel lavoro di un Lombardo ispirato ed un King più tecnico che allontana la noia e dona nuova linfa vitale, rinfrescando la loro musica. Supremist conclude con una marcia di morte che ricorda i nostri quando, ancora, parlavano del sud del paradiso. L’apice è però il rallentamento a due terzi del pezzo e i frammenti di rumore e chitarre urlanti che dipinge un quadro apocalittico. Black Serenade e Catatonic rimangono nella mediocrità.

In conclusione pur non sfornando un capolavoro la band regala possenti inni, senza troppo annoiare, rivedendosi ma non stravolgendosi. Un album non facile ma apprezzabile.

World Painted Blood (2009) si presenta intenso e diretto come l’ultima produzione, con arrangiamenti essenziali e violenti, una grande forza ritmica e violenza a profusione. La title-track, dopo una inquietante apertura, configura un crescendo martellante che affoga alla fine in una insopportabile implosione emotiva, con un taglio netto finale. Unit 731 sembra però riecheggiare fin troppo da vicino Reign In Blood, come una percentuale dell’album che comunque ricorda o il passato prossimo o quello più remoto (Hate Worldwide, Not Of This God, Snuff, la violentissima Public Display of Dismemberment, la banale Americon, la furiosa e comunque coinvolgente Psychopathy Red, che sembra uscita direttamente dal loro album migliore). Questi brani, oltre a rischiare di essere autoderivativi più volte, sono anche difettati da una sensibile eterogeneità. Beauty Through Order però mostra un lentissimo e straziante mid-tempo, fra i più terrificanti della loro intera carriera e si configura come uno dei brani migliori assieme a Human Strain, che si concede persino della “pause” di tensione, che esulano da tutta la loro precedente carriera e piuttosto ricordano uno strano ibrido fra la scuola degli Zu e gli Hatebreed. Playing With Dolls si apre quasi a sembrare la loro prima ballata, un quadro apocalittico che esplode dopo un minuto abbondante e trionfa nella batteria di Lombardo e negli assoli al fulmicotone delle sempre affilatissime chitarre, regalando uno dei brani più belli della loro ultima decade di carriera, con crescendo su estasi percussive e veloci ed acuti sibili di chitarra, poi una pausa che lascia senza fiato ed il “melodico” ritornello che diventa un pow-wow apocalittico e finisce in un’altra cesura implosiva, che mantiene altissima la tensione. World Painted Blood è probabilmente il loro album peggiore soprattutto per la monotonia di buona parte della tracklist e per qualche eccessivo richiamo al passato ma, nonostante questo, sa ancora mostrare gli artigli di una formazione che è incredibilmente ancora in grado di rivaleggiare con i propri pronipoti musicali.

Gli Slayer hanno saputo in una carriera ultraventennale tenere alta la qualità di una musica estrema che difficilmente ha deluso ma che è anzi riuscita ad evolversi in modo più o meno costante come solo le grandi formazioni riescono a fare. Dopo tutti questi anni, la loro presenza sulle scene è tutt’altro che anacronistica o legata ai furori passati, confermando ancora lo spessore più volte confermato tramite le loro opere migliori.

Repentless (2015) non apporta nessuna novità di rilievo: gli Slayer sono una formazione affilata, persino essenziale, che ha conservato potenza e aggressività nonostante sia ormai palesemente in una fase calante. La superflua intro di Delusions Of Saviour porta alla title-track, singolo che non sfigura nella discografia, ma che potrebbe benissimo essere datato 1995.

Cast the First Stone sembra usire da South Of Heaven, così come When The Stillness Comes e Piano Wire; altri brani invece richiamano Reign In Blood (Implode, Atrocity Vendor, You Against You). Non solo manca Dave Lombardo, sostituito da Paul Bostaph, ma anche Jeff Hanneman, membro storico morto pochi mesi prima dell’uscita dell’album: nonostante quest’ultimo fosse uno dei compositori, però, il modello è ormai così rodato che è facile da replicare.

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Voti:

Show No Mercy – 6
Hell Awaits – 6
Reign In Blood – 8,5
South Of Heaven – 7
Season In The Abyss – 6,5
Divine Intervention – 6
Undisputed Attitude – 6,5
Diabolus In Musica – 6,5
God Hate Us All – 7
Christ Illusion – 6,5
World Painted Blood – 5,5
Repentless – 5

Playlist di brani selezionati degli Slayer

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