16 Horsepower – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei 16 Horsepower

David Eugene Edwards è uno dei personaggi più carismatici della musica statunitense, almeno per quanto riguarda gli anni ’90. Edwards nasce in Colorado, allevato da un predicatore metodista: la religione rimarrà una forza oscura per la sua arte e sarà fondamentale nel definire i temi delle sue canzoni. Dalla sua penna usciranno infatti canzoni sul dolore, la penitenza, il male, il peccato, la redenzione: un’immaginario mistico e filosofico, allo stesso tempo religioso e maledetto. Nel suo modo di cantare, spesso febbricitante e nevrotico, nel suo tremore gotico e lugubre, Edwards trova una versione inquietante e a tratti persino grottesca del canto Folk e Blues. Il suo modello di cantante è quello del bluesman maledetto Jerey Lee Pierce. Ma non è solo una questione di ugola, perché il nostro si impegna anche a suonare, a seconda delle occasioni, chitarra, banjo, concertina, ghironda, lap steel guitar, bandoneon e pianoforte.

Attorno al leader si alternano vari musicisti, anche se Jean-Yves Tola e Pascal Humbert, il primo dietro le pelli e il secondo con le dita su un basso, sono i due più fidati compagni d’avventure di Edwards.

Se dei temi si è già detto, rimane da dire dello stile musicale prescelto. La tradizione è il punto di partenza: la musica degli Appalachi, il Bluegrass, il Country e il Gospel, oltre a qualche dose di musica del Sud. Quello che rende Edwards e soci hanno di straordinario, però, è di usare questo grande bagaglio di musica popolare come mero punto di partenza, facendo affiorare dal dolore, la disperazione e il rapporto profondamente emotivo con la religione che contraddistinguono molte musiche tradizionali statunitensi l’aspetto più violento, disperato, lugubre e angosciante. Per farlo sono funzionali il Punk e l’Hardcore, ma riletti come se Pogues e Violent Femmes fossero stati immersi nell’inchiostro nerissimo di un Nick Cave.

Tradizionali e innovatori allo stesso tempo, riescono a brillare di una luce fosca grazie soprattutto al talento speso nelle composizioni, fragili equilibri di antico e contemporaneo, come se un morto stecchito si prodigasse in spaventosi sussulti muscolari. Grazie a questi elementi la band ha reinventato il suono delle radici statunitensi, quello che laggiù chiamano “roots”, per parlare d’angoscia anche agli ascoltatori di fine millennio.

Sackcloth ‘n’ Ashes (1996) è destinato a rimanere il loro capolavoro, un album tanto affascinante quanto crudele nella sua anima gotica e nel suo inquietante alone funebre. Facile rimanere ipnotizzati dalla malinconica I Seen What I Saw o farsi rapire dalla nevrotica Black Soul Choir.

Quando si arriva a Haw compare anche il violino di Gordon Gano, impegnato ad aggiungere tensione al fosco arrangiamento.

Si sentono echi di Nick Cave su Scrawled In Sap, cantata con la disperazione nel cuore, come il migliore Jay Munly. La danza gotica da strada di Harm’s Way, un valzer tanto stravolto da riportare alla mente gli esperimenti con la musica romagnola che fecero i CCCP, e il coro lugubre di Heel On The Shovel, altro gioiello oscuro, conducono fino al valzer tormentato di American Wheeze, che esplode fragoroso in distorsioni tutt’altro che liberatorie. Finisce che anche le melodie sinuose di Neck On The New Blade siano piegate al tono ferale di una preghiera maledetta.

Il finale, Strong Man, dirada la musica per far meglio apprezzare il buio tutt’intorno: Edwards ulula alla Luna la sua disperazione, prima di esplodere nel finale.

L’opera è una sequenza di immagini toccanti, profonde, intense una sorta di viaggio sonoro nelle miserie umane. La musica popolare – con i suoi accenti Country, Western e Bluegrass – unita alle zampate Punk e Rock, non concede mai un sospiro di sollievo. Edwards, con la sua carismatica interpretazione vocale da predicatore invasato e disturbato, è l’anima di questo sudario in musica.

Low Estate (1997), con l’aggiunta del violinista Jeffrey-Paul Norlander, replica in buona parte le idee dell’esordio, con più dilatazione e meno intensità. Composto da composizioni scritte in buona parte prima di aver pubblicato un disco, suona meno coeso.

La musica è più irruenta, vicina a  Nick Cave e Gun Club, in episodi come Brimstone Rock, For Heaven’s Sake e Coal Black Horses. Low Estate è un lentissimo, funereo, motivetto circense degno dei Black Heart Procession. Sac Of Religion scompone anche il senso d’ordine in un grido disperato, con chitarre ruvide, cori funerei e un testo torbido. Un caos di fisarmoniche accompagna Pure Clob Road, una trenodia che ha il sapore di un circo grottesco mentre Phyllis Ruth rimane sospesa in una suspense irrisolta. Golden Rope, dopo un agognato crescendo che la rischiara, si spegne come stramazzando per terra, senza energie, tanto è fiaccata dal dolore. The Partisan chiude l’album con cantato in inglese e francese, tappeto sonoro sussurrato, coro da funerale, regalando una rilettura personale del brano sulla Resistenza francese di Emmanuel d’Astier De La Vigerie e Anna Marly.

Centrale, nel caso dei 16 Horsepower, è l’impatto emotivo: le immagini dei testi, le melodie, i ritmi cooperano per suscitare nell’ascoltatore un affascinante  quanto tetro senso di meraviglia. Low Estate è una delle opere più depresse che io ricordi, nervosa e irrequieta dall’inizio alla fine. Non potendo replicare la sorpresa di Sackcloth ‘n’ Ashes, la band ha optato per un’estensione di quell’intuizione, mettendo in fila il secondo album riuscito della carriera.

Evidentemente, è arrivato il momento di voltare pagina. I primi due album, fatti di brani scritti quasi tutti nello stesso periodo, hanno esplorato un modello stilistico che ha trovato vari sbocchi alternativi su Low Estate. Con Secret South (2000), tre anni dopo, Edwards e soci prendono la via una musica più epica e atmosferica, smussata degli spigoli di un tempo e calata nell’estetica più austera, lugubre e misteriosa. Sperimentano qua anche composizioni più lunghe e articolate. L’impetuosa Clogger svia l’ascoltatore: è il pezzo più Rock dell’album, anzi decisamente Hard Rock, un esplosivo inno che sposta l’energia rumorosa dei primi album in strutture maestose e molto meno ruvide. Se pensate che il disco sia tutto così, però, vi sbagliate di grosso. Dentro, infatti, troverete il classico popolare The Wayfaring Stranger, spartana fino all’eccesso, ma soprattutto il nuovo stile ipnotico e ricercato di Cinder Alley, con un ritornello che s’impenna inaspettatamente. Il tempo di buttarsi a piedi uniti nella più profonda depressione con la ballata notturna Burning Bush, per la quale l’aggettivo spettrale sembra il più appropriato, basta a farsi stupire dalle sferragliate che squarciano Poor Mouth.

Arriva anche l’inevitabile momento in cui si posano gli strumenti da rocker e, assaliti dai fantasmi, ci si riduce a cantare una ballata desolante nel far west di Silver Saddle. La band è diventata abilissima a lavorare di fino, laddove nei primi album esplodeva con irruenza: una buona dimostrazione la trovate in Splinters.

Niente di straordinario la cover di Nobody ‘Cept You di Bob Dylan, elemento curioso di un album che segna virtualmente la fine dell’esperienza dei 16 Horsepower.

L’ultimo album della band si intitola Folklore (2002) e contiene solo quattro brani originali, e ben sei tra canzoni tradizionali e cover. La vena creativa si è inaridita, ma rimane una band capace di rileggere la tradizione con il piglio dei grandi. Sono inoltre notevoli i brani inediti: Hutterite Mile, la desolante Blessed Persistence, e una Beyond The Pale che rientra nei loro capolavori di depressione.

I brani da interpretare sono poi selezionati con cura sopraffina, e si adattano al loro tono dimesso e riflessivo già ascoltato su Secret South.

La formazione si scioglie nel 2005, lasciando il panorama musicale orfano di una formazione fra le più carismatiche degli anni ’90. David Eugene Edwards continua la sua avventura musicale negli Woven Hand.


 

Discografia

Sackcloth ‘n’ Ashes 1996 9
Low Estate 1997 8
Secret South 2000 7
Folklore 2002 6,5

Playlist di brani selezionati dei 16 Horsepower

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4 thoughts on “16 Horsepower – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Pietro ha detto:

    Assolutamente sì. E’ una prosecuzione del discorso musicale iniziato con il gruppo, 16 Horsepower. In particolar modo credo valga la pena ascoltare almeno questi due album: “Consider the birds” e “Ten stones”. Anche se come per i 16 Hoursepower non c’è una vera e propria innovazione, sul piano stilistico-compositivo sono su altro pianeta rispetto a tanti altri gruppi… Grande musica che unisce misticismo cristiano e dark country.

    Complimenti per il sito molto interessante e per l’ottima musica che ascolti. A presto!

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