Roxy Music – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Roxy Music

I Roxy Music sono una delle più grandi formazioni inglesi di inizio anni ’70, capaci di proporre una versione progressiva del Pop/Rock che ha di fatto modificato radicalmente l’evoluzione della musica degli anni ’70 ed ’80. Brian Eno alle tastiere e alle sperimentazioni futuristiche e azzardate; Phil Manzanera alla chitarra fra rumorismi, Pop/Rock e ascendenza colte; Brian Ferry al canto fra crooning sentimentale e nevrosi; Andy McCay al sassofono a puntellare i brani di tensione, romanticismo o avanguardia di derivazione Jazz a seconda dei casi; Paul Thompson a battere il tempo di queste danze stranianti: i Roxy Music potevano contare su una formazione che meritava l’invidia di tutto il Rock coevo, soprattutto (ma non solo) per l’apporto che Eno e Ferry riuscivano a dare a questa musica.

Roxy Music (1972) è un’opera fulminante, che rielabora il ballabile in un clima intellettuale e contemporaneamente immediato e trascinante, creando un nuovo Pop/Rock elettronico che flirta con il Jazz e l’Avanguardia. Remake/Remodel è una sorta di versione esagitata di Kraftwerk ed una anticipazione più composta dei capolavori dei Pere Ubu. I tappeti cosmici di Ladytron però aprono per un futurismo algido, per arrangiamenti insoliti ed accostamenti inusitati come anche nella splendida If There Is Something, una accorata serenata malinconica che poi ripesca il Prog Rock. Virginia Plain è uno dei massimi capolavori del Rock inglese, un ballo nevrotico venato di un rumorismo mai troppo invadente e cosparso di variazioni e strumenti differenti.

Il gioco di generi e stili prosegue con 2 HB, venata di Jazz, ma è ben poco nei confronti di The Bob, collage di riff Hard Rock, fiati Jazz, proto-Ambient, gorghi cosmici e poi sonate di piano, in un continuo mutare che trasforma una musica festosa in una inquietante visione da incubo. Forse è questa la cifra stilistica più riconoscibile nella loro musica, una sorta di danza che cerca di dissimulare l’apocalisse, un inquieta tranquillità, un enfatico trionfo che nasconde una imminente sconfitta. Questa desolazione però affiora chiaramente nella cacofonica Chance Meeting, capolavoro atmosferico per piano dimesso e distorsioni acidissime, e nella ancora più sorprendente Sea Breezes, sette minuti che ricordano da vicino i picchi fragili di Buckley, una sussurrata preghiera tremante ed un monumento al vuoto della disperazione. Bitters End non riesce così a dissimulare il vero messaggio dell’opera, che propone degli immediati e semplici modelli Pop/Rock complicati, personalizzati e resi più profondi da infinite trovate di arrangiamento ed accostamento. L’opera è una sintesi di “ballabile” e “desolante”, di avanguardia e Pop/Rock, di musica cosmica e intimista, di chiassoso e intellettuale. Forse nessuno in Inghilterra riuscirà mai più a proporre un simile gioiello di eleganza, forza emotiva e originalità senza doversi allontanare molto di più dalle forme del Rock “canonico”.

I Roxy Music sono anche una sintesi delle sperimentazioni di King Crimson, Soft Machine e Genesis, tre punti cardine dai quali la formazione prende chiari riferimenti, pur perseverando in una lettura autonoma. Il massimo merito rimane ad ogni modo, più di quello della sintesi, quello della facilità con cui idee tutt’altro che radiofoniche riescono a penetrare in una musica che è facile all’ascolto, per lo meno escludendo gli episodi più desolanti.

For You Pleasure (1973) è ancora più azzardato nell’attacco frontale di Do The Strand, il massimo del loro eccesso cacofonico-orgiastico e nella incalzante sperimentazione Rock’n’Roll di Editions Of You, ancora una volta un modello semplice per un risultato tutt’altro che banale, anzi spinto da un ritmo ossessivo di tastiere e sfregiato da assoli stridenti. Il cantante Bryan Ferry indulge però fin troppo nel melodramma quasi cantautorale in Strictly Confidential e finisce per apparire opaco crooner in Beauty Queen. In Every Dream Home A Heartache la sua prova è più teatrale e drammatica. Il capolavoro dell’album e forse di tutta la carriera è però The Bogus Man, una versione da discoteca dei Pink Floyd più allucinati che inventa una versione intellettuale e sperimentale del Funk, intrisa di sperimenti sommersi nella base ritmica, nel battere ostinato, nell’eco di qualche incubo da bad-trip, nei piccoli dettagli di tastiere che minano il suono in continuazione, in una versione Pop di Halleluwah, come se i Can si fossero messi in testa di creare un compromesso per le discoteche totalmente assurdo. La title-track ritrova l’equilibrio fra gli eccessi di Ferry ed un tono lisergico-surreale, fra l’assurdo e il drammatico, che già attraversava alcuni brani dell’esordio. Con For Your Pleasure la band porta avanti una sperimentazione sul Pop/Rock “futurista” forse rimasta ineguagliata.

Stranded (1973) inizia proprio ad attenuare queste spinte, anche a causa della dipartita di Brian Eno, che viene sostituito alle tastiere da Ed Jobson (ex Curved Air) in corso d’opera. Street Life, un’altro glorioso Rock’n’Roll ultra-ritmico e nevrotico, è intrigante, ma nel resto della tracklist ci sono troppi passaggi minori o senza la forza di un tempo, per esempio Psalm in otto minuti regala qualche bella emozione solo dopo la metà, grazie alle stranianti commistioni fra droni Gospel/cosmici e fraseggi brevi di fiati. A risollevare l’opera però ci pensa un altro dei loro massimi capolavori, A Song For Europe, il loro ritornello più commovente e tragico, sostenuto da una musica triste, incorniciata da fiati pregni di afflati tragici e un pianoforte che funge da punteggiatura di questo dramma autunnale. Mother Of Pearl e la più delicata Sunset, fra tutti gli altri brani, sono le due canzoni più valide, ma aggiungono poco di innovativo ad un canzoniere così pregevole.

Da questo momento in poi però la carriera della formazione si fa molto meno interessante. Country Life (1974), con il violinista Ed Jobson (ex Curved Air) è così solo una raccolta di ballabili possenti come l’iniziale Thrill Of It All, All I Want Is You e Prairie Rose, ma anche un album che non ha metà della potenza artistica dell’esordio. Ferry affina il suo canto romantico, più libero di spadroneggiare in arrangiamenti meno affollati di eventi musicali e stravaganze, ma torna saltuariamente al graffiante e claustrofobico stile degli esordi, per esempio in Casanova. L’esuberante gioco di contrasti di Bitter Sweet sembra resuscitare lo spirito iconoclasta di un tempo.

L’influenza dei Roxy Music sul ballabile del decennio successivo si può ascoltare nell’apertura di Siren (1975), con l’ammiccante Funk di  Love Is The Drug. Sentimental Fool sembra l’altro lato, quello più banale, di questa lenta evoluzione verso un sofisticato ballabile. Both Ends Burning sebra ammiccare ai New Romantic. Viva! Roxy Music (1976) è un documento live che segna anche la fine del periodo.

Questa tendenza continuò sul vendutissimo Manifesto (1980), senza Jobson, con episodi come Trash, Angel Eyes o la title-track.

Meglio tacere di Flesh + Blood (1980), probabilmente il peggiore album della loro carriera, ormai ammorbidito in un Pop sofisticato.

Andrà meglio con Avalon (1982), il migliore album da molto tempo, che contiene il Pop sofisticato e romantico di More Than This, il miglior brano del periodo più Pop, ma anche The Space Between, la title-track e True To Life, una boccata d’aria fresca relativamente al recente, pessimo, passato.

Dal glorioso esordio ad un primo periodo che li vide fari di un Rock innovativo e intellettuale, i Roxy Music sono diventati sotto la guida di Ferry un gruppo meno interessante e votato ad un Pop ballabile per quanto sofisticato, con pochi momenti di grande creatività.


Discografia:

❤ Roxy Music 1972 9
For Your Pleasure 1973 8,5
Stranded 1973 7,5
Country Life 1974 7
Siren 1975 6
Greatest Hits 1977 7
Manifesto 1979 5,5
Flesh + Blood 1980 5
Avalon 1982 7
Street Life: 20 Great Hits 1986 7

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