R.E.M. – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli R.E.M.

Gli R.E.M. Sono candidati ad essere la più grande formazione Pop/Rock degli anni ’80 e ’90. La band statunitense è riuscita a creare un suono personale che ripescava dal Folk/Rock, dalle armonie vocali degli anni ’50 e ’60, dalla New Wave, dal Punk creando un ibrido che è contemporaneamente semplice, orecchiabile e profondo. Le loro canzoni, che rispettano quasi sempre i canoni della canzone più o meno classica nel complesso, sono in realtà costruite seguendo attenti modifiche ai singoli strumenti, integrando sommessamente e frequentemente elementi caratterizzanti: Peter Buck alla chitarra è un erede della psichedelia e dei riff cristallini e trasognati alla Byrds ma non disdegna più possenti momenti Rock ed Hard Rock, instillando sovente nei brani melodie semplici ed efficaci che guidano i brani; Michael Stipe canta modulando le vocali in modo spesso esasperato, trasformando la pronuncia in una specie di lamento urbano, una poetare malinconico; Bill Berry alla batteria diventa spesso uno dei protagonisti della formazione, uscendo dalla nebbia in cui spesso il suo strumento è relegato nel Pop/Rock ed aggiungendo spunti fantasiosi alle canzoni, sfruttando tanto il tamburellare forsennato che il ritmo dall’impatto minimo, non disdegnando nemmeno alcuni attacchi violenti e qualche variazione ad effetto; Mike Mills, al basso, completa la formazione. Il loro è un artigianato Pop/Rock, attento al dettaglio, che ha permesso alla formazione si scrivere un grande numero di canzoni notevoli sparse soprattutto nella prima decade della carriera. La loro forza, non potendo contare su una “rivoluzione” reale di qualche elemento, fu un impressionante varietà stilistica e di ispirazione: nel corso della loro carriera gli R.E.M. hanno seguito almeno 6-7 modelli di base che hanno approfondito album dopo album; la ballata romantica, l’accusa sociale, il quadretto psichedelico, l’affresco malinconico, la novelty Pop sono solo alcuni dei loro stili. Gli R.E.M., sempre criptici nei testi e incorreggibili in uno stile cangevole, hanno rappresentato uno stato d’animo inquieto e ossimorico, fra dolcezza ed ansia, fra tranquillità e frenesia, fra ascesi religiosa/mistica e quotidianetà noiosa e “limitata”. Stipe, in questo senso, col suo cantare dalle sfumature religiose, ha interpretato una fragilità emotiva che attraversa tutta la loro carriera, affiancata da un gusto poetico visionario e sovente espressionista.

Come per tutti i gruppi Pop/Rock, gli R.E.M. si concentrarono quasi subito sulle canzoni che, quando riuscite, illuminavano i loro album. In sostanza, tranne gli esordi, la loro carriera è una carriera di singoli episodi notevoli, che messi assieme rendono notevoli interi album. Non ultimo, la band ha anche creato il modello per la band Pop/Rock alternativa, che si attiene ai canoni del genere ma dimostra continuamente personalità, stile, carisma, che impreziosisce (nei casi migliori) i brani di molteplici motivi di interesse.

Murmur (1983) è il manifesto di tutta la loro arte, del loro stile e della loro personalità artistica. L’inno Radio Free Europe è una New Wave grintosa, guidata dalla sezione ritmica e ingioiellata da un ritornello superbo, corale e orecchiabile ma anche incalzato nel finale da rinforzi di batteria per aumentare la forza cinetica del brano: rimarrà il loro inno migliore, una canzone criptica e incalzante che non verrà mai replicata nella lunga carriera. I riflessi psichedilici di Pilgrimage, uno dei capolavori della carriera, precede gli echi indiani e la modulazione asiatica di Laughing. Talk About The Passion, una ballata romantica, è divisa fra basso pulsante, chitarre mistiche e ascensioni vocali. Moral Kiosk mostra l’immediatezza e la complessità della loro musica: la sezione ritmica varia dal Punk/Rock al tribaleggiante, dal ritmo New Wave all’up tempo più banale mentre Stipe si muove fra gorgheggi yodel, malinconie e vocalizzi difficilmente intellegibili. Il pop tribale di Catapult, con rfilessi Country, anticipa Sitting Still, incalzante refrain Power-Pop. 9-9 è un trionfo della loro arte Pop/Rock visionaria, un collage di voci, echi, riverberi e ritmiche che si accavallano e dileguano. Shaking Through è uno dei capolavori del loro jingle-jangle, un ritornello commovente, semplice e trasognato: esistono pochissime formazione nella Storia del Rock che possono vantare un simile equilibrio nella formazione, un ruolo di ogni membro, una immediatezza che è anche profondità.

Murmur potrebbe essere quasi l’album Pop/Rock perfetto, immediato, orecchiabile ma anche profondo, complesso, significativo, elaborato. Non a caso lo stile della band sarà di grande ispirazione per decine di formazioni degli anni ’80 e ’90.

Invece di replicare il successo, però, i successivi Reckoning (1984) e Fables of the Reconstruction (1985) non riescono a scacciare l’impressione che la formazione si trovi disorientata dopo il successo dell’esordio. Dal primo dei due album vale la pena comunque di conservare South Central Rain, un Folk/Rock psichedelico per un accorato refrain ed un minaccioso pulsare ritmico. Dal secondo si può estrarre Feeling Gravity’s Pull. Indubbiamente i due album provano stili e variazioni al loro canzoniere, ma mancano momenti che riassumano e stratifichino le emozioni e le contaminazioni come nell’esordio: l’album sembra dilungarsi nel suo complesso, le canzoni sembrano inconcludenti, nonostante diversi spunti intriganti. Col senno di poi, sono laori minori per la loro carriera.

Life’s Rich Pageant (1986) continua l’artigianato Pop/Rock, regalando le possenti Begin The Begin e Just A Touch, l’incalzante e rabbiosa Hyena, la delicata Fall On Me (che ricorda molto i Troggs di Love Is All Around), il Roots splendente di Underneath The Bunker, la malinconica Cuyahoga e la ballata dai riflessi Soul di Flowers Of Guatemala. Ci sono dei brani minori ma gli R.E.M sono tornati dei grandi del Pop/Rock, consegnando un manipolo di brani notevoli, seppure nessuno arrivi alle vette dell’esordio.

Document (1987) conferma che i tempi erano maturi per il secondo capolavoro Pop/Rock della loro carriera: l’album, che rivaleggia con Murmur a pieni diritti, è forse un po’ più discontinuo ma inanella alcuni dei più grandi brani Pop/Rock di sempre. Finest Worksong è un capolavoro di protesta proletaria, un inno rivoluzionario dal ritornello epico e memorabile ma non è un caso isolato, perché It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine) è una filastrocca incalzante, grintosa, possente, immediata e splendida, un modello imprescindibile del Pop/Rock per tre lustri di gruppi successivi. Gli R.E.M. non rinunciano però alla personalità, anche quando affrontano forme musicali che sono, al solito, non così inaspettate. La ballata d’amore diventa così The One I Love, il capolavoro di tutta la carriera ed una malinconica e cinica canzone d’amore, che parte come una sentimentale cantare all’amata e diventa una pensierosa e dura riflessione sui rapporti interpersonali, sull’ipocrisia, sulla malattia delle relazioni, il tutto con uno Stipe tenebroso e profondo, un ritornello liberatorio ed arioso ed una sezione ritmica che interpreta alla perfezione i vari momenti mentre Buck ingioiella con la sua chitarra mutevole. Welcome To The Occupation e Lightnin’ Hopkins completano i brani maggior ma l’album brilla per 3 capolavori assoluti che cementificano la posizione dei R.E.M. nell’Olimpo del Pop/Rock degli anni ’80.

Green (1988) aggiunge altri tasselli alla leggenda: PopSong ’89 è il loro miglior Pop/Rock, con tribalismi e riff di chitarra accattivante oltre a delle efficacissime melodie vocali; Stand è la loro giostra più luminosa, un tripudio melodico che ha tutti i caratteri della “hit” da ascoltare all’infinito; Orange Crush è una serie di scariche di batteria per un refrain ipnotico, psichedelico e ammaliante, con ritornello-invocazione dai toni mistici (si tratta in realtà di una canzone di protesta); I Remember California chiude l’album con un trip da incubo, desolante e depresso, una visione lisergica e spettrale, violenta nei ritornelli e fatale nei contenuti, con un lavoro geniale di Buck alle chitarre e la solita dote “interpretativa” della sezione ritmica, mentre Stipe è qui profeta e condannato a morte, un religioso che snocciola considerazioni tragiche sull’esistenza. You Are The Everything e World Leader Pretend si pongono poco al di sotto di questi brani memorabili, mentre il resto della tracklist, come è ormai abitudine, rimane dignitosa ma non eccezionale.

Out Of Time (1991) inizia la nuova decade aumentando gli arrangiamenti e proponendo un sound più riflessivo ed un po’ meno frizzante. La formazione è comunque ancora capace di numeri memorabili come Losing My Religion, per mandolino e confessioni amare, l’alternarsi piano/forte di Shiny Happy People, altra giostra Folk/Rock, e Radio Song, l’opener dal groove intrigante. Il resto dell’album, però rischia qualche scivolone e così, tranne Near Wild Heaven e la visionaria Half A World Away, diventa opinabile valutare positivamente Endgame, Country Feedback, Me In Honey, Belong o la dispersiva Low (che pure intriga nel suo cupo blaterare, ma non vale i suoi 5 minuti). La logica è la medesima degli ultimi album: qualche brano notevolissimo sparso nella tracklist e qualche brano “minore”, peccato che i brani minori stiano diventando davvero mediocri e che i capolavori scarseggino (in Out Of Time vale questa etichetta solo Losing My Religion).

Automatic For The People (1992) è ancora meno vivace, fino a diventare omogeneo e ripetitivo come nessun altro album finora. Nonostante due momenti notevoli come Everybody Hurts, depressa sentenza sul dolore e soprattutto Man On The Moon, il momento migliore, degno del loro canzoniere più riuscito nonché un altro grande momento melodico per Buck, l’album è tutt’altro che entusiasmante, anzi esaspera il senso di pochezza dei brani peggiori di Out Of Time: rassegnati, senza energie e senza idee accattivanti gli R.E.M. si riducono ad una formazione mediocre.

Monster (1994) dimostra che la formazione ha ancora qualche asso da sfruttare: un suono più energico, vitale e persino Hard Rock investe Monster e ridesta la loro carriera dal torpore. What’s the Frequency, Kenneth?, con le chitarre di Buck in primo piano ed un refrain intrigante reintroducono l’inquietudine dell’esordio. La conferma del turbamento giunge da Crush with Eyeliner, con chitarre Noise Rock ma tutto l’album vive dell’energia nervosa di King Of Comedy, Star 69, il Reggae alla Police di Bang And Blame e I Took Your Name, mentre decisamente incredibile per i loro educati standard è Circus Envy, una rivisitazione di You Really Got Me più cacofonica, con Buck che sfocia nel rumore assordante. I momenti più riflessivi sono cupi e pensierosi come in I Don’ Sleep, I Dream, ma sono anche meno interessanti. Se la ripresa c’è ed è evidente, l’album, abbastanza coeso e continuo, forte di un mood nuovo e più variegato nello stile, non presenta comunque quella sfilata di brani notevoli del passato: What’s the Frequency, Kenneth? è l’unico momento che merita la loro top 10, mentre il resto, discreto nel complesso, non riesce comunque ad archiviare momenti indimenticabili.

New Adventure In Hi-Fi (1996) prosegue più o meno nei medesimi territori, con la pensierosa E-Bow The Letter, il possente Garage Rock di The Wake Up Bomb, la minacciosa Undertow, l’aggressiva Departure, il refrain di How The West Was Won, la polverosa atmosfera boogie di Binky The Doormat. La lunga Leave si dilunga un pò troppo ma in sostanza l’album, come il precedente, si attesta su una “discreta mediocrità”, alternando momenti interessanti ad altri opachi, senza capolavori e senza obbrobri. La formula, però, pende sempre di più verso un appiattimento su un livello mediocre senza sussulti, come a dimostrare che la parte più debole del canzoniere sta prendendo il sopravvento sulla loro capacità carismatica di personalizzare e rendere originali e vitali anche le formule del Pop/Rock. Sembra quasi che, nel tempo, la band abbia sempre di più visto prevalere il mestiere all’estro, al tocco personale, riducendo così quelle “contraddizioni” stilistiche, quelle particolarità che rendevano i loro brani non semplici Pop/Rock di pregevole fattura, ma potenti manifesti di un Rock “alternativo” di cui gli R.E.M. possono rivendicare a diritto il titolo di “padrini” assieme a poche altre band.

Up (1998) è sostanzialmente una raccolta di ballate Pop/Rock, seriose e pensierose. Con il batterista Berry che è uscito dalla band è la ristrettezza di mezzi a fare da propulsore per Hope, con ritmi elettronici, ma il risultato è mediocre e tragicamente, non va meglio nel resto dell’opera. Le canzoni, perso molto del ritmo, si adagiano su sonnolente melodie vacue, con Buck meno brillante del solito e Stipe che indulge in toni omogenei in tutto l’album. Le canzoni mancano di ritornelli, melodie, idee intriganti, stranezze, visioni: è come ascoltare i R.E.M. senza tutti i lati positivi dei R.E.M..

Reveal (2001) non migliora di molto la situazione. The Lifting e I’ve Been High sfruttano una elettronica confusa per cercare di rievocare il trasognato stile del passato, meglio interpretato in All the Way to Reno (You’re Gonna Be a Star) che però si dilunga troppo (meritava di durare 2 minuti). I brani seguono tutti uno stile di Folk/Rock un po’ turbato dall’elettronica ma alla fine spiccano Imitation of Life e la ballata emotivamente devastante di I’ll Take The Rain, grande momento lirico e drammatico, favola metafisica come Man On The Moon e sorprendentemente uno dei brani più sottovalutati di tutta la loro carriera.

Around The Sun (2004) conferma il sound senile come un Pop/Rock di ballate non esattamente entusiasmanti. Leaving New York è un modello Pop impeccabile ma anche senza una personalità ed il battito di Electron Blue è l’unico momento che ridesta da un torpore artistico ormai sintomatico di una morte annunciata.

Quando ormai era lecito darli per spacciati gli R.E.M. risorgono con Accelerate (2008), capace almeno in parte di risollevare la sorte avversa del loro declino. Un po’ più guitar-oriented, immediato, turbato e nervoso, Accelerate è una sorta di colpo di coda, almeno negli episodi più Rock. I brani salienti sotto questo punto di vista sono Living Well Is the Best Revenge, I’m Gonna DJ e la ruggente title-track, un teso Rock aggressivo e tagliente che aggiunge un brano energico e valido al loro canzoniere dopo un lustro e più di esercizi incerti. Il resto dell’album torna invece alle ballate più morbide, ma Sing for the Submarine, Supernatural Superserious e Until The Day Is Done, nonostante non spicchino per chissà quali doti risultano comunque superiori ai mediocri esercizi del recente passato.

Con alle spalle una carriera che può vantare un numero impressionante di canzoni valevoli gli R.E.M. possono ambire al posto di migliore band Pop/Rock del periodo ’82-’91 oltre che ad un ruolo non trascurabile nel Rock nell’invenzione ed istituzionalizzazione di un Folk/Rock malinconico, riflessivo ed “alternativo” che hanno rinnegato solo quando hanno perduto l’ispirazione che guidava i momenti migliori della loro carriera.

Molto buone sono le raccolte The Best of R.E.M. (1991), In Time: The Best of R.E.M. 1988–2003 (2003) e And I Feel Fine… The Best of the I.R.S. Years 1982-1987 (2006) che mettono in risalto, se ce ne fosse bisogno, il notevole numero di singoli notevoli che la band ha regalato nel corso della carriera.

Un modello del loro canzoniere migliore potrebbe contenere: Radio Free Europe, Pilgrimage, Talk About the Passion, Catapult, Moral Kiosk, So. Central Rain (I’m Sorry), Feeling Gravitys Pull, Begin the Begin, Cuyahoga, Hyena, Finest Worksong, It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine), The One I Love, Lightnin’ Hopkins, Pop Song 89, Stand, Orange Crush, I Remember California, Radio Song, Losing My Religion, Shiny Happy People, Everybody Hurts, Man on the Moon, What’s the Frequency, Kenneth?, Crush with Eyeliner, E-Bow the Letter, The Wake-Up Bomb, How the West Was Won and Where It Got Us, I’ll Take the Rain, Imitation of Life, Living Well Is the Best Revenge, Accelerate e I’m Gonna DJ.

Voti:

Chronic Town – 7
Murmur – 7,5
Reckoning – 5,5
Fables of the Reconstruction – 5,5
Life’s Rich Pageant – 6,5
Document – 7,5
Eponymous – 6,5
Green – 7
Out of Time – 6,5
The Best of R.E.M. – 7
Automatic For The People – 5
Dead Letter Office – 4,5
Monster – 6,5
R.E.M.: Singles Collected – 6
New Adventures in Hi-Fi – 6
Up – 4,5
Reveal – 5
In Time (The Best of REM 1988-2003) – 7
Around the Sun – 4
And I Feel Fine… The Best of the I.R.S Years 1982–1987 – 7
Accelerate – 6

Playlist di brani selezionati degli R.E.M.

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4 pensieri su “R.E.M. – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Antonio ha detto:

    Ho riascoltato all’infinito The one i love per trovare un senso agli elogi unanimi ricevuti,sarà perché da document in poi i rem mi fanno sbadigliare eccetto le novelty (it’s The end, stand),l’unico genere che nel periodo irs non era stato approfondito e che ancora mancava nel repertorio,qualche colpo di reni(pop song 89,man on the moon)e due rimpianti(what’s the frequency e Orange crush sarebbero dei capolavori con l’equilibrio musicale degli inizi)..con Lifes rich paegeant avevano raggiunto un compromesso tra gli inizi più new wave e il sound lineare e robusto del nuovo corso che faceva presupporre a un trittico micidiale con document e green,invece il sound si è messo al servizio dei ritornelli con le chitarre spogliate degli umori esistenziali e la sezione ritmica senza l’irruenza garage degli esordi e che si concede ogni tanto la licenza di stupire,come in pop song 89,I remember California mi ha detto poco sinceramente,ma dopo la tua descrizione mi sono convinto a riascoltarla..senza un superbo vocalist come stipe,l’unico valore aggiunto rimasto a galla,molte canzoni hanno l’unico merito di essere orecchiabili come comanda il genere,in ogni caso il declino toglie poco alla grandezza dei rem,capaci di coniare un nuovo genere di pop esistenziale lontano dagli eccessi e dalle confessioni catartiche alla replacements,la loro arte filtrava in maniera più sottile e intelligente ma non meno efficace..oltre a dire la mia mi piace sempre consigliare qualcosa di affine al loro genere degno di ascolto,tra i loro contemporanei ci sono buoni artisti come smithereens e 10000 maniacs,(questi ultimi condividevano molto del pubblico dei rem),e soprattutto i db’s,che partendo dai Big star hanno superato a mio parere i loro maestri,potendo contare su un grande talento come Peter Holsapple,non c’è da stupirsi se dopo lo scioglimento dei db’s entrò a far parte nei rem come quinto membro aggiunto

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  2. Grazie mille Antonio, fa sempre piacere leggere le tue opinioni, ben argomentate e approfondite. Sono ignorante sulle band che citi (tranne i Replacements). Ammetto che ho un certo affetto per i R.E.M., quindi alcuni miei giudizi potrebbero essere più buoni del solito (incoscientemente, magari). Sicuramente hanno avuto un declino che, fortunatamente, è stato interrotto dallo scioglimento, mi auguro definitivo.

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  3. Antonio ha detto:

    Ho scoperto altri artisti pop rock da segnalarti,i shoes,una fucina di ritornelli che hanno anticipato in maniera più talentuosa dei big star l’imperversare del jangle pop degli anni 80,e i del lords.che si rifanno piú a springsteen e a tom petty,il loro stile è molto simile a quello di born in the usa,con meno pacchianeria

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  4. Grazie mille Antonio, aggiunti negli ascolti da fare. Dovrei avere più tempo nelle prossime settimane, anche se c’è una certa urgenza di ascoltare album notevoli del 2016 per le classifiche di fine anno.

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