Queen – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Queen

I Queen sono probabilmente nella top five dei gruppi più famosi in Inghilterra di tutta la Storia del Rock. Freddie Mercury è uno dei cantanti più famosi, idolatrati, osannati, venerati e imitati del mondo. Molte loro canzoni sono inni Pop prima che Rock, nel senso che il bacino di utenza di un brano come, per dire, We Are The Champion, si misura in centinaia di milioni. I Queen sono spesso annoverati fra i più grandi gruppi inglesi del ‘900 da molta stampa e godono di un rispetto immenso soprattutto in patria (ma anche in Italia c’è una venerazione quasi religiosa).

Tolta l’aura di intoccabili, tolti gli orpelli che abbagliano molti ascoltatori non proprio espertissimi, tolti improbabili meriti storici, i Queen sono un modestissimo gruppo che partendo dall’Hard Rock e dall’Heavy Metal britannico fusero costantemente questo con il vaudeville, l’opera, lo scherzo zappiano ed i ritornelli melodrammatici e più smielati. Furono un mix di pomposità spesso insopportabile, chitarre triviali, cantato esasperatamente teatrale, fino ed oltre la nausea. Nonostante le intenzioni fossero alte, ovvero quelle probabilmente di fondere Hard Rock e Classica, i risultati non si avvicinano praticamente mai a quest’idea iniziale e consegnano alla storia solo un lotto di inni da stadio belli solo se cantati in 20.000, qualche bel ritornello come tanti altri artisti di Pop, qualche momento scherzoso che starebbe bene in qualche album di Zappa, magari uno dei 50 minori che ha pubblicato.

Queen (1973) annoia alla morte con sferragliate di chitarre che si reggono solo sui volumi e non indovinano un refrain davvero brillante, un cantato fra il magniloquente ed il piagnucolante, una sezione ritmica trascurabilissima. Si salva, ma senza stupire, Keep Yourself Alive.

Queen II (1974) ci riprova, per fortuna con esiti migliori. Soprattutto le strutture sono adesso più varie e coraggiose, ed il tentativo di proporre un Hard Rock progressivo è quantomeno apprezzabile per l’idea (ma meno per i risultati tiepidi). Father to Son e The March of the Black Queen, entrambe oltre i sei minuti, innalzano un po’ il livello dell’opera, ma la meno appariscente Seven Seas of Rhye riesce forse a fare la parte del leone.

Sheer Heart Attack (1974) giunge all’apice di questo periodo con il volume sparato a mille dell’Heavy Metal di Stone Cold Crazy, Brighton Rock e soprattutto la divertente e leggera Killer Queen, con echi da vaudeville, uno dei loro pochi capolavori.

A Night At The Opera (1975) trionfa in fantasia e regala un concept sull’opera, costante ispirazione della formazione. I’m in Love with my Car e la dolcissima Love of My Life sono i brani migliori fra quelli più brevi, alternandosi ad altri tutto sommato incapaci di concretare l’ambizioso progetto. The Prophet’s Song, in otto minuti, riesce a divertire per più della metà, cosa non da poco per una formazione che deraglia dopo due minuti solitamente. Ancora più prodigioso è il brano-capolavoro di tutta la carriera, quello che nonostante tutto giustifica un posto dei Queen su una Storia del Rock (su quella del Pop sarebbero comunque da annoverare, e fra i più importanti e famosi): Bohemian Rhapsody è una minuscola suite che fonde Classica, Rock e power-ballad. Vede trionfare le tecniche di produzione della formazione, adatte a mascherarne i limiti, in un tornado dissacrante di ansia, delirio e drammaticità che guarda da vicino le parodie di Zappa e spinge a pensare che i Queen avrebbero voluto fare opere simili a Absolutely Free ma che forse ripieghino su un canzoniere più semplice e mainstream un po’ per mancanza d’abilità compositiva, un po’ forse per brama di successo.

Dopo A Night At The Opera i Queen non pubblicheranno più un’opera che valga almeno allo stesso modo. Ancor peggio, buona parte della loro carriera si svilupperà su desolanti brani mediocri e qualche guizzo d’ispirazione.

Salvando in parte Freddie Mercury, grande intrattenitore, showman e cantante dotato se non altro di una voce potente e carismatica, di un’ottima estensione e di grande duttilità, i Queen si sono quasi sempre dimostrati una formazione trascurabile.

A Day At The Races (1976) prosegue senza fantasia sui binari dell’album precedente, in quel pasticcio di operetta, Hard Rock sanguigno e mielismi Pop. Il pretesto questa volta è Somebody to Love, con elementi Gospel ed un andamento intrigante fra il serioso ed il comico ed altra perla del loro repertorio, soprattutto se confrontato al resto della tracklist. Esclusa, in parte, Tie Your Mother Down, uno dei pochi brani Hard & Heavy riusciti della loro pessima carriera di gruppo Hard & Heavy, il resto sfrutta al solito un dubbio gusto per commistioni che uniscono alla trivialità di May il teatralismo di Mercury, per pomposi e baroccheggianti, ridondanti e magniloquenti atteggiamenti da viziate prime donne. In fin dei conti è come ascoltare A Night At The Opera senza un paio dei brani migliori e senza un capolavoro come Bohemian Rhapsody.

Sul palco ed in giro per il mondo i Queen non facevano che confermare la loro stucchevole pomposità in spettacoli sempre più accentrati su un Mercury più attore che cantante.

News of the World (1977) apre con due dei loro brani più celebri: la banalità Heavy Metal, call & response da stadio e chitarrismo bieco di We Will Rock You; la autocelebrativa (non che ci sia da stupirsi) We Are The Champions, dove Mercury almeno mostra le sue buone doti vocali, e la band indovina un ritornello semplice e orecchiabile dopo una melodia nella strofa tanto epica quanto immediata, creando un inno del Pop/Rock che batte tutti gli altri in quanto a autoesaltazione e trionfalismo (non è un complimento). Il resto dell’album è praticamente incolore.

Jazz (1978) riprova accostamenti opinabili con Mustapha, con elementi orientaleggianti, ma in fondo ritenta le carte del Pop/Rock più mediocre e banale con Bycicle Race e Don’t Stop Me Now, brani appena colorati di spunti di Classica integrati in strutture Pop per melodie banali.

Live Killers (1979) fotografa la formazione in sede live con un doppio album troppo prolisso ma in linea con la loro carriera di esagerazione. Il repertorio è scarso e molti dei brani si impoveriscono eseguiti live, mostrando i molti limiti della formazione (Killer Queen perde buona parte della propria vivacità). Persino Mercury, osannato per molte decadi successive, mostra doti vocali tutt’altro che superbe (persino We Are The Champions ne esce molto impoverita).

Nel 1980 i Queen pubblicano la terribile colonna sonora Flash Gordon, sorprendentemente simile ai Kraftwerk di Radioactivity in alcuni passaggi, ma privati di qualsiasi motivo di interesse. Il lavoro in studio, The Game (1980) non è molto migliore: Another Bites The Dust è un ballabile Disco/Funk che ricorda i Chic di Good Times, e conquista l’ascoltatore con un giro di basso efficace, peccato duri il doppio del necessario; Crazy Little Called Love sembra una satira dei gruppi vocali, con risultati almeno divertenti; il resto è spesso vicino al Funk, anche questo maestoso e pomposo come nella terribile Dragon Attack, oppure affoga semplicemente in un pasticciato Pop/Rock.

La bassezza della produzione persiste su Hot Space (1982) fra pessimi ballabili Disco/Funk. Le chitarre sono lasciate a prender polvere per buona parte del tempo, si sprecano le linee di basso e le batterie ossessive, Mercury si sforza a fare vocalizzi e gridi d’incitazione aumentando di non poco la pateticità della prova di studio. Under Pressure, con David Bowie, è l’unico brano valido, ma non è niente per cui valga interessarsi a quest’opera orribile.

La mancanza di nuove idee si concreta nei quasi 36 minuti di The Works (1983) che contiene il riuscito Pop/Rock elettronico di Radio Ga-Ga, mentre il resto annaspa fra altre tentazioni di triviali Hard Rock (Tear It Up), melodrammatici Pop/Rock come IT’s A Hard Life e tanti episodi pateticamente mediocri.

Freddie Mercury può soddisfare il sogno di un disco Pop/Dance su Mr. Badguy (1985) che, in quanto solista, lo vede finalmente capace di mostrare le sue discrete doti vocali, seppure i pretesti musicali siano spesso trascurabili. Living On My Own è un Pop/Dance ed un refrain quantomeno orecchiabile, Made In Heaven il momento riflessivo più efficace. E’ musica con arrangiamenti vecchi di un lustro e più, ma riesce ad esser meglio del recente catalogo dei Queen.

I Queen proseguono con Kind Of Magic (1986), che è sempre più raffazzonato e dispersivo, impantanato in un Pop/Rock a tratti ballabile, a tratti piagnucolante. Mercury, in compenso, è sempre più il leader incontrastato, la sua voce si è fatta più sicura e duttile rispetto al passato.

Freddie Mercury, nonostante il gusto perennemente e noiosamente teatrale, si afferma in questo periodo come uno dei più carismatici leader di tutti i tempi. Le buone doti vocali ed un continuo travestirsi e sfoggiare imponenti drappi e mantelli non fanno che estendere la sua fama al mondo intero.

Live Magic (1986) è un altro documento live che mostra i limiti della formazione (e come non riescano a fare Bohemian Rhapsody in sede live in un modo decente).

Mercury prosegue la carriera solista con Barcelona (1988) assieme a Montserrat Caballè. Il risultato, stucchevole e fuori dalla portata di Mercury mette poco in risalto anche le doti vocali della sua controparte. Divertimento per rockstar (ed autocelebrazione, forse).

Queen at the Beeb (1989) è un altro live della band, registrato nel 1973.

In tutto questo spettacolo pirotecnico, sfizi da viziate rockstar e fama mondiale è prevedibile che The Miracle (1989, con una copertina fra le più brutte di sempre) contenga molto poco di valido: The Invisible Man sembra Ghostbusters, mentre il resto è immerso in un Pop/Rock elettronico stantio e prevedibile, smussato e confezionato per piacere ai milioni di sudditi, guadagnandone magari altri.

Innuendo (1991), molto più intimista e drammatico, si regge soprattutto sulla title-track, trionfo del loro mix musicale e trionfo anche della voce di Mercury, mai così potente e duttile. E’ sorprendentemente fra le loro migliori canzone. Auotindulgenti e pomposi, i Queen lo sono anche nel momento migliore del loro Pop angosciato ed esistenziale, The Show Must Go On, idealmente il testamento di Mercury, che da lì a poco sarebbe morto per AIDS. L’album è più originale, personale e carismatico dell’ultima manciata di album, e conferisce spessore ad una carriera che è stata troppo spesso mediocre. I Can’t Live With You e These Are The Days Of Our Lives si uniscono ai brani che spiccano su Innuendo, che così si pone vicino a i loro lavori migliori (pochi album dei Queen contengono più di quattro canzoni valide).

The Freddy Mercury Album (1992) raccoglie parte del materiale solista di Mercury, per commemorazione della sua morte. Grande intrattenitore, showman, attore e trasformista capace di sfruttare un carisma certamente efficace sul suo pubblico, Mercury nel corso degli anni ha saputo sfruttare a pieno le sue doti vocali, forti di un timbro caratteristico, una discreta estensione e qualche trucco di studio ed in sede live. A lungo sarà considerato inarrivabile come cantante e la sua voce venerata come inumana, tuttavia un’estensione di circa tre ottave non è certo capace di farne un alieno (Tim Buckley sembra ne avesse 5,5 e lui rischia di essere irraggiungibile, considerandone anche doti artistiche, duttilità, poetica ed originalità) e la sua abilità è stata soprattutto quella di indulgere nei ruoli che più riusciva a restituire con efficacia. Nella Storia del Pop è verosimilmente fra i cantanti più dotati degli anni ’80 e ’90.

The Great Pretender (1992) contiene remix e rarità.

La tempesta discografica aggiunge anche Live At Wembley ’86 (1992), altro documento live e probabilmente il migliore della loro carriera con la band al massimo della forma.

Made In Heaven (1995) contiene una nuova versione della title-track e la luminosa Let Me Live, ma per il resto raccoglie brani già editi e riaccomoda registrazioni parziali per i fan accaniti, facendo sorgere il dubbio di un caso di sfruttamento del personaggio di Mercury.

Durante la loro carriera ed in particolare dopo la morte di Mercury le uscite discografiche sono state torrenziali. Queen on Fire – Live at the Bowl (2004) riporta un’esibizione del 1982 con una pirotecnica versione di Somebody To Love dove Mercury raggiunge probabilmente il suo apice vocale. Il problema è quello di ogni live dei Queen: anche quando la band fa il suo mestiere, il repertorio è soprattutto scadente.

Le numerosissime raccolte si sono susseguite copiosamente. Greatest Hits (1981), Greatest Hits II (1991), Queen Rocks (1997) ed ancora Greatest Hits III (1999) raccolgono la loro carriera senza fare miracoli (carriera mediocre, raccolte che non risplendono). Il box set The Crown Jewels (1998, solo in Giappone) raccoglie i primi otto album di studio, escluso Flash Gordon.

I Queen + Paul Rodgers sono i superstiti May e Taylor dei Queen di Freddie Mercury che tanto hanno fatto impazzire la natia Inghliterra e buona parte del mondo negli anni ’80 e ’90, assieme a Paul Rodgers (ex Free). The Cosmos Rock (2008), antiquato e soporifero quanto poco carismatico e raffazzonato esordio, infanga i nomi delle due “regine”, già colpevoli di una serie di album mediocrissimi in passato, ed allo stesso modo quello della graffiante ugola di Rodgers.

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Voti:

Queen 4,5
Queen at the Beeb 5
Sheer Heart Attack 6
Queen II 6
A Day At The Races 5
A Night At The Opera 6,5
News Of The World 4,5
Jazz 4,5
Flash Gordon 2
The Game 4
Hot Space 3
The Works 3,5
A Kind Of Magic 4
Innuendo 5
Made In Heaven 4
The Cosmos Rock – 4

Raccolte:

Greatest Hits Vol. 1 6
Greatest Hits Vol. 2 6
Queen Rocks 5
The Crown Jewels (8 CD) 5
Greatest Hits Vol. 3 5,5

Live:

Live Killers 5
Queen on Fire – Live at the Bowl 5,5
Live Magic 5,5
Live At Wembley ’86 6

Freddie Mercury solo:

Mr. Bad Guy 4,5
Barcelona 3
The Great Pretender 3,5
The Freddy Mercury Album 4,5

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