Polvo – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist (parziale) di brani selezionati dei Polvo 

I Polvo sono una delle massime formazioni degli anni Novanta. Questa band americana ha ereditato per molti versi il ruolo che fu dei Sonic Youth negli anni ’80, configurandosi come degli splendidi eredi e coniando, come i loro padri, un nuovo linguaggio Rock che è in sostanza una astrazione ed una rilettura molto personale di linguaggi già esistenti. Partendo dall’Indie-Rock, infatti, i Polvo fondono con maestria influenze disparatissime, ritornando alle radici della corrente “alternativa” ed attingendo dal Noise-Rock ma anche resuscitando le strutture per tempi dispari e variazioni improvvise del Progressive Rock, lasciandosi affascinare dal Country, dal Pop e dalle melodie più esotiche. Se questa sorta di Progressive-Noise/Indie Rock è un linguaggio in definitiva non completamente nuovo, è la fantasia e la costante sperimentazione che impedisce alla formazione di trasformarsi in una epigonico riassunto di 20 anni di Rock condito dei decibel più rumorosi. Le strutture camaleontiche sono infatti guidate dalla pazzia di Captain Beefheart, altro nume tutelare, mentre il chitarrismo di Brylawsk ripesca le epilessi psichedeliche/cacofoniche di Television e Pere Ubu. Brylawsk è spesso il motore delle variazioni più strane, rappresentando col suo chitarrismo costantemente stravagante e personale non solo l’asso nella manica della formazione ma uno dei più grandi citarristi della Storia del Rock.

Il suono a cui si giunge, estremamente personale, è insieme elaborato nella struttura, diretto e violento nei momenti più rumorosi, delicato nei momenti melodici e straniante nei momenti in cui queste fusioni portano il magma sonoro a cambiare volto, mostrando una nuova sfumatura o portando, come spesso accade, la struttura caotica e cacofonica verso un nuovo equilibrio ordinato che verrà magari nuovamente spezzato da chissà qualche fantasioso cambiamento.

Ovviamente, con un’opera così peculiare e carismatica, i Polvo passeranno praticamente inosservati ai loro contemporanei, come è spesso destino dei geni del Rock.

Cor-Crane Secret (1992) ha il grande pregio di aprirsi con Vibracobra, il primo capolavoro della loro carriera. L’inizio è melodico, straniante ed etereo ma dopo un minuto e venti secondi la chitarra rimane sola con un tremolo assordante, accompagnando la canzone fino alla melodia ubriaca del ritornello ed un finale dove la chitarra con decorazioni essenziali dipinge una acuta melodia distorta. La dinamica del Noise-Rock viene minata da Kalgon ma la splendida Bend Or Break sembra la versione frammentata, devastata ed al contempo orientaleggiante dell’Hard Rock, continuamente in preda a pause, scrosci sonori, muri cacofonici, una melodia vocale pacata ed apatica ed assoli dal sapore indiano. Ox Scapula è una rivisitazione alla Beefheart del crescendo Post-Rock, interrotta (non senza ironia) al culmine della tensione. Can I Ride e Sense Of It mostrano però momenti più derivativi e numeri come In the Hand, in the Sieve appaiono persino inconcludenti. The Curtain Remembers richiama i Pere Ubu e Well Is Deep i Television e solo Duped, nel finale, li vede di nuovo a distruggere modelli ben conosciuti: questa volta è il Grunge ad essere martoriato da assalti rumorosi, angoscianti epilessi chitarristiche e melodie oreintaleggianti, pause inaspettate, flussi sonori che seguono modelli prevedibili ma che costantemente li negano. Seppure con qualche incertezza e qualche momento minore, è da subito evidente che i Polvo hanno le carte in regola per cambiare il Rock.

Today’s Active Lifestyles (1993) prosegue la costruzione di un verbo nuovo. Il capolavoro Thermal Treasure rappresenta una rilettura del Grunge operata da Beefheart e Pere Ubu, un esempio eccelso di sgangherate strutture, assalti sonori improvvisi e pause di riflessione: la canzone dallo sferragliare passa alla malinconia, dall’incalzante passa al caotico con naturalezza e costante inarrestabile vitalità. Di nuovo una chitarra splendidamente ubriaca domina in Lazy Comet, altro catalogo di imprevedibilità con sfumature demenziali e dadaiste. Sure Shot riparte di nuovo dal Rock rumoroso, ma lo muta fino a far affiorare melodie sghembe e sgraziate, e poi lo fa altalenare fra questi due stati dicotomici: melodia e rumore, baccano e tranquillità. Se Stinger parte come un brano dei Sonic Youth nei due minuti finali mostra come la formazione sia aperta a sfruttare a pieno un chitarrismo camaleontico che cerca di ampliare al massimo la gamma di suoni possibili. I Polvo riescono a creare una musica che muta nelle strutture ma che in ogni momento risulta frammentata, stonata e sbilenca. Time Isn’t On My Side è cacofonia ma anche melodia sfigurata, un motivetto demenziale ed acuto per una nenia funerea della voce, un’altro stellare accoppiamento incredibile e stravagante. Action Vs. Vibe rievoca anche Big Black e Gemini Cup è un esercizio Slo-Core per Rock allucinato (ma si dilunga troppo nei suoi 7 minuti).

Celebrate The New Dark Age (1994) è un EP/mini album dove i Polvo sembrano meno sperimentali ma dove, per fortuna, riescono anche nel pennellare una ballata depressa e profondamente malinconica come Virtual Cold, che farebbe invidia ai Red House Painters. Il resto del materiale, però, è fin troppo prevedibile per i loro standard.

Exploded Drawing (1996) è il loro capolavoro. La musica si è fatta meno costantemente cacofonica ed ora, nel mix eterogeneo, Country e melodia sono entrati a pieno diritto ma il risultato è tutt’altro che più semplice e prevedibile, anzi si dimostra più sotterranemente manipolato. L’album è più complesso ma è anche più articolato e meditato, un attento esercizio di destabilizzazione, che porta la grammatica dei primi momenti della carriera alla massima espressione emozionale. La canzone minata e destrutturata lascia ora il posto ad una composizione in cui è difficile rintracciare un modello iniziale, una musica fatta essa stessa di frammenti di altra musica. Si tratta, per certi versi, della definitiva maturazione di questo sound, che non ha più bisogno per esprimersi al meglio di violare un modello conosciuto, ma che ora elabora alla perfezione una nuova estetica, di fatto un nuovo Rock. Il capolavoro Fast Canoe è una tristissima dedica che si muove in un Rock melodico ma che si spegne ogni tanto in confessioni fragilissime e che, sotterraneamente, continua a stonare e deviare, soprattutto con le solite chitarre sbilenche, che ogni tanto, in questo clima delicatissimo, riescono persino ad assaltare con rumori cacofonici; il finale, un Funk sconnesso, è un trionfo di destrutturazione che apre per distorsioni cosmiche e si attacca subito a Bridesmaid Blues, dimostrando come le idee della formazione siano ora così elaborate fino alla conclusione da permettere lunghi flussi sonori acrobatici ma collegabili. Feathers Of Forgiveness è un magistrale Pop/Rock minato da un riff granitico ed ansiogeno, un ritmo soffocante ed un affronto alla spensieratezza della musica da classifica. L’ironia di Passive Attack, che in realtà è un esercizio ubriaco di Folk alla Holy Modal Rounders, spezza un po’ il clima fosco dell’opera. La fusione fra ritornelli semplici ed omologati e romantici ed una musica tetra e minacciosa guida anche Crumbling Down, High-Wire Moves (con partenza violenta ed improvvisa) e soprattutto In This Life, che è un altro picco dell’opera nel suo spegnersi e sfociare nel quasi-silenzio fra una filastrocca demenziale stonata e l’altra. Purple Bear, che ripesca gli stilemi del Rock edonista e macho, vive di interruzioni improvvise, un chitarrismo al solito allucinatissimo e una grande sezione ritmica. Taste Of Your Mind è uno spassoso e demenziale canticchiare per lo show personale delle chitarre, che straniano il tutto e alienano tutta la canzone in una dimensione da visione lisergica di cui i Meat Puppets sarebbero più che felici.

L’altra faccia di questa finta spensieratezza sono Monoloth, per chitarra-fantasma e tristezza eterna, o la musica risucchiata da gorghi rumorosi di Street Knowledge, mentre Light Of The Moon dipinge una stonata serenata alla Luna.

Il capolavoro di tutta la loro carriera ed uno dei brani più importanti degli anni Novanta è la conclusiva When Will You Die for the Last Time in My Dreams: in quasi dodici minuti una cullante melodia, al solito ubriaca e stonata, è increspata da irrobustimenti ritmici che dopo meno di due minuti diventano uno sgolato e rombante Slo-Core; una serie di finte pause ed un urlo disperatissimo a circa due minuti e mezzo continuano l’imprevedibile viaggio ma dopo 4 minuti la situazione torna alla tranquillità e la dolce melodia lisergica ritorna salvo farsi inghiottire al quinto minuto nuovamente, quando le chitarre partono in un’estasi distorta, un orgasmo di decibel accatastati uno sull’altro, un fiume di rumore da cui affiorano improbabili melodie vocali opportunamente soffocate; poco dopo il settimo minuto la tensione si smorza, le note di chitarra rintoccano in un balletto fanciullesco che anticipa un crescendo, poi una pausa, poi un nuovo crescendo in un saliscendi emotivo che nel finale diventa sempre più incalzante e sgangherato: una chitarra ripete i medesimi suoni acuti e l’altra si esercita in droni scurissimi mentre la sezione ritmica instilla tensione spasmodica che si scioglie in una vibrazione interplanetaria, un drone che, seguendo la logica della destrutturazione e della estrosità, viene troncato di netto nel finale. Questo brano fa passare in secondo piano anche i pochi momenti minori dell’opera, conferendo ai Polvo una divina incoronazione poetica ed artistica.

Shapes (1997) prosegue la loro evoluzione, seppure il risultato sia meno imprevedibile e fantasioso e rappresenti una “normalizzazione”. Si tratta probabilmente del loro album più difficile ed articolato, il più meditato e complesso in quanto non segue direzioni precise e vive di più anime: alcune entusiasmanti, alcune sbiadite, altre né l’una né l’altra. La forma-canzone si insinua con maggiore convinzione in Enemy Insect, che però può permettersi un posto nel canzoniere migliore grazie al ricamo di melodie orientali da visione mistica. La strumentazione ampliata ed una cura maggiore a melodie e composizione dei brani porta però The Fighting Kites a suonare prevedibile, un evidente insulto alla loro carriera. La nuova gamma di strumenti favorisce gli orientalismi di The Golden Ladder, piacevoli ma non entusiasmanti, meno carismatici dei loro standard. Rock Post Rock vive di epilessi alle percussioni, in sostanza una versione estrosa, visionaria e stravagante degli ZZ Top che, sacrificando un po’ della loro continua mutazione, giunge ad un Hard Rock stonato e condito di pause e ripartenze. Everything In Flames propone un Rock rumoroso e claustrofobico, pronto ad esplodere, che però consegna poco ai posteri oltre al baccano. I Calexico sarebbero entusiasti di Downtown Dedication, una tromba messicana per un inno epico che batte territori nuovissimi di Soul/Roots. Twenty White Tents è uno dei pochi richiami evidenti al passato, uno Slo-Core alla For Carnation che ogni tanto è turbato da un riff massiccio che interrompe il balbettio orientaleggiante. D.D. (S.R.) è una versione Hard Rock/Psichedelica alla Hawkwind di un Hard Rock standard. L’album, mediamente discreto, mostra comunque momenti minori, fantasie meno imprevedibili ed una vicinanza a composizioni che, relativamente al loro canzoniere, rischiano di sembrare standard.

La splendida El Rocio, in quasi 13 minuti, è il manifesto di questo nuovo corso meno terroristico ed anarchico: una delicata melodia viene ricamata nei primi minuti, si interrompe e riparte leggera, turbata da accelerazioni dei piatti e qualche frammentazione che innesta tensione; poi melodie ubriache, stravaganti e malinconiche ed un continuo fermarsi e ripartire, fra tempi accoppiati senza alcuna limitazione, muovono il flusso sonoro poetico ed emotivo fra fascinazioni asiatiche e, nel finale, un incalzante accelerazione per droni sommessi, introducendo una coda in cui il riecheggiare Noise-Rock è sintomatico della più educata forma a cui i Polvo sono giunti nel corso degli anni. El Rocio rappresenta anche un modello che è auspicabile i Polvo seguano: meo anarchica e cacofonica, la composizione conserva un fascino notevole grazie alla struttura imprevedibile e sgangherata che, alimentando la fantasia del brano, rende questo intellettuale Post-Rock ancora una volta personale e carismatico. In molti brani dell’album, invece, la normalizzazione avviene a scapito di questa imprevedibilità di fondo, che viene smussata o annullata, svilendo l’anima della band e relegandoli, nei frangenti peggiori, ai limiti della derivatività.

Se El Rocio non è il capolavoro dell’album, allora il posto d’onore spetta a Lantern, un Roots-Rock alla Calexico imbevuto di western e di calura, echi allucinogeni per lisergiche visioni nel deserto ed una commovente anima intimista. Nonostante l’evoluzione abbia portato i Polvo ad una musica più anarchica, come accadde per i Sonic Youth, la band si dimostra sempre capace, nei momenti migliori, di una splendente ispirazione artistica, degna dei grandi del Rock.

In Prism (2009) torna dopo uno iato di 13 anni e, nonostante un po’ di polvere, risulta ancora credibile e godibile. Right The Relation è un Hard Rock intricato ma, per i loro standard, non troppo irregolare: l’intensità è costantemente elevata ed i tempi sempre incalzanti, nonostante qualche gioco di variazioni e di epilessi ritmiche. D.C. Trails, con le chitarre affilate ed il ritmo incalzante introduce la molto più interessante Beggar’s Bowl, un massiccio incedere alla CKY (sembra di ascoltare 96 Quite Bitter Beings) per chitarre acute e psichedeliche. Lucia, in più di 8 minuti, si ricorda per una parte centrale dove i Sonic Youth rivivono gloriosi fra echi orientali e familiari distorsioni portentose. Certo The Pedlar o Dream Residue/Work sono sia banali nel 2006 sia oca cosa per una band del loro talento. A Link In The Chain mette in luce, in quasi 9 minuti, le influenze Prog che da sempre aleggiano nei loro brani, costruendo un Noise/Grunge camaleontico, che pecca solo un po’ di prolissità. Certo meno innovativi ed originali che negli anni ’90, c’è da augurarsi che In Prism permetta alla formazione di ricevere qualche riconoscimento per una carriera portentosa e poco considerata, sia dal pubblico che da molta critica specializzata. L’album, con qualche brano minore e qualche lungaggine superflua, rimane comunque il prodotto di una formazione che conserva oltre al mestiere dei veterani gli assi della manica di una vecchia compagine di artisti.

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Voti:

Cor-Crane Secret – 7
Today’s Active Lifestyles – 7,5
Celebrate The New Dark Age – 6,5
Exploded Drawing – 8,5
Shapes – 7
In Prism – 6

Playlist (parziale) di brani selezionati dei Polvo 

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