Phish – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Phish

I Phish sono una delle eccezioni del Rock: titolari di una rivisitazione della corrente progressiva degli anni ’70, la band statunitense si dimostra capace di una tecnica compositiva ed una classe d’arrangiamento, nonché di una fantasia, una creatività ed una padronanza delle tecniche di ogni strumento che ne fanno un unicum nella Storia del Rock, soprattutto considerando che gran parte della loro carriera si sviluppa negli anni ’90.

Il loro stile compositivo è quello immenso di Frank Zappa, così che nella loro musica convergono in un continuo condizionarsi Jazz, Rock, Blues, Folk, Funk, Country e Classica. Da Zappa la band riprende anche un gusto per l’umorismo, per le melodie quasi comiche e per alcuni momenti da vaudeville.

Trey Anastasio (chitarra) , Jonathan Fishman (batteria), Mike Gordon (basso), Tom Marshall (voce) e Page McConnell (tastiere) formano una delle formazioni più talentuose e virtuosistiche della Storia del Rock. Anastasio, in particolare, si dimostra uno dei migliori compositori dai tempi di Zappa.

Certamente il loro Prog-Rock è anacronistico, fuori dalla moda ma anche capace di evitare ripetizioni stereotipe. L’innovazione della forma, tuttavia, non sarà mai il loro punto di forza, ma lo sarà l’equilibrio delle composizioni, la fantasia, il colore, la varietà che traspaiono dalle loro migliori composizioni.

I Phish, assieme a Zappa e pochi altri, hanno proposto una musica che creasse un immenso collage della musica popolare, rimanendo in questa operazioni intellettuale all’esterno delle avanguardie.

Storicamente i Phish ebbero il merito di riesumare il Prog-Rock, dimostrarne le ancora vive doti espressive e contestualizzarlo negli anni ’90, diffondendo la lezione non solo di Yes e King Crimson ma soprattutto quella di Grateful Dead (loro l’influenza sulle infinite jam) e Frank Zappa.

Junta (1988, inizialmente distribuito su cassetta) contiene brani complessi, articolati e caleidoscopici, in sostanza delle jam che sfruttano una formazione dalle grandi doti tecniche e dalla grande fantasia. The Divided Sky e David Bowie, rispettivamente 12 ed 11 minuti, sono probabilmente i momenti migliori. You Enjoy Myself completa il meglio di un esordio dalle grandi potenzialità che, col senno di poi, è il principio di una portentosa ascesa artistica.

Lawn Boy (1990) si riallaccia alla suite degli anni ’70, elogia la composizione articolata e variegata e l’arte degli assoli e delle variazioni. Questi brani, spesso anche concisi, sono una babele di influenze e variazioni in un gioco di collage zappiano estremo e superbo. Fondamentalmente l’anima delle composizione è proprio questa fantasia e la musica dei Phish finisce per coincidere con questa sorprendente varietà compositiva che riunisce abilmente le influenze più diverse. Quest’album è una enciclopedia non di un genere ma di una decina di generi del Rock dal 1970 al 1990. Il gioco rischierebbe di diventare serioso, ed è lì che una Bathtub Gin spezza questo rischio di una atmosfera fredda e virtuosistica. Il primo grande capolavoro è Reba che da una musichetta da vaudeville approda ad un Jazz/Rock possente. Più cangiante è Like An Antelope, il secondo brano cardine, che fra Folk, chitarrismi e Blues/Rock è un altro grande momento di fusione estrema ed elegante. La derivatività dei “tasselli” che utilizzano è scansata in buona parte dal fantasioso modo in cui li assemblano. Pur chiaramente eredi di altre tradizioni, e con largo ritardo, i Phish sono dei proseliti illuminati, che riescono con la loro abilità a donare originalità a forme musicali che, se si esclude il collage portentoso, non sono certo l’avanguardia della Musica. Solo questo ridimensiona la loro opera, almeno in parte.

L’apice della carriera, almeno in studio, è Picture Of Nectar (1992), la loro opera più varia ed anche la più godibile. Oltre alla tecnica di fusione artigianale dei vari “frammenti”, Anastasio pone maggiore attenzione alla godibilità intrinseca di ogni frammento, così che la loro musica diventa affascinante per la sua fantasia ma anche per il valore intrinseco di ogni pezzo del puzzle. Lo spettro di influenze è ancora più ampio, lambendo Hard Rock, Jazz/Rock, Blues, Rock, Classica, Folk, Country, Funk. Il Jazz/Rock di Llama, il ritmo Funk di Cavern, l’eleganza da Classica di Glide ed ancora la jam di Tweezer, un altro dei loro capolavori, e The Mango Song, con echi di una più classica progressività, assieme a tutto un caleidoscopio sonoro che attraversa interamente l’opera non solo donano maggiore immediatezza al loro sound, eliminando la latente prolissità dei primi album, ma sembra proporre una condensazione di tutte le loro fantasie superbe. Con quest’album i Phish diventano tra i più grandi eredi di Zappa.

Rift (1993) cerca di replicare ma si dilunga eccessivamente, tanto che nonostante un altro notevole brano esteso come Maze (8 minuti) ed altre composizioni valide come la title-track, poco rimane dopo un ascolto che giunge quasi ai settanta minuti.

Hoist (1994) è meno dispersivo e così riacquista punti. Tuttavia, i brani sono anche meno caleidoscopici e più immediati che in Picture Of Nectar. Elegante ed ancora più impeccabile dei precedenti, Hoist segna l’inizio di una fase di semplificazione che porterà al declino della formazione. Axilla Pt. 2, Down with Disease, i dieci minuti abbondanti di jam di Demand e Scent of a Mule mostrano però ancora l’abilità di una formazione che non disdegna di farsi ricordare.

La fine del periodo d’oro delle jam e delle composizioni faraoniche si conclude con A Live One (1995), uno dei più grandi documenti live della Storia del Rock ed un modo per apprezzare le doti superbe della formazione, un gruppo di virtuosi ed equilibrati maestri, capaci di jam superbe. You Enjoy Myself, che buca i venti minuti ed è sostanzialmente un inedito, è il primo momento da ovazione, lo specchio di una tecnica compositiva e di una improvvisazione collettiva che ha pochi precedenti (tra cui i Grateful Dead ed il genio istrionico di Zappa). Ancora sono inedite Slave To The Traffic Light (quasi 11 minuti) e Harry Hood (15 minuti), seppure tutto questo scompaia se confrontato alla immensa Tweezer, riproposta in una versione che supera il trentesimo minuto di durata, sublimando le doti di una delle jam-band più grandi del secondo ‘900.

Il processo di semplificazione porta al Pop/Rock scialbo di Billy Breathes (1996), di gran lunga il loro peggior album sino a questo punto della carriera, pieno di brani mediocri e senza personalità.

The Story Of The Ghost (1998) è un ritorno parziale ad una forma progressiva, più applicata ad un melodismo Pop/Rock. La melodia struggente di Wading In The Velvet Sea, la Title Track, Fikus, Guyute sono i momenti migliori di questo nuovo corso minore.

Farmhouse (2000) è ancora più discreto ed elegante e sempre meno originale e personale. Persino Nick Drake, il Folk/Rock dimesso, ed il Pop/Rock sempre più corrivo affiorano in questi brani senza nerbo.

Round Room (2002) cerca di rinverdire il passato. La lunga jam di Peebles And Marbles starebbe bene nel repertorio dei Porcupine Tree, se fossero più Jazz e meno Heavy Metal. Peccato che un’altra decina di brani siano di Pop/Rock jazzato senz’anima, noiosi e di maniera e degni di una nullità qualsiasi di quelle che sbocciano nelle classifiche alternative e rimangono semi-famose per un paio di settimane, magari anche attorniati da quell’alone di eleganza e pulizia impeccabile che i Phish continuano a conservare. Anche Walls Of The Cave, che pure giunge quasi al decimo minuto, è interessante solo dopo il quinto minuto, dove riacquista un minimo di vitalità. La conclusiva Waves, rumorosa come non mai nei suoi 11 minuti, cerca di risollevare le sorti di un album che cerca nuovi equilibri fra passato e presente, risultando confuso e discontinuo, nonché dispersivo e mediocre.

Undermind (2004) con la divertente psichedelia della title-track e la ancora più psichedelica A Song I Heard The Ocean Sing sono la dimostrazione che dietro a questi imbolsiti artisti Pop c’è ancora i grandi fantasisti che furoreggiavano una decade prima. Per il resto Tomorrow Song fa sorridere, ma Secret Smile fa sbadigliare ed il resto non è meglio del noioso Pop/Rock degli ultimi album.

Joy (2009) torna dopo cinque anni e mostra una formazione affiatata e matura, dedica a complessi Pop/Rock progressivi come Backwards Down The Number Line e Stealing Time From The Faulty Plan. La luminosa title-track, una ballata anni ’70, è comunque meno originale della musica caraibica di Sugar Shack ed il Jazz di Time Turns Elastic (13 minuti e mezzo). Twenty Years Later è soprattutto un esercizio del batterista. L’album, fra chiari richiami al R’n’B, al Jazz, al Prog-Rock, al Pop ed alla più soffice psichedelia non manca di mostrare momenti di derivatività, ma la formazione non si risparmia qualche passaggio piacevole e personale, continuando la tradizione stilisticamente onnivora della loro carriera nel fagocitare e rielaborare numerose tradizioni in modo flessibile e carismatico. Mancano i brani “jam” del passato, qualche spunto Pop/Rock è un po’ antiquato, ma tutto sommato l’opera è la migliore fra le ultime che i Phish hanno pubblicato.

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Voti:

Junta – 6,5
Lawn Boy – 7
A Picture of Nectar – 7,5
Rift – 6,5
Hoist – 7
A Live One (live) – 8
Billy Breathers – 4,5
The Story Of The Ghost – 5,5
Farmhouse – 4,5
Round Room – 4,5
Undermind – 4,5
Joy – 5,5

Playlist di brani selezionati dei Phish

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