Peter Gabriel – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati di Peter Gabriel

Dopo l’esperienza con i Genesis l’inglese Peter Gabriel si è imposto come uno dei più personali autori di fine anni ’70 e soprattutto dei primi anni ’80.

Emancipatosi dagli stilemi del Prog-Rock inglese attraverso Peter Gabriel (1977), che odora intensamente di Genesis ma che trova nuovi linguaggi nella energica, maestosa Modern Love e disegna un quadro delicato in Humdrum. Anche i sette minuti di Waiting For The Big One vivono di un’ansia, una intensità drammatica ed una serie di scosse che anticipano la nevrotica, triste musica degli album successivi, delineando i contorni inquietanti. Non è però che l’inizio della ricerca sonora di Gabriel che in Peter Gabriel (1978) sperimenta, fra richiami Prog-Rock sempre meno invadenti e derivativi, anche un Pop/Rock muscolare come DIY, il ballo elettronico di Animal Magic, il Funk minaccioso di Exposure. Gli arrangiamenti sono una decade più moderni dell’esordio, proiettati verso l’Elettronica: sfruttano synth, vocoder e tastiere in abbondanza. Gabriel non ha nessuna intenzione di fermare la propria ascesa nell’Olimpo del Rock.

Peter Gabriel (1980) dimostra quanto l’artista sia maturato e sia giunto ad una nuova musica, minacciosa, inquietante, spettrale e asfissiante. Intruder è un incedere meccanico, in cui affiorano spettri orribili, una greve angoscia sul petto soffoca le emozioni e fischi ectoplasmatici simulano schizofrenie imminenti: sembra di ascoltare i Throbbing Gristle che copulano con Lou Reed. Il ballabile No Self Control vive di ansia nell’apertura, alterando poi questa inquietudine terribile ad esplosioni destrutturate. Persino il singolo, I Don’t Remember, è una catastrofe apocalittica, nevrotica e frammentata che richiama i maestri Pere Ubu, veri ispiratori di queste danze post-apocalittiche. I Kraftwerk sono imbevuti di nero per Games Without Frontier, una danza depressa, un capolavoro di catastrofismo e di paura. Biko, un esercizio illuminato di World Music ed Elettronica, un canto funebre, tribale, con cornamuse ad ornare il tutto è un capolavoro che rifulge in coda al disco, la dimostrazione che Gabriel ha superato il suo passato e che la sua carriera è tutt’altro che pretestuosa. Fra gli altri brani, minori ma mai mediocri, si avverte costante un senso di catastrofe, preoccupazione, tristezza, malinconia che diverranno il marchio di fabbrica dell’artista.

Peter Gabriel (1982, ristampato come Security) contiene un capolavoro di ansia ed angoscia come The Rhythm of the Heat. Il brano vede la voce di Gabriel come interprete sublime di questa paura infinita, questo incubo tribale che si articola come uno sfiancante crescendo percussivo che trionfa nel finale, inghiotte le speranze e riprova una soffocante sperimentazione sulla World Music. La più ballabile I Have The Touch non manca di far trasparire il medesimo nervosismo ed il Funk sofferto di The Family and the Fishing Net, in sette minuti rievoca i Public Image Ltd., la Dark Wave e vede splendere le urla terribili, disperate di Gabriel. Lo strazio emotivo ritorna in Lay Your Hands On Me, assieme alla paura di una tragedia imminente e costante. Wallflower si configura così come una supplica, fragile e disarmante. Shock The Monkey e Kiss Of Life, i brani peggiori, si arenano invece su una Disco articolata che rimane diverse spanne sotto i capolavori della carriera di Gabriel.

Birdy (1985) è una colonna sonora che permette a Gabriel di fare sempre più a meno della forma canzone e di dare libero sfogo alla sperimentazione. Frammentaria per natura, contiene in nuce idee che sono però più che valide. Sketch pad with trumpet and voice è degna dei primi Pink Floyd. At Night è degna dei primi Throbbing Gristle in quando ad asfissiante cupidigia: un quadro nitido dell’apocalisse. Questi due brani bastano a nobilitare l’intera opera (che ripropone anche la splendida The Rhythm Of The Heat, ma solo in parte).

So (1986) torna al Funk ed al ballabile in modo più canonico. Red Rain, il capolavoro dell’opera, è un elegante danza di sintetizzatori, un coro religioso ed una preghiera esistenziale, venata di malinconia profondissima. Ancora più religiosa appare Don’t Give Up, sommessa preghiera per la serenità. Il finale di In Your Eyes, la bellissima, accorata, elegante, malinconica e cupa litania arabeggiante (di nuovo i Pink Floyd di A Saucerful Of Secrets) di Mercy Street e le voci eterne, che odorano di Africa in We Do What We’re Told (Milgram’s 37) completano i momenti migliori dell’album. Sledgehammer, That Voice Again, Big Time e This Is the Picture (Excellent Birds) rappresentano invece una serie di ballabili poco carismatici, superficiali e poco attraenti, che si impongono come episodi orecchiabili ma anche “leggeri”: rimane poco, dopo l’ascolto.

Passion (1989) rimarrà, probabilmente, il capolavoro di Gabriel. Lo spettro di contaminazioni, esperimenti, fascinazioni, sfumature è sterminato, camaleontico ed affascinante. Passion è fondamentalmente uno studio immenso su una World Music totalizzante, moderna e inquietante, che riesca ad unire la New Wave, il ballabile post-moderno, il raga indiano, la musica araba, la liturgia cristiana ed altre cento tradizioni diverse. Il raga e le percussioni dipingono il capolavoro The Feeling Begins, fra tappeti di tastiere, ansia e magia in una estasi che odora di riti eterni. I fiati principiano la cupissima Gethsemane; Of These Hope si divide fra un meccanico balletto ed una tragedia araba; Lazarus Raised tratteggia melodie fatali per tintinnii funebri; In Doubt vira verso l’Elettronica d’avanguardia, fra Om liturgici e cicliche ripetizioni; A Different Drum, secondo capolavoro dell’opera, porta alla dimensione di manifesto questa fusione Elettro-Afircana, proseguendo la liturgia funebre, tetra e spettrale ma anche intonando un canto commovente, che sembra voler racchiudere tutta la tristezza dell’umanità. Ogni brano mostra altre sfumature, altre idee, pur facendo mantenere a Gabriel una cifra stilistica precisa: la catastrofe, la malinconia, la disperazione sono sempre dietro l’angolo. Zaar è il terzo capolavoro, esercizio di dettagli sulle musiche delle etnie più disparate, un volo dall’Arabia alla Cina. L’umanità sembra urlare cosmicamente in Open, per spazi mentali infiniti mentre Before Night Falls porta l’ascoltatore nella notte tenebrosa, piena di riti simbolici oscuri e paurosamente affascinanti. L’inquietudine è palpabile in Sandstorm, con droni pestiferi ad introdurre danze di guerra. La title-track Passion, in quasi 8 minuti, consegna probabilmente il momento definitivo di questa ricerca: Stephan Micus incontra la tromba di Hassell che dipinge fra i droni spettrali delle tastiere una litania che scuote l’anima e regala uno dei massimi capolavori della World Music. The Promise Of Shadows sembra una versione da incubo psichedelico della Techno mentre Disturbed si muove nei tribalismi, It Is Accomplished intona un inno maestoso grazie alle tastiere e Bread And Wine si chiude in una pace angelica, vera liberazione dalle paure e le minacce ed una delle massime e più fulgide diapositive della beatitudine di Cristo secondo il Cristianesimo. Passion si configura come una enciclopedia sonora coraggiosa, personale, catartica, sperimentale, variegata e innovativa: la fusione fra musica africana, araba, asiatica, Elettronica, Industriale, Techno, Ambient, religiosa è il presupposto a decine di commistioni degli anni ’90 ed è un trattato di contaminazione, azzardo artistico ed essenzialità. Ogni brano propone idee nuove ed affascinanti (tranne 3-4 episodi minori su 21 brani), nuovi accostamenti, prospettive diverse ed emotivamente sconvolgenti, affreschi emotivi toccanti, vibranti ed evocativi. Gabriel ha creato una musica che fa volare la mente, che giunge ad un passo dalla pura emozione, che sfiora l’anima con dolcezza e vigore, trasformando questa colonna sonora su The last temptation of Christ di Martin Scorsese in una superba interpretazione dell’inquietudine che nasce dalla sofferenza umana, fino alla (Cristiana) serenità e beatitudine che affiora nel finale. Sotto una prospettiva diversa, quest’album ricorda gli esercizi sulle religioni dei Popol Vuh, uno dei pochi paragoni possibili per una musica così toccante e così, intimamente e non solo per la tematica religiosa trattata, “sacra”.

Us (1992) non cerca certo di replicare la formula di Passion, anzi propone una musica molto meno esistenziale e molto più cantautorale, intima e diretta, con chiari riflessi Funk e Pop. Come Talk To Me è un canto accorato per riflessi africani; Blood Of Eden è una preghiera sommessa per una World Music elettronica; Only Us è un esperimento di inno spirituale riuscito solo a metà, infettato com’è di banalità Disco/Funk. Il brano migliore è la Disco industrialoide di Digging In The Dirt, ma non basta a risollevare l’album nel suo complesso. Steam è un Funk/Pop sciapito ed il resto dell’opera si perde spesso in ballabili poco intriganti come Kiss Thath Frog e Secret World, segnando di fatto la fine della carriera maggiore di Peter Gabriel.

Ci vorranno infatti 8 anni per pubblicare Ovo (2000) che cerca nell’Hip Hop e nella Elettronica del nuovo millennio nuovo ossigeno: solo The Story Of OVO attira l’attenzione col suo Funk industriale a ritmo Hip-Hop, riuscendo a trovare l’equilibrio migliore. The Man Who Loved The Earth-The Hand That Sold Shadows riaggiorna i tribalismi africani all’Hip Hop e poco altro. The Tower That Ate People sarebbe un esercizio minore nella carriera dei Nine Inch Nails, mentre tutta una serie di brani si presentano diluiti e privi di quella incredibile carica emozionale del passato.

Long Walk Home (2002) è una colonna sonora che si ferma qualche spanna sotto le prove del passato, reciclandone malamente gli stilemi e risultando auto-derivativa.

Up (2002) fa trionfare solo la nuova veste di Peter Gabriel: un artista poco ispirato ma con grandi doti artistiche, che rievoca vari stili ma che in realtà sembra solo voler saziare il pubblico con numeri tutt’altro che imperdibili. Il ritmo Techno di Growing-Up, la melliflua Sky Blue, la soporifera My Head Sounds Like That, l’Industrial di Signal To Noise (il brano migliore) sono tutte facce senili di un artista che ha perduto l’ispirazione titanica di un tempo. In compenso le idee intriganti hanno lasciato spazio ad un gusto prolisso e ridondante, che fa durare più di sette minuti The Barry Williams Show, che ridotta a 4 minuti poteva diventare il suo migliore Pop/Rock elettronico.

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Voti:

I – 5,5
II – 6
III – 7,5
IV – 7
Birdy – 6,5
So – 6,5
Passion – 8
Us – 6,5
Ovo – 5
Long Walk Home – 5
Up – 5

Playlist di brani selezionati di Peter Gabriel

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4 thoughts on “Peter Gabriel – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. utente anonimo ha detto:

    Io amo, adoro, idolatro quest'uomo.

    Devo trovare il tempo di ascoltarmi tutta la discografia (devo prendermi una settimana di vacanza solo per questo)…
    comunque oh, va aggiornata eh!
    Ovo l'hai sentito? E Scratch my back (quello di cover)?
    Secondo me il grande pregio di Gabriel è che si è davvero sempre messo in discussione esprimendosi in forme sempre nuove, che fossero più o meno rivoluzionarie…però non si può dire che non sia poliedrico.
    Io muoio sulla sua cover di My Body is a Cage…

    Estelin

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  2. Io, come potrai intuire, tifo per III, IV e Passion! Ovo c'è ed è anche recensito, forse hai preso una mezza svista. Sono stato cattivello, ma fa parte del mio spirito da finto-critico esserlo, anche se ho apprezzato molto lo spirito, il tentativo. Un grande artista, sempre alla ricerca (più o meno fruttuosa). La cover di My Body Is A Cage è molto bella, ma non ho ascoltato tutto l'album di cover e non ho fatto eccezione per Scratch My Back… dovrei?

    Grazie del commento!

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  3. utente anonimo ha detto:

    Mah in realtà io ne ho sentite poche di Scratch my back, sono belle ma l'unica che mi sembra veramente bellissima è My Body is a Cage. 
    Maremma come l'avevo alta ieri sera, ora l'ho vista la recensione di Ovo…dovevo avere molto sonno! 🙂

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