Orb – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli Orb

Alex Paterson e Jimmy Cauty diedero vita agli Orb, formazione inglese capace di coniare una fusione fra musica Elettronica da ballo, New Age e Ambient, seguendo la logica della musica “chill out”, inglobando i ritmi di Techno, Dub, Reggae e Funk e soprattutto sfruttando un formato che diluisse e disgregasse i modelli della Techno classica.

Intrisa di melodie, campionamenti, effetti psichedelici, versi di animali e mutazioni ritmiche ipnotiche, questa musica ha avuto il grande pregio di promuovere una musica Elettronica orecchiabile e meditativa, che rinunciasse agli imperativi della Dance Music e si concentrasse anche sulle atmosfere, sul lavoro di collage e sulla forza di accostamenti sempre più lisergici, ipnotici, visionari.

Unendo gli insegnamenti del Rock psichedelico dei Pink Floyd, le lunghe composizioni dei Kraftwerk e tutto un bagaglio invidiabile di cultura Elettronica che va dalla Drum’n’Bass alla Techno, inglobando Hip Hop, Funk e musica Classica per strumenti elettronici, gli Orb hanno proposto alcune delle opere più imponenti ed ambiziose della loro epoca, favorendo la nascita della cosiddetta IDM e dimostrando la possibilità di una evoluzione della musica “ambientale” nell’era del digitale.

Adventures Beyond The Ultraworld (1991) è il manifesto di questa “Ambient-House”, questo mix di psichedelia, New Age, Ambient, Techno, Dance Music. Il primo capolavoro è Little Fluffy Clouds, un campionamento infantile per ritmo incalzante, synth visionari e melodie che affiorano delicatamente dal groove. Le composizioni successive sono anche molto più ambiziose: Earth (Gaia) (quasi 10 minuti) ci mette più di due minuti a prendere corpo, partendo da un dialogo fra umori cosmici, poi aggiungendo un groove alla Enigma ed una serie di campionamenti stile New Age, che imitano i suoni della natura; Supernova at the End of the Universe (quasi 12 minuti) è degna dei Pink Floyd della Techno, principiando con rumori cosmici, ritmi frammentati e subsonici, voci disperse nello spazio ed un ritmo che interviene solo al quarto minuto, seppure il clima spaziale/cosmico/lisergico permanga fino a fine canzone; Back Side Of The Moon (14 minuti) non è meno “ambientale”, muovendosi fra le estasi dei synth iniziali, il pulsare dei bassi soffusi, ritmi sparsi, groove che si costruiscono lentamente e astratte visioni celestiali fino alla fine, consegnando il capolavoro della loro arte visionaria di nuova Ambient; Spanish Castles in Space (15 minuti) richiama le atmosfere dei Gong e dei Pink Floyd, evolvendosi lentamente e sornionamente in una visione onirico/lisergica, fuori dal tempo e dallo spazio, dove la ritmica è lasciata ai synth mentre il “viaggio” è stimolato da campionamenti di animali e voci ipnotiche, sostenute anche da melodie leggiadre. La seconda parte dell’opera, un po’ più “radiofonica”, è quella di Perpetual Dawn (9 minuti e mezzo), sorta di Reggae allegro e delizioso, ornato di trilli, svirgolate di synth, melodie di flauti. Più intensa la ritmica anche di Into The Fourth Dimension (9 minuti), piena di tribalismi, e Outlands (oltre 8 minuti), che sfrutta loop Hip Hop persino possenti per i loro standards, seppure siano questi gli episodi più deboli e meno carismatici dell’opera. Star 6 & 7 8 9, in conclusione, è il momento più New Age, fra suoni della natura, strumenti “etnici” e melodie rilassanti.

La prima parte dell’opera, da Earth fino a Spanish Castles in Space, rappresenta uno dei viaggi psichedelico-musicali più imponenti e riusciti della decade mentre il resto dell’opera cerca di ridurre quella tendenza all’astratto mondo Ambient con ritmi più canonici, seppur fantasiosi. L’unico appunto che si può fare a tanta fantasia è la derivatività delle parti psichedeliche, che spesso reinterpretano con synth e campionamenti i lavori seminali degli anni ’60 e ’70, ed una certa eccessiva imponenza delle composizioni, che rendono ridondante alcuni episodi e complessivamente abbastanza difficoltoso l’ascolto, togliendo parte della magia del “viaggio” mentale.

U.F. Orb (1992) si dilunga meno e vede il perfezionamento delle idee dell’esordio. Inoltre la fusione psichedelica/ballabile è completata egregiamente da brani come O.o.b.e. (quasi 13 minuti), per chitarra e synth religiosi, sequencer ritmici, mix etnici e tribali, contaminazioni New Age persistenti, sovrapposizioni di strati musicali differenti ed eterogenei. La sintesi che nell’album precedente veniva accennata qui trova non solo conclusione, ma anche ampliamento: lo spettro stilistico adesso è più emancipato dalla scuola classica della psichedelia, e semmai ricorda più Tangerine Dream, Faust, Schulze, mentre le lunghe composizioni vivono ci maggiori cambiamenti e mutazioni, e risultano pur nella loro componente Ambient più efficaci ed affascinanti nel loro evolversi. La title-track supera i brani “semplici” dell’esordio, come Into The Fourth Dimension, perchè consegna una versione di un Dub personale che riesce, mantenendo ritmo possente e ballabilità, a intessere echi lisergici e melodie, sfruttando anche i sequencer per aumentare gli intrecci ritmici. Blue Room (17 minuti e mezzo) è il capolavoro di questa sintesi fra musica cosmica, psichedelia, Ambient, New Age e Techno: si tratta di uno dei brani più ambiziosi della storia della musica Elettronica tutta, una enciclopedia di ritmi, contaminazioni e fusioni che mostra le doti di una formazione con rare capacità artistiche. Un altro capolavoro di ritmi e fusioni è Towers Of Dub, che unisce armonica Blues, campanellini, basso Reggae e lo stile ripetitivo della Techno per generare una ipnotca giostra di gorgheggi di synth ed echi sperduti, generando un’altro brano che, come Blue Room, nono conosce confini e sembra potersi protrarre all’infinito, ripetendosi e modificandosi allo stesso tempo, secondo una continua visionarietà della musica stessa, che nel ripetersi innesta un meccanismo di ipnosi affascinante, godibile e persino allegra. Close Encounters, altri dieci minuti abbondanti, è un gioiello Techno con echi di Schulze, che fonde ballabilità e musica sperimentale, in un processo di rilettura post-moderno, che ricontestualizza le fonti d’ispirazione, le rielabora e le fonde in modo carismatico. Persino la Wolrd Music di Peter Gabriel affiora in Majestic, che fra echi di cori tribali ed ascensioni religiose, campionamenti e nastri elaborati consegna un’altra Techno che reinterpreta il groove ossessivo, generando poliritmi caleidoscopici, unendoli alle voci degli aereoporti di Eno ed alle tastiere galattiche della musica cosmica. Esistono pochi artisti negli anni ’90 che possono vantare composizioni così varie stilisticamente e così efficacemente capaci di unire originalità, orecchiabilità, citazioni e ambizione senza cadere nella derivatività o nella noia dell’ascolto.

U.F.Orb merita di stare accanto ad Incunabula degli Autechre come capolavoro dell’Elettronica di inizio anni ’90 e come uno dei più grandi lavori di tutto il decennio nel campo della musica “da ballo” (e non solo).

Live ’93 (1993, pubblicato nel 1994) mostra le doti della formazione nei live e la loro tendenza al trip lisergico dei Pink Floyd.

Orbus Terrarum (1995) è però una cocente delusione, perché la musica degli Orb sembra aver perduto la capacità di originale sintesi del passato e quando non si ripete, annoia. La musica è meno caleidoscopica e meno intrigante, non più una convergenza di molteplici ispirazione ma più un accostamento un po’ confuso ed autoderivativo. Sostanzialmente l’album ripete con meno efficaci le idee degli esordi, pendendo semmai dalla parte dei brani ritmici più “canonici”. Valley, Plateau ecc non valgono però i brani degli esordi, nonostante ancoraqualche affascinante accostamento sia rintracciabile.

Il progetto FFWD (1995) torna alla musica astratta e meditativa, ma in sostanza mostra come il materiale sia stereotipo e poco personale.

Orblivion (1997) non fa molto meglio, nonostante i tentativi siano quelli di donare un po’ di scherzosità e di immediatezza a questa musica ritmica con spruzzi di psichedelia. Delta MKII è il momento migliore, capace di figurare come una versione più umile dei capolavori di U.F.Orb, ma momenti come Asylum o Molten Love sono ripetitivi e poco intriganti, soprattutto perché nel frattempo le idee degli Orb sono state ampliamente sfruttate ed evolute da altri. Toxygene prova almeno a portare un po’ di umorismo, ma non c’è brio e non c’è l’immediatezza che ci si aspetterebbe da un brano che, tutto sommato, lasci poco per cui stupirsi. Passing of Time riassume bene l’album: in nove minuti e mezzo utilizza Ambient, ritmi tribali e substrati cosmici, ma si evolve fin troppo lentamente, presenta melodie deboli ed appare confusa e poco efficace.

Cydonia (2001) cade spesso nei soliti difetti: brani noiosi che aggiungono poco agli stereotipi della formazione. Once More aggiunge una (mediocre) linea vocale, rievocando chiaramente gli Enigma, ma l’utilizzo delle voci in generale non giova poi molto all’album. Episodi come Promis o Ghostdancing sono prolissi e tedianti mentre Turn It Down è una brutta versione della Techno, che ammica all’IDM senza personalità (sembra di ascoltare la versione povera degli Orbital). La forma è molto meno avventurosa ed in linea di massima ogni brano sviluppa un’idea, senza grandi spettri stilistici, per un tempo ben superiore al necessario. Gli echi New Age, Krautrock e Ambient sono sovente lasciati in secondo piano, rendendo questa musica ancora meno carismatica.

Bycicles & Tricicles (2004) è di gran lunga il loro album più imbarazzante: abbandonata l’Ambient, la musica cosmica e la psichedelia, gli Orb salgono sulla carrozza della Techno ripetitiva ed ossessiva, del Trip Hop e dell’Hip Hop, il tutto senza un briciolo di carisma. Giungere alla fine di From A Distance è una impresa di sopportazione non indifferente: il livello artistico è quello di una sigla amatoriale per un video su Youtube. Ancora Enigma si avverte in Hell’s Kitchen, ma campionamenti ossessivi e ripetitivi e clichè assortiti non aiutano la canzone a decollare. Le idee sono poche e deboli, come in Gee Strings ed un po’ di downtempo come nella lunga Tower Twenty Three (oltre 7 minuti) non toglie la sensazione che l’album sia un collage di idee mediocrissime.

Okie Dokie (2005) riesce nella facile impresa di non fare di peggio, anzi tenta in un confuso spettro stilistico di risollevare le sorti della formazione. Più moderni e danzerecci, meno sperimentali ed originali, sono questi migliori Orb che possiamo vedere nel nuovo millennio. Ripples, con bassi possenti e variegati è l’episodio migliore di un album un po’ confuso, ma non tutto da buttare.

The Dream (2007) è una versione ammodernata della loro musica molto più professionale e calibrata. La title-track, vicina persino a certo Pop elettronico, ed il singolo Vuja De che aggiorna alle nuove tecniche di produzione e di campionamento i vecchi brani degli esordi, sono la migliore reincarnazione degli Orb da tempo. Certo il problema è che l’originalità spesso latita, come dimostra un brano come DDD. Mother Nature potrebbe stare in un album di Sean Paul (non è un complimento) e Lost & Found sembra il Reggae di certi Soulfly epurato dell’Heavy Metal, mentre Katskills gioca con la D’n’B e High Noon con il Dub. Let The Musci Set You Free è l’eredità della Techno più effimera. L’album, fra alti e bassi, è comunque il migliore degli Orb da molti anni a questa parte.

Baghdad Batteries (2009) è il loro album Minimal Techno. L’approccio è scarno, la musica rimane spesso sommersa (Styrofoam Meltdown) o si adagia su una muzak da relax (la trascurabile title-track), se non in richiami Ambient non molto personali. I quasi 9 minuti di Super Soakers sono forse i migliori, una sorta di Reggae offuscato che si trasforma in una Techno scheletrico. Minimal Techno (Suburban Song) ed affreschi astratti (Pebbles) si mischiano fra momenti più canonici (Orban Tumbleweed) ed attutiscono qualche lungaggine (Oopa, per scricchiolii e melodie dimesse). Opera poca incisiva, con idee sparse, qualche momento intrigante, qualche banalità, qualche lungaggine.

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Voti:

Adventures Beyond The Ultraworld – 7,5
U.F.Orb – 8,5
Live 93 – 6,5
Orbus Terrarum – 6
FFWD – 5,5
Orblivion – 5,5
U.F.OFF The Best Of – 7
Cydonia – 5
Bicycles & Tricycles – 3,5
Okie Dokie – 5
The Dream – 6
Baghdad Batteries – 5,5

Playlist di brani selezionati degli Orb

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3 thoughts on “Orb – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Antonio ha detto:

    Ho sempre apprezzato i maestri dell’elettronica anni 90 anche se non approvo più di tanto la loro scelta stilistica,con la techno non ho ricorso all’approfondimento per diverse ragioni,non ho più capito cos’è la techno a partire dalla generazione dei primi anni 90,ho un disamore nei confronti dello stile di quella generazione,che si è allontanata dalla musica nera e dal ballabile per proporre una versione post moderna delle composizioni estese degli anni 70,mi aspettavo artisti più audaci sul piano del groove,un evoluzione della funzione primaria che ebbe la techno,qualcosa che vada oltre i prodigy,anche gli ottimi eat static o gli add n t x mi dicono che è stato fatto troppo poco sul groove,nel caso degli orb e degli artisti meno ballabili,pur riconoscendo il valore delle loro composizioni mi sono sempre trovato meglio quando si avvicinano alla forma canzone (in little fluffy clouds per esempio),forse nelle composizioni estese sono troppo esigente nel cercare qualcosa che non appaia esclusivamente post moderno,l’unico disco che mi ha fatto innamorare della techno è stato dubnobasswithnoheadman degli underworld,ma anche gli altri dischi contengono cose interessanti,purtroppo non ho le conoscenze per spiegare in cosa si differenzino dagli altri per far ricadere la mia scelta su di loro(dire che utilizzano spesso il canto nelle loro composizioni mi sembra troppo semplicistico)

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  2. Forse, se ti interessa più la ricerca ritmica, il versante drum’n’bass potrebbe essere più di tuo gradimento. Squarepusher o Amon Tobin hanno fatto grandi cose in quel campo.

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