Opeth – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati degli Opeth

Gli svedesi Opeth sono titolari di un Death Metal articolato e progressivo, che unisce ai Death ed agli Slayer inserti di Folk, parti cantate in clean e melodie depresse alla Anathema.

La forma della canzoni è articolata e granitica, in quanto sovente i brani si configurano come lunghe e sofferenti epopee, catastrofi emozionali. Il difetto principale di questa musica è però una certa monotonia, pur nella strutturazione articolata della formula. La lunghezza delle composizione e degli album non fa che aggravare questo senso di oppressione ma anche di noia.

Orchid (1995) vede la presentazione di questo complesso ed articolato Death Metal, creando di fatto lo stereotipo di quasi tutta la loro produzione. Il modello rimane In Mist She Was Standing, in 14 minuti capace di proporre sia assalti Death Metal canonici che momenti più melodici e musicali. The Apostle in Triumph, per altri 13 minuti, completa i brani più articolati e validi mentre Under the Weeping Moon, in quasi dieci minuti, mostra invece un loro lato più vicino al “classico” Death Metal. Nell’epoca dei Today Is The Day, però, questo materiale non ha nulla di rivoluzionario. Una attenzione incredibile nella stesura, piena di articolazioni, non basta ad emancipare la formazione da un gioco di contrasti proprio del Prog-Metal, che viene letto da una formazione sostanzialmente di Death Metal.

Morningrise (1996) prosegue questo suono tortuoso, complesso e sfiancante. The Night and the Silent Water ed i venti minuti di Black Rose Immortal, forse il loro brano migliore, sono la consacrazione definitiva di uno stile che, seppure elaborato, non riesce ad essere denso o molto originale: l’impressione è che buona parte della loro musica potesse essere concentrata in tempi più brevi, aumentando l’impatto emotivo ed allontanando quel senso di logorrea che si percepisce in molti brani. Vero è che il Death Metal non ha moltissimi sbocchi innovativi nel 1996, ma la scelta progressiva degli Opeth, intrisa del clima cupissimo del Doom, è decadentemente intrigante ma anche ripetuta con poca fantasia.

My Harms Your Hearse (1998) contiene la brutale Demon of the Fall, un concentrato di violenza che rimane il loro apice di Death Metal canonico. L’album, nel complesso, cerca di donare maggiore immediatezza al loro sound sovente dispersivo, riuscendo nell’intento anche in Karma ed in April Ethereal, finalmente capaci di concentrate e sintetizzare una visione brutale e melodica allo stesso tempo. Anche When, nei suoi assalti intervallati da pause di bonaccia, spicca come un grande esempio di Prog-Death-Metal. Si tratta probabilmente delle loro migliori composizioni, meno ambiziose di quelle dei primi due album ma arrangiate in modo più convincente e composte in modo meno prolisso, verso un necessario processo di “sintesi”. Se i primi due album soffrivano di una cerebralità eccessiva, di una maestosa drammaticità che sforava i limiti dell’oppressione fino a giungere alla logorrea, quest’album è il primo a proporre una formula equilibrata per questi angoscianti canti di dolore.

Still Life (1999) è un concept album che intesse ancora di più la loro musica di variazioni frequenti e dinamiche, creando brani tormentati ma cromatici pur nei loro colori plumbei. The Moor (11 minuti), la toccante melodia medievale di Godhead’s Lament (quasi 10 minuti) che utilizza in modo sapiente growl e clean in un gioco vocale da Gothic Metal ed anche l’acustica confessione di Benighted allontanano gli Opeth dal Death Metal, magari inserendo chiari richiami di Genesis e Prog-Rock in generale, ma conferiscono a questa musica un più riuscito contrasto sonoro. Il nuovo linguaggio “morbido” permette all’album nel complesso di vivere contrasti cromatici più efficaci ed emozionanti, creando un affresco di colori crepuscolari affascinante. Moonlapse Vertigo è la dimostrazione di come il primo album sarebbe stato più efficace se fosse stato sostenuto da arrangiamenti più elaborati e “morbidi”, in un clima che renda questi complessi, tortuosi ed articolati brani anche un po’ più musicali, allontanando una prolissità che rimane comunque presente. Risultano eccessivi i minuti introduttivi di Face of Melinda, anche un po’ banali nel loro Folk (come solitamente è banale tutto il Folk che la band commistiona ed utilizza nelle composizioni). Serenity Painted Death in 9 minuti ricorda i Dream Theater nel suo evolversi multiforme, dilungandosi un po’ ma anche consegnando alcuni dei passaggi più emozionanti di questo Death Metal sentimentale. White Cluster, che chiude l’opera, regala 10 minuti di acrobazie strumentali e di alto spessore tecnico, un monumento di Prog-Metal, una versione rabbiosa e diabolica del Prog-Rock inglese. Still Life mostra la maturazione della formazione, da tortuosa e logorroica band di Death Metal intricato a commovente voce di un intimismo drammatico.

Blackwater Park (2001) riprova ancora questa fusione fra elementi Folk, Death Metal e melodie. The Leper Affinity si impone come uno dei massimi brani della loro carriera, un furioso attacco sonoro che conosce momenti di relativa calma, fino a chiudersi dopo oltre 10 minuti in una sonata notturna e malinconica per pianoforte. L’album si rivela però più debole nelle sfumature più scheletriche e depresse di Folk, nelle strutture quasi da ballata di Harvest e nella tetra Bleak. Il momento più alto di questi momenti “calmi” è Patterns In The Ivy, toccante confessione per pianoforte. La mastodontica Blackwater Park (12 minuti) si dimostra tesa e possente ma non entusiasmante ed un po’ ridondante, mentre è più equilibrata Dirge For November, con i momenti più acustici dosati sapientemente. Rispetto a Still Life l’album è meno denso di momenti interessanti, ma rimane ancora un’opera più che dignitosa, nonostante qualche momento un po’ derivativo e poco personale soprattutto nei brani meno esagitati. Sicuramente l’ammorbidimento degli arrangiamenti, più articolati e complessi ed il ricorso maggiore a melodie semplici e malinconicamente efficaci ha favorito la loro evoluzione musicale, proponendoli come una band sempre più precisa e sempre meno dispersiva, oltre che più personale ed emozionante.

Il capolavoro degli Opeth giungerà con Deliverance (2002), il loro album più possente in quanto tanto immediato quanto profondo, tanto articolato quanto anche musicale e fluido. Wreath è il primo capolavoro di questa musica oscura, disperatissima e devastata che attinge da Doom, Death Metal e Black Metal in una fusione straziante e devastante, sia per l’anima che per i timpani. Il capolavoro (forse) di tutta la carriera però sono i 13 minuti mastodontici della title-track Deliverance, un tappeto di batteria per un Death Metal melodico, pause di calma apparente, una tempesta di dolore al settimo minuto e fra mille variazioni un finale epico e dove trionfa la batteria con le sue epilessi. A Fair Judgement si alterna di nuovo fra pianissimo e fortissimo, con un fluido racconto dai toni iper-drammatici, portando al Folk intimista di For Absent Friends, tristissima elegia funebre. Il ritorno ad un corazzato death Metal è la propulsione per Master’s Apprentices, che però nel corso dei 10 (un po’ troppo lunghi) minuti trova spazio per notevoli variazioni. Intriganti anche i 10 minuti di By The Pain I See In Others, altro disperatissimo spettacolo di devastazione morale, dolore e growl da orco, mentre le chitarre intonano una epica danza della morte ed un pianto dalle proporzioni universali. Deliverance è l’album più completo della band, quello che meglio dosa gli ingredienti della loro formula.

Pur rimanendo lontano dalla perfezione vista la relativa prevedibilità di molti momenti singoli, nel complesso l’opera riassume una estetica carismatica ed emozionante. Nel 2002 il Death Metal è affollato e stanco ma gli Opeth si impongono come una soluzione che, per niente rivoluzionaria o imprevedibile in quanto imparentata da vicino con il Prog Metal ed il Gothic Metal, riesce ad emozionare e sfiorare l’anima molto più di tante legioni di veri o presunti “cantori del dolore”. In alcuni momenti ritorna alla mente il Progressive Death Metal melodico e multiforme degli Edge Of Sanity di Crimson.

Damnation (2003) si configura invece come un’opera minore, un esercizio molto più vicino al Pop/Rock, che conserva solo le ombre del loro repertorio ed azzera la componente Death Metal. Di tutte Weakness è il momento migliore, un frammento di speranza che viene lentamente sotterrata da un vuoto musicale, un angosciante cantato senza vita per una base minimale. Ma questi affreschi depressi sono affascinanti quanto prevedibili nelle forme musicali, nelle tematiche e privi di qualsiasi originalità. Damnation è facilmente interpretabile come la versione meno aggressiva ed esplosiva di Deliverance ed in questo affogare in Pop/Rock e Folk/Rock, che di fatto costituiscono il 90% dell’album, la band si ritrova a fare il verso ai Pink Floyd, al Prog Inglese, a certo Pop/Rock triste degli anni ’90 e zero.

Ghost Reveries (2005) è ormai affascinato pienamente dal Prog-Metal di band come i Porcupine Tree (Atonement), si inviluppa in chitarre sempre più imponenti e presenti ed in definitiva mostra i soliti growl fogneschi uniti a calma ed inquietudine. Reverie/Harlequin Forest prova quindi a rinverdire in qualche modo il repertorio, lasciando le chitarre quasi sempre in secondo piano e giocando con la batteria ed i tempi, mentre Ghost Of Perdition si riallaccia più propriamente al loro stesso passato, autocitando e risultando prevedibile. Hours Of Wealth sembra una delle noiose elegie funebri dei Depeche Mode intrisa di un chitarrismo alla Porcupine Tree. Buona parte dei brani non citati, poi, è un grande sbadiglio senza originalità.

Watershed (2008) dà il suo meglio in Heir Apparent, con alcuni richiami ai Nile più che saltuari, ma anche in Lotus Eater. Il segreto, che è in fondo simile a quello proprio del Nile, è di creare un Death Metal fantasioso grazie all’uso sapiente di una strumentazione che non ruota tutta attorno alle chitarre. Le tastiere, la batteria acrobatica ed anche il basso creano lunghi e complessi meccanismi sonori, calmi come i malinconici Porcupine Tree o devastanti come il più vigoroso Death Metal. Certo il gioco non è innovativo o originalissimo, soprattutto per loro che da tanto provano simili accostamenti. Gli undici minuti di Hessian Peel ricordano ancora Porcupine Tree e Dream Theater, Porcelain Heart si dilunga ben oltre il necessario e Coil non racconta nulla di interessante. Derelict Herds è forse il brano meno noioso fra quelli della seconda parte dell’album, che non aggiunge nulla a quanto già detto dalla formazione, proponendo variazioni non significative dei loro stessi stereotipi.

.

.

.

Voti:

Orchid – 7
Morningrise – 7
My Arms, Your Hearse – 7
Still Life – 7,5
Blackwater Park – 6,5
Deliverance – 7,5
Damnation – 5
Ghost Reveries – 5
Watershed – 5,5

Playlist di brani selezionati degli Opeth

Annunci

Un pensiero su “Opeth – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...