Oasis – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Tra i gruppi più sopravvalutati gruppi degli anni ’90 meritano un posto d’onore gli inglesi Oasis, che ebbero la capacità straordinaria di rivendere minestre scaldate come numeri di alta cucina.

Divennero per un paio di anni la band più promettente per molta stampa contemporanea quando sin dagli esordi si dimostrarono una band per niente eccezionale.

La formula era semplice ma bastò per far gridare al miracolo.Gli Oasis presero a piene mani dal repertorio dei Beatles, di cui copiarono più o meno spudoratamente molte melodie, aggiunsero molti ammiccamenti al Pop degli anni ’90, infarcirono il tutto di un rumore stratificato che doveva occultare la loro pochezza tecnica e imbevettero saltuariamente la cosa di psichedelia.

La caratteristica del loro sound consistette nell’obesità, nell’opulenza della loro musica, così grossolana e sgranata: tanto rumore, tanta melodia, tanta psichedelia. Così crearono, almeno nel primo periodo, polpettoni noiosi e prolissi. Nel secondo periodo le cose andranno peggiorando e la loro boria aumenterà in modo direttamente proporzionale al calo della loro ispirazione, fino a sfociare nel pop più melenso.

Definitely Maybe (1994) conteneva tutto questo ammasso di richiami, scopiazzature, rimandi; tutto addensato come in una stella che invece di illuminare collassa su se stessa, ed affoga della sua enorme massa. Cigarettes & Alcohol e Live Forever sono brani che mantengono ancora un equilibrio, semplicemente contengono scelte banali. Columbia è il viaggio psichedelico di turno, che ricorda da vicino le sperimentazioni dei Beatles in questo campo. Dopo molti anni quest’album è equiparabile ad altre decine di album che affollano gli scaffali ogni anno, ma allora venne acclamato come un capolavoro assoluto. Vendette una cifra record per un esordio (8 milioni di copie).

(What’s The Story) Morning Glory (1995) aumenta ancora i rimandi ai Beatles, ed il loro suono confusionario è ancora più esasperato, come se si creasse confusione per mascherare i difetti, che purtroppo affiorano. Dalla loro hanno però ora brani migliori, come la melodica e malinconica Don’t Look Back In Anger, probabilmente il loro capolavoro, e ballate come Wonderwall che, se fossero state scritte nel 1960 sarebbero state anche molto più apprezzabili. Champagne Supernova eleva finalmente a livelli interessanti il loro pasticcio psichedelico e, seppure il muro chitarristico appare sempre un po’ un paravento, consegna un brano perlomeno alla Storia del genere che loro stessi hanno diffuso. Il vero problema della band sono le poche idee e la troppa prolissità, così che un buon nucleo melodico, magari anche interessante, viene imbastardito di lungaggini, echi, rumori, fino ad assordare ma non a coinvolgere. Questo sarà anche l’ultimo album valido della loro carriera. Ha venduto qualcosa come 25 milioni di copie nel mondo.

Be Here Now (1997) aumenta in modo terrificante, fino ad un’esasperazione cacofonica, il loro chiasso. Non avendo più idee “innovative” (un termine fuori luogo nella loro carriera, quindi bene virgolettarlo) gli Oasis cercano di aumentare il volume per non rendere palese come siano scadute le loro melodie, i loro ritornelli, le loro canzoni. D’You Know What I Mean è l’archetipo della loro confusione mentale, come sentire una radio impazzita riproporre stantii cliché, nobilitati solo dalla quantità, e dal collage, per un totale di oltre sette minuti di esercizi per allungare minutaggio ed intontire le masse. All Around The World è un’altro minestrone di dieci minuti, ancora una volta echeggiante i Beatles. Fade In Fade Out si ispira al Blues mentre Magic Pie tenta la ballata triste e sconsolata, ma in tutto questo niente suona nuovo od innovativo, come ci si aspetterebbe da una formazione che doveva essere “rivoluzionaria”.

Standing On A Shoulder Of Giants (2000) aggiungerà Fucking In The Bushes al loro repertorio maggiore, con la potenza quasi Hard Rock che contiene, e l’orecchiabilità, seppur banale, del singolo Go Let It Out.

Non andrà meglio con il successivo Heaten Chemistry (2002) che contiene giusto la ballata sentimentale Stop Crying Your Heart Out ed il singolo The Hindu Times: se questo è il meglio non c’è bisogno di commentare il resto. Ormai la band non ha più nessuna idea, e non riesce a nascondere una pochezza artistica imbarazzante. Perfino la stampa inizia a rendersi conto di quanto il fenomeno fosse effimero.

Don’t Believe The Truth (2005) e Dig Put Your Soul (2008) segnano un miglioramento, seppur tiepidissimo, delle loro mediocri quotazioni. Almeno Lyla, Let There Be Love (dal primo) e To Be Where There’s Life (sul secondo) prosegue le loro canzoni ruffiane e derivative come pochi altri avuto il coraggio di essere.

Va da sé che se i Beatles sono stati osannati fino alla nausea, anche gli Oasis vendono perennemente carrellate di album.

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Voti:

Definitely Maybe – 5
(What’s The Story) Morning Glory? – 6,5
Be Here Now – 5
Standing On A Shoulder Of A Giant – 4,5
Heaten Chemistry – 4
Don’t Believe The Truth – 5
Dig Out Your Soul – 5

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