Nickelback – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I canadesi Nickelback sono stati fra i numerosi gruppi del Post-Grunge che hanno reciclato i riff e le idee dei gruppi celebri della scena di Seattle. Nel caso dei Nickelback i punti di riferimento sono i Pearl Jam, seguono Alice In Chains e Nirvana, con qualche spunto che ricorda anche gli Stone temple Pilots da cui derivano forse le spigolature più aggressive. Dopo un mediocre Hesher (1996) arriva il vero esordio con Curb (1996). Un Hard Rock ruvido e possente con venature melodiche pervade brani come Little Friend, Curb, Sea Groove e Fly, quest’ultima molto vicina ai Nirvana. I Pearl Jam sono la pietra di paragone per Just Four, forse il loro brano migliore in assoluto.

Dopo un esordio graffiante ma derivativo e non esattamente avanguardistico, i canadesi confermano il loro Grunge attempato con sfumature melodiche anche nel secondo The State (2000). Breathe insiste sulla loro forma canzone più frequente: un brano Hard Rock con spunti da ballad, che in questo caso conosce anche un efficace inserimento di tribalismi. La power ballad Leader Of Men e l’Hard Rock di Old Enough, con echi di Stone Temple Pilots ed il rifframa ruvido di Deep sono i passaggi migliori. One Last Turn apre invece la strada ad alcuni velati echi Stoner mal sfruttati. La loro musica, in sostanza, ricicla per l’ennesima volta i riff Hard Rock, senza troppa fantasia. Se fossero nati nel 1986 sarebbero stati loro i leader del Rock dei ’90, ma nel 2000 non sono che attempati epigoni con qualche buono spunto.

Silver Side Up (2001) permette alla formazione di ottenere un successo planetario. Sempre poco originali, i canadesi riescono a far apprezzare perlomeno i frutti della maturità artistica e trovano una carica possente in brani come Never Again e Money Bought, ritornelli piacevoli in How You Remind Me ed una variazione alla loro power ballad con Too Bad. Non ci sono brani pessimi, come in realtà dall’esordio, ma si rischia di confondere un nuovo brano con quello di qualche altro album o, ancora peggio, di qualche altro gruppo genericamente ispirato alla scena di Seattle.

Con più vigore la band si scatena su The Long Road (2003). La furia di Flat On The Floor, l’hit Someday, la power ballad See You At The Show e l’Heavy Metal poderoso di Throw Yourself Away meritano tutte un posto nel loro miglior canzoniere. Il resto, come sempre, si perde fra citazioni, autocitazioni e clichè più o meno triti. L’unica cosa che gli mantiene artisticamente in vita è che ad ogni album trovano una piccola spinta creativa che permette loro di non affondare nella mediocrità.

All The Right Reasons (2005) vende più di sei milioni di copie ma diventa sempre più prevedibile e rinuncia spesso anche a molta della forza che aveva illuminato l’album precedente, perdendosi in mid-tempo e passaggi più “rilassati”. Brani come Photograph e Far Away sono tra le loro peggiori ballate e fra le meno interessanti degli ultimi anni. Animals, ancora una volta vicina a certi Pearl Jam, è comunque un colpo di coda inaspettato, potente come un pugno in pieno viso. Bastasse un brano a giustificare un intero album, sarebbe quest’ultimo.

Dark Horse (2008) continua a proporre il medesimo stile, un po’ Rock, un po’ Pop, un po’ Grunge. La varietà va probabilmente cercata altrove.

Trovata la formula per vendere molti dischi, i Nickelback hanno rinunciato anche a quel poco di spinta artistica che gli teneva ancora qualche metro sopra quella fanghiglia dove affondano le band mediocri, fanghiglia di pochezza d’idee e di ballate commoventi dove adesso affogano.

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Voti:

Curb – 5,5
Hesher – 4,5
The State – 4,5
Silver Side Up – 5
The Long Road – 4,5
All the Right Reasons – 4
Dark Horse – 3,5

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