Neurosis – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Neurosis

I Neurosis sono un gruppo americano che nacque dalle ceneri dell’Hardcore e che approdò ad una musica sempre più evocativa con il passare degli anni che conferirà ai loro album una personalità unica.

L’esordio Pain Of Mind (1987) ripartiva dalle epilessi catastrofiche dei Black Flag, mutuando quel blaterare confuso e rabbioso in qualcosa di più emozionale senza perdere troppo della carica fisica. Nelle piaghe di questo Hardcore a rotta di collo, però, si intravedono paesaggi desolanti di sofferenza e dolore. Così Reasond To Hide, la tesissima title-track, la melodica Black, e la contratta rabbia di Bury What’s Dead assieme alle esplosioni chitarristiche di Geneticide, all’arringa caustica di United Sheep ed alla tensione che dilania Life On Your Knees sono le cifre di una formazione che sembra pronta a distruggere i limiti del genere, andando verso una musica che meglio si adatti alla loro disperazione.

The Word As Law (1990) sembra voler frammentare quello che prima era un tessuto ritmico uniforme, come si può osservare nella iniziale Double-Edged Sword che s’innalza in epici rallentamenti e apocalittici recitati fra l’urlo Hardcore classico ed un sofferente lamento da morente. The Choice parte da un Blues/Rock per sciorinare altra sofferenza ma Obsequious Obsolenscence riacquista una tensione spasmodica, un’atmosfera da incubo, claustrofobica e teatrale, una tensione verso la fine che pare irrimediabile. To What End? è l’agonia del dolore dell’anima mentre l’apertura di Common Inconsistencies sembra introdurre un sacrificio religioso salvo poi esibire accelerazione al vetriolo ed urla scomposte. Il folk affiora nelle tessiture grigie di Blisters, un lungo mid-tempo di oltre sette minuti, che segna ancora di più il distaccamento dall’Hardcore. Per il resto l’album contiene molte canzoni dell’esordio riedite.

Lo spettro della morte diventa onnipresente in Souls At Zero (1992) che è ormai una nuova creatura rispetto all’Hardcore dell’esordio: siamo dinanzi ad un quadro di non-vita e di dolore dove solo i nervi e la rabbia riescono a dare qualche nota di colore, seppure si tratti di un grigio amorfo o di un rosso acceso. La title-track, al limite del Prog-Rock ma imbastardita da scudisciate Hard Rock e rallentamenti Doom,è uno dei passaggi meno terrificanti, ma è anche quello che più risulta di una tensione sopportabile. Flight si costruisce su spasmi chitarristici per poi passare ad un delicato arpeggio ed un’acustica coda anch’essa pervasa da una vacuità desertica e solo alla fine macchiata da nuove epilessi. La tensione di The Web è perpetrata tramite un Post-Core nerissimo dove la doppia voce sembra unire freddo distacco ed opprimente astio. Come alternando fragore e mancanza di forze vitali, a queste catastrofi seguono passaggi sospirati come l’intro di Sterile Vision che poi s’arrampica in un violento vortice che ciclicamente annienta le emozioni in urla nere e tappeti melodici malinconici e sofferenti. Il più grande passo in avanti è dato dai brani più complessi e da una forma standard che ora è molto più vicina ai 6-7 minuti, con più momenti nel solito brano che quasi sempre si evolve come se si trattasse di piccolissime suite o vere e proprie creature che nascono e crescono più o meno epicamente. A Chronology For Survival parte, come ormai solito, piano e poi diventa prima una sorta di danza tribale poi un balletto bestiale per mostruosità che pian piano scivola in un melodico canto funereo che pian piano, con l’aggiunta delle chitarre, richiama alla lontana i Black Sabbath. La marcia meccanica di Stripped, una sorta di recitato per l’ultimo uomo sulla Terra, alterna cavernosi riff a scarne note di chitarra acustica e fischi di distorsioni quando non fa apprezzare lo scheletro sinfonico che funge da base strutturale. Il numero più terrificante a livello emotivo è forse Takanhase con le sue chitarre distortissime ed i ruggiti cavernosi da Death Metal assieme a To Crawl Under One’s Skin. La finale Empty dipinge un Pink-Floydiano paseggio marittimo, malinconico quanto toccante.

Con quest’album i Neurosis partoriscono uno dei massimi monoliti della sofferenza in musica, un concentrato di dolore universale che sfrutta il rude suono dell’Heavy Metal e dell’Hardcore per portare a nuvoi livelli l’espressività del Rock mentre il Folk/Rock impreziosisce le atmosfere.

Enemy Of The Sun (1993) enfatizza la cadenza tetra delle loro composizioni, ormai cattedrali sonore per gli incubi più terrificanti. Lost apre con un andamento funereo e distorsioni al limite del rumorismo, poi la voce lagnante prende il ruolo di co-protagonista fin quando il tutto non erutta in schegge di roboanti chitarre distorte e spasmi nevrotici e disperazione: dieci minuti fra i più dolorosi della storia della musica. La successiva Raze The Stray non è da meno, anzi indovina una spettrale melodia per fantasmi ed un battere furioso per voce in simil-growl ed echi industriali. Il procedere inumano e meccanico non fa che conferire nuovi livelli di lettura alla loro musica che sostanzialmente costruisce un tappeto di melodie e viene continuamente falcidiata da scatti e urla di dolore, di frustrazione e di desolazione in un continuo evolversi ed involversi che abolisce di fatto una forma canzone e riduce il tutto a quadri immani di disagio. La loro è una musica brutale ma fortemente emotiva ed introspettiva che ferisce più il cuore che la carne. Cold Ascending, un brano più breve, è invece sorretto dal battere ossessivo della batteria che solo sul finale rivaleggia con ventate portentose di chitarre e voci al vetriolo mentre Lexicon è un’altro agonizzante canto dei dannati che si conclude in galattiche distorsioni da Big Crunch. La title track è forse l’apice del loro inferno sonoro, qualcosa che ridicolizza molta della sofferenza che cercano di tramettere gruppi di Heavy Metal “estremo”: una pioggia di riff taglienti, tribalismi, urla laceranti e pause inquietanti in un febbrile ritmo post-industriale che sembra essere adatto per trasportare in musica l’Apocalisse biblica. L’inno alla morte del mondo sembra essere ancora più canonico nell’incedere maestoso di The Time Of The Beasts, cadenzata come un Doom iper-atmosferico, un procedere di chitarre bassissime, un rituale di distruzione e di fine che rimane fra le vette dell’Heavy Metal più oscuro. Cleanse chiude con oltre 26, mastodontici ma non tutti indimenticabili, minuti di tribalismi e psichedelici sprazzi di incubi con il solito frammento sonoro in loop negli ultimi 12 minuti.

Enemy Of The Sun porta più vicino all’abisso il Rock, giocando sulle sfumature del nero e conferendo alla frustrazione ed alla disperazione una nuova Bibbia.

Through Silver In Blood (1996) propone strutture più complesse ed articolate, come se la rabbia che prima era inarrestabile e contornata di urla improvvise ora fosse mediata ed incanalata in architetture che meglio ne sopportino il peso. I rumori sinistri e la voce soffocata dalle chitarre della title-track creano pian piano un serpentone di torture psichiche e fischi industriali per strazi e pianti dell’anima. Eye sfoggia un martellante andamento con chitarre cupe e distorte all’inverosimile che ricorda da vicino le idee che saranno dei Today Is The Day mentre la voce con tono gutturale grida come dannata: un concentrato di disperazione titanico. Purify è un altro quadro desolante dove scaricare tonnellate di rabbia e lacrime seppure le melodie riconducano sempre ad un’emotività commovente. Ritorna alla furia distruttrice e catastrofica la meno intricata Locust Star. Strenght Of Fates è uno dei loro massimi capolavori, una ballate per spettri con pianoforte e droni; dopo sette minuti il ruggito delle chitarre è talmente sconquassante da apparire terrificante per i timpani quanto per il cuore. Aeon è il secondo picco artistico, una commovente pittura malinconica pennellata di gravi battiti che nella parte centrale conoscono esplosioni immani e relativa quiete fino a chiudersi in un tappeto di sottile tensione ed inquietudine con un senso di tristezza che pesa come un macigno. Il massimo del dolore è invece Enclosure In Flame, un abominevole bagno di lacrime e sofferenze atroci, un desolato presagio di eterni supplizi che affoga nella pece più nera ogni rimasuglio di speranze.

Se Enemy Of The Sun era un lotto di canzoni per chi si nasconde da sole in Through Silver In Blood il sole è stato risucchiato insieme ad ogni rimasuglio di vita da un enorme buco nero.

I Neurosis tornano con Times Of Grace (1999) un album per molti versi meno eccessivo e più “musicale”, almeno per i loro standard. The Doorway sfoggia un groove esplosivo che conta più sull’ossessivo ripetersi di lancinanti urla e riff Death Metal che su atmosfere tetre. Under The Surface appare molto vicina alla formula dei Today Is The Day meno diretti seppure rimanga di un’imponenza notevole. The Last You’ll Know sciorina ancora la disperazione ma questa volta partendo soprattutto da un crepitante chitarrismo per poi continuare, nei suoi oltre nove minuti, a trasformarsi in un Doom per rumori sovrannaturali. Il sintomo che ci sia una maggiore normalità nella loro musica tetra è confermato da numeri come Belief, che perlomeno si riconosce in una base ritmica comune ed evita eccessivi strazi sonori, nella spettrale melodia per chitarra acustica di Exist, nell’epicità classica di The Road To Sovereignity e nel suggestivo inno di Away, un folk nerissimo che diventa sempre più diradato fino a ridursi a quasi un soffio di vento che nel finale viene turbato da note al ralenti di chitarra e da urla lontane. End Of The Harvest è una funerea passeggiata verso la fine, con giusto un attimo di respiro prima dell’ultimo tifone di dolore, fuor di metafora un tremendo assalto di batteria e grida che preannunciano solo un’insostenibile dolore fagocitando ogni possibilità di riscatto. Times Of Grace è un’altra delle loro marce mortali, ma meno suggestiva del solito,in quanto aggiunge poco alla loro tavolozza di strumenti di tortura per l’animo.

Times Of Grace è un album di transizione che abbandona in parte l’ardito sperimentalismo dei dischi precedenti ed appare meno alieno nel panorama contemporaneo.

A Sun That Never Sets (2001) è, come il precedente, un’opera che conserva una dimensione di umana sopportabilità, seppure rimanga tetro e desolante in modo evidente. La mastodontica The Tide, nei suoi quasi nove minuti, apre degnamente per la successiva From The Hill. Quest’ultima, un’altro sofferentissimo viaggio nel buio dell’animo, si apre a tempo Doom e lascia che lentamente si aggiungano strati di chitarre mentre l’urlo animalesco concede qualcosa di più emotivo a questo paesaggio senza vita. La coda conclusiva, a tempo di marcia di morte, e crescendo epico, non fanno che ingigantire il senso di “spleen”. Le medesime atmosfere cimiteriali proseguono nella title-track e nei 13 minuti di Falling Unknown, un altro summae della loro arte gotica. Più originale è la danza oscura di From Where Its Roots Run mentre scampoli aggressivi affiorano in Crawl Back In e nella violenta Watchfire. La conclusiva Stones From The Sky conclude in esplosioni strazianti l’opera.

The Sun That Never Sets non si accosta alla forza delle loro opere migliori, ma accuratamente continua il loro desolante quadro dell’umanità. Seppure alcune idee siano riprese dal loro passato ed in alcuni casi la band si dilunghi forse più del dovuto, l’album continua a conservare la capacità do penetrare l’anima nel profondo.

The Eye Of Every Storm (2004) si apre con i 7 minuti pensosi e desolanti di Burn, che esplode dopo quasi tre minuti, ma continua a vagare in atmosfere umbratili, soffuse, di grande atmosfera, con picchi di intensità drammatica: è uno delgi episodi migliori. No River to Take Me Home (quasi 9 min.) è altrettanto pensosa e drammatica, ma si dilunga in parti strumentali non molto ispirate. La title-track, 12 minuti, è l’ennesimo mid-tempo, dove ancora più lampante appare la monotonia in cui la band cade in questi brani pensosi e desolanti, non aiutata da un canto anemico ma monotono. Più intrigante il gorgo cosmico che apre Left To Wander (8 min.), poi uno Slo-Core al ralenti e quasi impercettibile, e quindi una parte Doom ed un finale dove distorsioni psichedeliche, ritmi circolari e melodie malinconiche si sovrappongono. Altre trascurabili ballate (Shelter, A Season In The Sky) affollano la seconda metà dell’opera. Fa meglio Bridges (11 min e mezzo), degna della violenza e della potenza dei vecchi Neurosis, ma con poco di nuovo da raccontare ed una certa prolissità giocata tutti sui fortissimi contrasti fra semi-silenzio e nubi assordanti di chitarre.

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Voti:

Pain Of Mind – 7
The Word As Law – 6,5
Souls At Zero – 7,5
Enemy Of The Sun – 8
Through Silver In Blood – 8,5
Times Of Grace – 7
Sovereign (mini) – 7
A Sun Thath Never Sets – 6,5
The Eye Of Every Storm- 5,5

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