Nasum – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati di Nasum

I Nasum sono stati forse i migliori fra i discepoli dei Napalm Death. Svedesi provenienti per molti versi dalla scena Death Metal, sono stati capaci di ricreare un sound ingarbugliato, tremendamente sgraziato e volgare, di una rozzezza quasi irreale. Mentre la batteria batte forsennata, la chitarra si riduce spesso ad un ronzio assordante quando non ad una pura funzione ritmica che assomiglia più ad una cotraerea che ad una qualche altra musica Rock. La voce, dal canto suo, si alterna fra registri Black Metal, Death Metal e Hardcore. I Nasum hanno creato una tensione spasmodica, un’estetica terribile dove conati di rabbia e disperazione si consumano in pochi attimi all’interno di affreschi pregni di morte e di violenza, sistemi dove l’annullamento è puntualmente l’attimo successivo di tutto quello che si osserva e dove l’atto di disgregazione avviene all’insegna di crescendo mostruosi, tifoni sonori per note martoriate e ugole disfatte, per ritmiche inumane e soffocanti tappeti sonori. I Nasum hanno avuto il compito di portare nei Napalm Death la cupezza del Death Metal e le urla strazianti del Black Metal, creando una musica che è sempre molto vicina all’insegnamento dei terroristi sonori inglesi ma che sa, in alcuni episodi, distinguersi fino ad integrare elementi differenti presi in prestito anche da stilemi del Brutal o del Cyber Grind.

Come è facile immaginare, l’intera discografia si muove su territori simili a quelli dettati da From Enslavement To Obliteration. Quello che vale nelle loro opere è il continuum sonoro, l’impressione di dover subire una mitragliata di sputi e schizzi di sangue, l’angoscia di trovarsi all’interno di un turbine di vetri che scavano nella pelle e causano ferite profonde.

L’opera prima ed anche la più interessante è l’esordio Inhale/Exhale (1998), che di fatto pone le basi di tutta la loro carriera. Fra gli episodi singoli più intriganti meritano citazione Digging In, Time To Act, I See Lies, la title-track, There’s No Escape, You’re Obsolete, The System Has Failed Again, la relativa musicalità di Shaping The End, I’m Not Silent, A Request For Guidance, It’s Never Too Late. La somma delle parti vale molto di più degli episodi singoli e quello che più atterrisce è il muro sonoro che riescono a creare e disfare ogni manciata di secondi. La loro forma di Grindcore è, per la strutturazione articolata ed un vago substrato melodico, più “intellettuale” e più “raffinata” di quella dei Napalm Death, ma rasenta sempre il bestiale muggire di un’orda di mostri in preda ad allucinanti convulsioni o la colonna sonora di una tortura inflitta a tutta la razza umana contemporanemanente: il caso dei Nasum è il dolore e la rabbia che derivano dal dolore dell’umanità intera. Quando anche sembra crearsi un ordine nelle canzoni, questo viene annientato e tutto crolla su se stesso, schiacciato dal peso dei macigni sonori che le chitarre generano e che la batteria trita e sminuzza accompagnata dallo screziato bofonchiare della voce.

Il successivo Human 2.0 (2000) si permette di far maturare quell’accozzaglia inumana verso una deformata musica per eco industrialoidi e macchine assassine. La struttura di fondo è la medesima dell’album precedente, un Grindcore complesso e strutturato che esplode sistematicamente in orgie sonore, ma i Nasum sembrano adesso esser più attenti a cercare di diversificare la loro formula, inserendo nuove sfumature nel loro sound.

Helvete (2003) continua a perpetrare la solita forma annienta-timpani ma si concede sempre di più ad un songwriting relativamente eterogeneo che tenta di rendere meno evidenti il limite delle loro epilettiche sfuriate.

Shift (2004) conclude la loro carriera riuscendo a trovare quel vigore e quell’energia che nell’album precedente sembravano un po’ spariti, creando un ponte ideale fra la primigenia e più animalesca forma dei primi album e quella più personale che ha trovato maggiormente spazio nel secondo periodo.

Grind Finale (2006) è una raccolta di un numero impressionante delle loro schegge Grindcore, un compendio di tutta la loro carriera che mostra anche come la ripetitività sia stato il loro limite maggiore. La compilation contiene diverse tracce inedite, che poco aggiungono al loro canzoniere maggiore. Il vero problema di questa sorta di discografia è che, nella sua monumentalità, finisce per perdere la forza che nei 40 minuti degli album si conservava: qua, dopo 50 minuti, si sente già diminuire sensibilmente la forza espressiva della loro musica. L’effetto è simile a coloro che si desensibilizzano dalla violenza dopo aver visto molte ore di pratiche sadiche.

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Voti:

Industrilaven – 5
Inhale/Exhale – 7
Human 2.0 – 6,5
Helvete – 6
Shift – 6,5
Grind Finale (2CD) – 5

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