Motorhead – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Le migliori canzoni dei Motorhead

I Motorhead sono state una delle bandiere della musica “dura” inglese, una delle formazioni fondamentali per l’Heavy Metal britannico ed una band che dal vivo ha confermato con leggendari concerti la potenza della musica Rock. Musicalmente la formazione è indissolubilmente legata all’ex Hawkwind Kemmy Kilmister, bassista truce e cantante Blues roco e sguaiato, nonché una delle icone viventi del Rock duro e puro.

I Motorhead hanno avuto non solo il compito di ripescare il Rock’n’Roll e di aggiornarlo al Punk iniettandolo di Hard Rock, ma hanno anche posto idealmente le basi di certo Thrash Metal e si sono di fatto proposti come i portabandiera di uno stile di vita scellerato, chiassoso, festaiolo, che ha conquistato tutti i “perdenti” ed “emarginati” al suono delle loro chitarre sparate a volumi assordanti ed ai loro anthem rompicollo lanciati a velocità supersoniche.

Nel corso della carriera i Motorhead si sono dimostrati un pilastro insostituibile della musica inglese ed hanno finito per diventare un classico in ogni accezione: in tutta la carriera hanno sostanzialmente perfezionato uno stile già definito dopo due album dalla fondazione della formazione.

Sostanzialmente si può affermare che i Motorhead non cantano canzoni diverse, ma che abbiano dei canovacci, persino dei modelli ben precisi, che fungono da elementi di base per la creazione degli album. La somiglianza fra molti dei loro classici è evidente, le soluzioni adottate sono autocitate all’infinito. Lemmy canta quasi sempre con la solita voce strozzata, la batteria batte sempre come una dannata, le chitarre reciclano Blues e Rock’n’Roll fino allo sfinimento.

Come portabandiera, i Motorhead hanno finito per dover attenersi al loro stesso stile e la loro stessa legge, all’insegna di un integralismo stilistico caratteristico ma spesso anche noioso. E’ il prezzo da pagare per aver messo in piedi uno dei gruppi più rozzi, rumororsi, adrenalinici e chiassosi di sempre, ed uno dei pochi a saper reinterpretare efficacemente la rabbia e l’energia primigenia del Rock’n’Roll.

Dopo l’esordio con l’omonimo Motorhead (1977), ancora debole ed acerbo, la band trovò la strada per il futuro con Overkill (1979) che contiene una esplosiva title-track e No Class ma soprattutto inventa un suono viscerale, sincopato, rude e volgare che rimarrà il marchio di fabbrica. Bomber (1979) migliorò ancora l’alchimia con la splendida cavalcata distruttiva della title track, Dead Men Tell No Tales e Stone Dead Forever. Questi due album sono il canovaccio per i successivi anni di carriera, il punto di partenza per una forma musicale che rimarrà invariata per molti anni.

Overkill e Bomber sono probabilmente i primi due classici dei Motorhead, e godranno di ampio successo di pubblico.

Ace Of Spades (1980) giunge con la title track ad una nuova vetta espressiva, consegnando alla storia forse il loro brano definitivo ed un classico intramontabile del genere. (We Are) the Road Crew, Love Me Like A Reptile e Shoot You in the Back si aggiungono ai classici della formazione. Con Ace Of Spades si chiude quello che potrebbe essere definito il periodo classico e più significativo della band. Idealmente il live No Sleep ‘til Hammersmith (1981) fotografa la band nel suo splendore cacofonico e sembra segnare la fine di un’era.

Iron Fist (1982) ripete le medesime idee senza aggiungere molto altro al loro canzoniere tranne Iron Fist, altro brano al fulmicotone.

Another Perfect Day (1983) conferma la crisi della formazione e sfodera mediocri tentativi melodici.

Una band rinata è quella che pubblica Orgasmatron (1986): una energia possente, chitarre taglienti, brani (relativamente) più complessi e l’ormai abituale saccheggio al Blues ed al Rock’n’Roll fanno di quest’opera la più coesa e trascinante della formazione. Orgasmatron è una sorta di epitome della loro opera, ed aggiunge una sequela notevole di nuovi “classici”: Deaf Forever, Ain’t my Crime, Claw, Mean Machine, Doctor Rock sono tutte pietre miliari della loro carriera. Con Orgasmatron i Motorhead confermarono la forza della loro volgarità musicale.

Rock’n’Roll (1987) cerca di replicare il successo dell’album precedente, con poca fantasia ma grande grinta soprattutto in Eat the Rich, unico brano davvero di spicco.

Dopo dieci anni lo stile dei Motorhead soffriva della mancanza di nuove idee. Nonostante l’apice di Orgasmatron, o forse proprio per questo, la band aveva la tremenda necessita di trovare nuove aperture senza rinunciare, da brava formazione dura e pura, alla propria estetica di rozzi ubriaconi edonisti.

1916 (1991) è una svolta per la formazione. La title track è un mid tempo con aperture melodiche e testo impegnato, Love Me Forever una cupa ballata d’amore, Nightmare In The Dreamtime flirta persino con echi psichedelici ed atmosfere avvolgenti. The One to Sing the Blues e I’m So Bad (Baby I Don’t Care) servono da ponte con il passato, ma meritano ad ogni modo un posto fra i loro capolavori. 1916 non è un album di redenzione, più di coscienza e maturità: più musicale, più coraggioso, articolato e persino “profondo”, rimane con buona probabilità l’ultimo classico della formazione.

March Or Die (1992)si dimostra subito molto inferiore, più raffazzonato e meno eclettico, quasi un ritorno al pre-1916 piuttosto mediocre. La ballata Don’t Let Daddy Kiss Me, le cannonate di I Am the Sword e We Bring the Shake sono il poco da citare di Bastards (1993). Sacrifice (1995) si fa ricordare per Sex & Death ed una ritrovata grinta degna degli esordi.

La saga dei Motorhead è poi proseguita stancamente per tutti gli anni ’90 e zero, con una sequela di album dove hanno spesso ripetuto se stessi all’infinito: sono opere prevedibile dove le impennate di chitarra, la voce, i ritornelli, i volumi assordanti e tutto il resto sono preconizzabili come l’esplosione che segue l’innesco di una bomba.

Overnight Sensation (1996), Snake Bite Love (1998), We Are Motorhead (2000), Hammered (2002), Inferno (2004), Kiss Of Death (2006) hanno tenuto in vita il loro mito. Di tutte queste opere Inferno è forse l’unica che si distingue da un seguirsi infinito di variazioni sui loro temi triti e ritriti. Musicalmente gli ultimi album hanno segnato uno sporadico avvicinamento esplicito agli stilemi del Thrash Metal.

Motorizer (2008) è basato soprattutto sul loro ritrito Heavy Metal. Aftershock (2013) continua a ripetere un canovaccio risaputo.

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Voti:

Motorhead – 6
Bomber – 7
Overkill – 7
Ace Of Spades – 7
No Sleep ‘Till Hammersmith – 7
Iron Fist – 6
Another Perfect Day – 5
Orgasmatron – 7,5
Rock’n’Roll – 6
1916 – 7
March Or Die – 6
Bastards – 5,5
Sacrifice – 5,5
Overnight Sensation – 5
Snake Bite Love – 5
We Are Motorhead – 5
Hammered – 5
Inferno – 5,5
Kiss Of Death – 4,5
Motorizer – 4
Aftershock – 4

 Le migliori canzoni dei Motorhead

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