Melvins – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist (parziale) di brani selezionati dei Melvins

Non pubblicarono mai un’opera che racchiudesse tutta la loro forza creativa, ma gli americani Melvins sono state tra le formazioni fondamentali del Rock “duro” a cavallo fra anni ’80 e ’90. I loro rallentamenti estenuanti, le loro sfuriate aggressive e schiacciasassi, la loro vena sperimentale sono state il punto di partenza di decine di band degli anni ’90, che da loro hanno preso ispirazione in modo più o meno esplicito. Il loro limite più grande è stato quello crogiolarsi nel loro stesso immaginario, sfuggendo sì agli schemi ed alle previsioni, ma anche dimostrandosi a tratti autoindulgenti, prolissi, quasi tronfi.

Gluey Porch Treatments (1987) istituzionalizzò il loro Rock al ralenti, vicino alla stasi, pesante, magmatico, pachidermico. E’ una musica che cerca l’ascolto stancante, angosciato, doloroso, una musica per dolore e rabbia, una musica di una violenza fotografata e resa fra pause ed accelerazioni. I Melvins incatenano la furia dell’Hardcore, di cui rimane soprattutto la brevità dei brani, in un Rock poderoso e nero. Il lavoro più interessante è quello della batteria, sbilenca e stravagante, mentre la chitarra gracchia riff rumorosi e la voce urla liriche naif. La splendida Eye Flys è un lamento di chitarre che rimarrà uno dei loro capolavori, le schegge di Exact Paperbacks, Glow God, Big As Mountain e Flex With You sono tutte durissimi attacchi di un sound che sarà la base di molto Stoner Rock.

Ozma (1989) replica con la mastodontica Vile, un Grunge lento e melmoso, scava la tomba con la chitarra singhiozzante di Kool Legged, aggiunge nuove pagine al capitolo “lentezza e violenza” con Green Honey, Agonizer, Raise A Paw, la lunga Revulsion. La loro musica è ostica, l’ascolto è, per i non avvezzi, difficile e tortuoso, i loro brani sono una continua sospensione a mezz’aria fra esplosione ed implosione, uno stato intermedio che crea un sound cadenzato e cupo, sinistro e violento, rozzo e ripetitivo.

Bullhead (1991) mette semplicemente a frutto le esperienze dei primi due album. Più coeso, più articolato, più meditato ma non meno brutale e feroce, ossessivo, catacombale nell’incedere minaccioso di Boris (oltre otto minuti), altro picco della loro carriera. Ananconda e Ligature ribadiscono a loro melmosa e fluida musica ossessiva, It’s Shoved azzanna con chitarre taglienti, Zdiac si lancia in una cavalcata Heavy Metal su strutture Rock’n’Roll e If I Had An Exorcism si sublima in un finale thriller. You Blessened e Cow completano quello che è forse il loro album migliore e più completo e che forma, assieme al precedente Ozma, l’epitome della band.

Eggnog (1991) è un EP che si fa ricordare soprattutto per i mastodontici 13 minuti di Charmicarmicat, un’altra delle loro perle più preziose.

Il successivo album omonimo del 1992, meglio conosciuto come Lysol, porta alle estreme conseguenze la loro musica grezza e violenta. Gli undici minuti di Hung Bunny, i sette strazianti minuti di lentezza di Roman Bird Dog e la stasi di Sacrifice valgono tutta l’opera e sono una sorta di punto di non ritorno in quanto, dilatati e pachidermici, i loro riff sembrano essere arrivati al culmine della loro maestosa imponenza. La seconda parte dell’album, ad ogni modo, delude le aspettative.

Houdini (1993) recupera la musicalità, senza perdere ferocia e violenza (Hooch). Il passo militare di Night Goat, la tranquillità inaspettata di Lizzy, la furia Thrash Metal/Stoner di Honey Bucket, i sette minuti di Hag Me che non sfigurerebbero in Bullhead o Ozma in quanto a lentezza e sound truce nobilitano un’opera che non manca di episodi poco convincenti come Set Me Straight o Sky Pup. Seppure non eccezionali numeri come Teet, vicina al Grunge, e la ritmica ossessiva di Pearl Bomb aiutano a digerire meglio la prolissità di alcuni brani e qualche calo di tono.

Un po’ disorientati i Melvins pubblicano un’accozzaglia di avanguardia rumorosa e dialoghi noiosi in Prick (1994) (accreditato ai Snivlem).

Stoner Witch (1994) è, seppure nella relatività del loro universo, un album di normalizzazione. L’Hard Rock di Queen, Il Thrash’n’Roll entusiasmante di Sweet Willy Rollbar e la ballata di Roadbull non è tanto imprevedibile quanto ci si potrebbe aspettare da loro, tanto che l’esplosione è meno spaventosa e scioccante di quanto ci si potesse aspettare. Dall’altro canto, vicino a questi brani di buona fattura ma non così personali di affiancano episodi come Magic Pig Detective, At The Stake e Lividity che cercano nuove sperimentazioni (con risultati alterni).

Stag (1996) sfrutta la stessa logica: tanta carne al fuoco, tante varianti, qualche buona trovata ed alcuni brani autocompiaciuti. The Bit è un altro mattone angosciante degno dei tempi migliori, The Bloat butta altra benzina sul fuoco e Googles aggiunge tonnellate di rumore e distorsioni. Lacrimosa è un incubo sonoro da avanguardia. Il resto dell’opera, invece, va verso il pop (Skin Horse p.e.), il Blues (Cottonmouth) od il Folk (Black Block) con risultati spesso trascurabili.

Honky (1997) riduce forse la dispersività ma giunge a risultati ugualmente mediocri. How-++- rimane forse l’unico episodio degno di nota, il resto è soprattutto vicino alla media dei gruppi Stoner e Heavy Metal che dai Melvins hanno preso ispirazione.

The Bootlicker (1999) sorprendentemente vede i Melvins ritornare con nuova potenza creativa. Si tratta di un’opera visionaria, fortemente psichedelica, astratta, allucinata. Let It All Be e Prig sono due brani rispettivamente di dieci e quasi nove minuti che assieme a Jew Boy Flower Head costituiscono l’ossatura dell’opera. Che i Melvins siano dispersivi e criptici, rimane una costante, ma l’alone di lisergicità che pervade l’opera e l’introduzione di elementi innovativi nella loro opera (che significa aver inserito più Pink Floyd e qualcosa di lento e meno deflagrante che gli fa somigliare a certo Slo Core) rendono querst’album il migliore da molti anni e, seppure di maniera, un’opera elaborata e professionale, quasi intellettuale.

The Maggot (1999) e The Crybaby (2000) completano la teorica trilogia di cui anche The Bootlicker fa parte, ma con meno idee interessanti. Il primo, se non altro, è una sorta di Heavy Metal per aristocratici, il secondo si fa ricordare per qualche passaggio di Divorced.

Sempre più “snob” e “elitari”, con Colossus Of Destiny (2001) pubblicano 45 minuti di rumore senza molto fascino, ad anni luci di distanza da chi dei rumori fa il suo mestiere. Hostile Ambient Takeover (2002), che invece sembra riprendere la strada del loro stile passato, è poco più che una raccolta di brani che non lasciano il segno.

Sostanzialmente i Melvins hanno tentato di reinventarsi nel corso degli anni, finendo per creare una musica avanguardistica e pretenziosa che quasi mai ha affascinato quanto avrebbe dovuto. All’esordio con una serie di album quantomeno seminali, se non eccelsi nei contenuti, hanno fatto seguire un declino che ha avuto un significativo momento di interruzione solo con The Bootlicker, e che sembra proseguire ancora oggi quando, ripreso in mano lo Stoner che loro stesso avevano proposto ai metalheads di tutto il mondo, si trovano a fare i conti con il tempo che è trascorso dal 1987 e con i limiti stessi di una musica angusta in quanto a variazioni.

Senile Animal (2006) prosegue il riavvicinamento al sound degli esordi, ritrovando se non altro la forza tellurica di episodi come You’Ve Been Right, tra le cose più coinvolgenti che la band abbia pubblicato nell’ultimo decennio.

Nude With Boots (2008) dà soddisfazioni soprattutto nella musica da western psichedelico di Dies Irae, uno dei brani più visionari della loro carriera, che riprende la lezione di The Bootlicker ed aggiunge un altro brano al loro miglior canzoniere. Suicide In Progress, Smiling Cobra sono invece possenti cannonate di Stoner ed Heavy Metal senza pretese di innovazione ma con un tiro invidiabile dalla maggior parte della scena loro contemporanea. Non mancano passaggi minori e dispersivi, dal mainstream della title-track, al rumorismo di Flush, al Rock’n’Roll di The Stupid Creep.

The Bride Screamed Murder (2010) non rinuncia alla vena sperimentale della formazione, che anzi destabilizza le composizioni con slanci demenziali (Hospital Up si chiude con musica circense), riducendo l’onnipresenza delle chitarre e sviluppando assalti ritmici e variazioni numerose. Così The Water Glass si interrompe al centro per lasciare spazio ad un musical demenziale e tribale ed Evil New War God è una versione irrequieta del Doom e dello Stoner Rock. Non manca di acrobazie nemmeno PigHouse, capace di decostruire gli stilemi dei generi che gli stessi Melvins hanno contribuito a creare. La tensione Heavy Metal per cori da pub di Elecrtic Flower introduce però una seconda parte dell’album meno convincente, che oltre alla già citata avventura circense di Hospital Up regala una lunghissima cover di My Generation (quasi 8 minuti di noia) ed un finale con PGx3 superfluo e prolisso.

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Voti:

Gluey Porch Treatments – 7
Ozma – 7,5
Bullhead – 7,5
Eggnog – 6,5
Lysol – 6,5
Houdini – 6
Prick – 4,5
Stoner Witch – 6
Stag – 5,5
Honky – 5,5
The Bootlicker – 7
The Maggot – 6
The Crybaby – 5
Colossus Of Destiny – 4,5
Hostile Ambient Takeover – 5
Senile Animal – 5
Nude With Boots – 5,5
The Bride Screamed Murder – 6

Playlist (parziale) di brani selezionati dei Melvins

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