Patrick Wolf – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati di Patrick Wolf

L’inglese Patrick Wolf parte dal Folk per unirlo ad una Elettronica vicina a certi Nine Inch Nails, generando un incrocio da Folk-tronica mutante, divisa fra intimismi, deformazioni e distorsioni, oltre che attacchi ritmici aggressivi e ruvidi. L’uso di una ampia strumentazione arricchisce di sfumature il suono.

L’esordio Lycantrophy (2003) mostra la forza di uno stile che supera i confini di Folk e Pop affondando in atmosfere barocche e malinconiche, venate di digitale. La struttura da cui si parte è spesso quella di un Folk canonico, ma impreziosito di dettagli eleganti e manipolazioni digitali. Wolf Song, Pigeon Song, London e soprattutto Demolition (6 minuti) mostrano questo Folk digitale ed elettronico, che aggiorna la narrativa dei cantastorie dal nuovo millennio. L’album è molto più originale però quando la componente digitale copula o aggredisce quella narrativa e Folk. La title-track si fa contaminare da battiti di drum machine e fischi e Bloodbdeat è un Techno imbevuta di Folk e Pop. Don’t Say No unisce chitarre acustiche, melodie eteree e ritmi profondi e sfregiati da sintetizzatori. Alcuni brani, i migliori dell’opera, superano anche questi limiti, creando una instabile miscela di Digital-Folk ben rappresentata dalle distorsioni selvagge di Paris, una canzone d’amore fra cariche dinamitarde, fra Rap, colonna sonora, Folk e Pop. Il ritmo nevrotico di A Boy Like Me su un canto vocale funereo mostra l’eclettismo di Wolf ma è soprattutto The Childcatcher ad attirare l’attenzione, aperta in un clima cupo guidato dagli archi, destabilizzata da drum-machine, recitato demoniaco-psicopatico, ritmi aggressivi, acrobazie vocali ed eteree, pianoforte cullante e romantico ed una esplosione da Drum’n’Bass tellurica che deflagra su di una melodia impalpabile, intervallandosi a pause e fischi. Dopo 3 minuti una melodia folkloristica si innesta su un altro recitato dove la voce, mutante, sdoppiata, eterea e demoniaca innesta un nuovo ritmo, fino ad una deflagrazione digitale totale, come a significare che l’equilibrio precario si è definitivamente infranto.

Wind In The Wires (2005) è molto più vicino ad un canovaccio Folk-Pop barocco ed elegante, che unisce una musica classicheggiante sia al Pop che alla musica digitale.The Libertine si fregia di voce distorta e violini romantici e Teignmouth sembra una ballata industriale dei Nine Inch Nails. Molto dell’album viaggia invece su uno stile più narrativo, vicino in certi casi al Pop-Folk-Rock malinconico e crepuscolare come in Railway House, The Gispy King e Wind In The Wires . Ghost Song mostra ancora le eccentricità dell’esordio nella manipolazione digitale di una musica quasi religiosa, epifanica. This Wheater si muove fra pianoforte, battiti Techno, stratificazioni e malinconia, fra dedica amorosa e ballabile da discoteca. Tristan, piena di Nine Inch Nails, unisce un ritmo sconquassante ad un ritornello Pop malinconico, impreziosito dalle mutazioni vocali di Wolf, fra ruggente minaccia e falsetto femmineo. Lands End, posta a fine album, in sette minuti prima regala un tiepido Folk-Pop e poi si dilunga in armonie vocali, fallendo il brano esteso. L’opera, nel complesso, sembra una versione meno schizofrenica dell’esordio, più elegante e vicina ai canoni del Folk, seppure in modo sovente obliquo. Il principale difetto è che questo sound sembra trascurare le idee più innovative dell’esordio, basandosi invece quasi esclusivamente su un lambiccato e barocco Pop-Folk moderno.

The Magic Position (2007) fonde l’anima più classicamente Folk a quella Pop/Rock in brani eleganti, barocchi ma anche più immediati. Numeri Pop/Rock come Overture, The Magic Position, Accident & Emergency e Get Lost sono raffinati ed orecchiabili, adatti alle radio “indie” ma non esattamente rivoluzionari (si sentono soprattutto le ombre di Marc Almond e del Pop/Rock degli ’80). L’anima più intimista torna in Augustine e Enchanted, eleganti momenti emozionanti. Wolf torna a qualcosa di più sperimentale solo in The Stars, fra tintinnii e ritmi inquieti, e Secret Garden, una defromazione elettronica spinta fino alla saturazioen totale. Si tratta in conclusione di un’opera più derivativa, meno coraggiosa ma anche curata ed elegante, che merita un posto d’onore nel Pop sofisticato degli anni zero.

The Bachelor (2009) recupera l’interesse per i ritmi dell’esordio, venandoci le canzone Pop di The Magic Position. Il ritmo saltellante di Oblivion, le percussioni minacciose della title-track, la classicheggiante Damaris mossa da un ritmo incespicante (una delle sue più eleganti melodie), le mutazioni vocali per drum machine meccaniche di Count Of Casuality sono momenti di Pop di classe. L’eterea Thickets e la religiosa Who Will mostrano l’animo più sentimentale di Wolf. Molte delle canzoni dell’album rimangono comunque nei territori di un Pop variegato di Folk, come Blackdown, o di Classica (The Sun Is Often Out, Theseus) o provano esperimenti non felicissimi, come la Disco di Vulture ed il Punk digitale di Battle. Il momento più equilibrato risulta così Hard Times, un Pop-Folk-Rock ballabile orecchiabile e radiofonico, che riassume efficacemente un artista diviso fra Pop, Folk, Classica e stravaganze, troppo spesso incapace di riassumere efficacemente il suo talento.

Almeno The Childcatcher, Paris, A Boy Like Me, Demolition, Ghost Song, Tristan, Augustine, Secret Garden, Damaris, Count Of Casuality, Hard Times rimangono comunque numeri che sfoggiano un talento Elettro-Pop-Folk-Rock che meriterebbe di essere meno sbiadito dall’eccessiva propensione a pubblicare brani minori e meno carismatici.

Lupercalia (2011) è un ricercato album di Pop da camera, rigogliosamente arrangiamento e vibrante di una trascinante passione, dall’originalità altalenante. The City e House condividono un’anima ballabile, vagamente ottantiana, che si stempera in Bermondsey Street, con clapping ruffiano e brillanti arrangiamenti ai limiti del festoso, con un uso dei fiati che ricorda la dolcissima malinconia dei Beirut. Uno struggimento romantico in The Future, altro magniloquente Chamber-Pop con una grandiosa esplosione dopo due minuti anticipa l’intimista Armistice, che vibra come una confessione amorosa dei Cure arrangiata come una soundtrack melodrammatica, un vertice di arioso Pop dai toni fra l’onirico ed il sinfonico. Armistice perde completamente o quasi l’uso di strumenti ritmici, e tale allontanamento dalle propensioni ballabili prosegue idealmente nella brevissima William (50 secondi). La struggente figura di archi che apre Time Of My Life ci mette più di un minuto per trovare un ritmo tipicamente ballabile, richiamando il Pop corale degli Arcade Fire, con il tessuto musicale che si svuota e vede gli strumenti intrecciarsi in un passaggio prima del terzo minuto, che accompagna fino a poco prima del finale. Il ritmo, la cosa più banale, rovina un brano che poteva ambire ad essere un piccolo capolavoro. The Days ha come modello le ballate più notturne, con arrangiamento da camera ed un canto da copione (à la David Bowie). Il Duca Bianco si intravede anche in Slow Motion, ballata strappalacrime. Together ricorda nell’uso dell’Elettronica retrò certi momenti molto Pop del Roxy Music, con la coralità degli Arcade Fire. La chiusura con The Falconer unisce ballabile retrò ed archi classicheggianti, senza aggiungere molto.

Archi a profusione, fiati, richiami più o meno retrò segnano un album che un po’ è citazionista, un po’ mostra le doti di Wolf. Banali ritmo e cantato, tutti e due fondamentalmente canonici, l’opera trionfa nei rigogliosi arrangiamenti, che sanno dimostrarsi nei momenti migliori eterogenei e stuzzicanti. Numerosi i richiami ad artsiti più o meno contemporanei ma, diciamolo senza paura, il punto forte dell’opera risiede in ritornelli, melodie ed arrangiamento; un equilibrio fra passato e presente, misurato, professionale, accorto, che fluisce con piacere, seppure senza genialità ed estro che Wolf nell’esordio dimostrò pur di avere.

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Voti:

Lycanthropy – 7
Wind In The Wires – 6,5
The Magic Position – 6
The Bachelor – 6,5
Lupercalia – 6,5

Playlist di brani selezionati di Patrick Wolf

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2 pensieri su “Patrick Wolf – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. utente anonimo ha detto:

    Lo sto ascoltando un po' in qua e là in questo momento…
    Mi piace moltissimo, è molto suggestivo 🙂 Per ora l'unico album che ho ascoltato per intero è The Magic Position. Però devo dire che concordo con l'elenco finale di "best tracks" che hai fatto…come sempre! ^^

    Estelin

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