Plastikman – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati di Plastikman

Il canadese Richie Hawtin è stato al capo di numerosi progetti musicali nel campo della Techno e dell’Elettronica sperimentale.

La sua opera a nome F.U.S.E. ha lasciato unicamente la compilation Dimension Intrusion (1993), dove sperimentava una Techno psichedelica ed allucinata come in F.U..

Più significativa la sua carriera a nome Plastikman, un significativo progetto che progressivamente ha portato i ritmi della Techno minimale in una liquefazione totale, fino ad approdare in un territorio di suoni diffusi, dove persino i ritmi si smussano e si limano fino a confondersi.

Sheet One (1993) sviluppa una musica assolutamente ritmica e minimale fino all’estremo, contagiata anche dalla psichedelia e dall’Ambient. Plasticity (11 minuti), Helikopter (sei minuti e mezzo), Glob (8 minuti abbondanti) e Plasticine (11 minuti) sono i brani portanti, mentre il resto, seppure ancora dipendente da molte delle banalità della Techno (Smak), cerca una via Ambient/Psichedelica intrigante ed ipnotica.

Musik (1994) rende più personali i ritmi e dissolve i cliché. Fuk è una Techno che odora di Drum’n’Bass e Kraftwerk, ma non appartiene a nessun genere preciso dell’Elettronica. I ritmi rallentano e si affievoliscono su Konception (8 minuti), che sfrutta tastiere alla Kraftwerk, mentre si intrecciano velocissimi ma non violenti su Kriket, delirio Drum’n’Bass per synth-grilli. Gli Autechre sarebbero fieri della minimale Lasttrak. I momenti più interessanti sono però Marbles e Plastique, che in una Techno personale innestano una Psichedelia discreta, un trip da salotto.

Consumed (1998) fa molto di più. Della Techno è ormai rimasto molto poco. I ritmi si sono affievoliti, smussati, ammorbiditi. Si tratta spesso di una musica dal minimo impatto fisico, ancora più ritmica degli album precedenti, praticamente tutta giocata sull’interazione fra una ipnosi di pulsazioni ed accennate linee melodiche. Contain (8 minuti e mezzo) e Consume (11 minuti) aprono l’opera in modo dimesso, quasi come se si volessero infiltrare nel subconscio: ritmi cupissimi, senza “impatto” e linee di sintetizzatore che aumentano l’ipnosi sonora. Cor Ten (7 minuti) è ancora più minimale, tanto che distrugge completamente il ritmo, diventando una pulsazione cosmica che prosegue prima in Convulse (Sic) e poi in Ekko, avvolta in vertigini psichedeliche. Converge è uno dei capolavori di questa musica fredda, infrasonora, atmosferica, metafisica, quasi religiosa eppure industriale e meccanica: giusto un tappeto di sintetizzatori più udibile viene concesso nel finale. Locomotion (quasi 9 minuti) è l’unico brano che si avvicina all’Ambient Techno “canonica”, assurgendo al ruolo di brano minore. In Side (quasi 13 minuti) ripercorre le idee dei primi brani, con una sintesi un po’ ridondante. La minacciosa title-track (quasi 12 minuti) sembra una marcia di guerra per androidi cyber-Punk: ovattata, minacciosa, nera e meccanica si colora di una glaciale linea di sintetizzatori che non toglie l’impressione di un incubo tecnologico. Poche opere hanno saputo reinterpretare in modo così efficace l’Ambient Techno coagulando sperimentazione minimale, psichedelia, liquefazione sonora ed una pittura illuminata di ambienti freddi, meccanici e minacciosi.

Artifakts (1998) non è meno tetro e spettrale: basta Korridor e la sua marcia funebre per robot a testimoniarlo. Il resto, seppur pregevole, rischia di finire negli stereotipi della Minimal Techno (Psyk) o dell’Ambient Techno (Pakard). Anche il vertiginoso trip ritmico di Hypokondriak, di oltre dieci minuti, risulta comunque meno originale dei ritmi liquefatti dell’album precedente. Rekall sembra ricordare Boymerang dell’anno precedente. L’unico momento altamente sperimentale è Skizofrenic, un delirio meccanico che sembra suonare una strana danza per circuiti.

Closer (2003) si presenta come il suo album nettamente peggiore, meno fantasioso e più noioso. Rimangono momenti spettrali ed ambientali, come in Ask Yourself, ma la Techno minimale che Hawtin propone non ha più il fascino sperimentale di un tempo, anzi si adagia troppo spesso su ritmi e suoni canonici. Non ultimo, l’album è monotono: le linee vocali si somigliano terribilmente; le canzoni si dilungano fin troppo; l’album supera abbondantemente i 70 minuti di durata, ma sarebbe stato molto migliore snellito di una ventina di minuti.

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Voti:

Dimension Intrusion – 6
Sheet One – 6
Musik – 7
Consumed – 7,5
Artifakts – 6,5
Closer – 5,5

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