Manowar – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Tra le formazioni del primo Heavy Metal statunitense possono essere ricordati anche i Manowar, carismatica formazione che ha portato avanti in tutta la carriera una sorta di integralismo dell’Heavy Metal fatto di pose da macho, brani muscolosi, cataste di stereotipi preesistenti stereotipati ancora di più da una carriera che insiste sempre sulle medesime tematiche ed i soliti mezzi per evocarle.

La loro musica è una sorta di evoluzione pomposa e autocelebrativa del sound dei Deep Purple e della potenza evocativa dei brani dei Rush, con eccessi orchestrali mutuati da Wagner e da una violenza bellica vichinga. I brani sono possenti concentrati di riff granitici, batteria e basso incalzanti, voce potente e graffiante. Ogni strumento risponde all’esasperazione del ruolo che l’Heavy Metal primigenio li ha conferito: Ross “The Boss” Friedman alla chitarra alterna riff potenti ad assoli chilometrici; la batteria batte potente e sicura, conferendo energia e ritmo; il basso pulsa in secondo piano aggiungendo spessore e spiccando saltuariamente in assoli fulminei e complicati; la voce di Eric Adams, uno dei più dotati e talentuosi cantanti del genere e modello per decine di formazioni, esalta l’epicità ed il pathos con urla lancinanti e recitato cadenzato. In aggiunta ci sono poi i cori da stadio, le orchestrazioni sempre più magniloquenti e complesse, gli arrangiamenti sempre più eccessivi e maestosi, l’epicità sempre più ostentata, il virtuosismo soprattutto di chitarra e voce ad esaltare una spettacolarità pirotecnica.

La forza dei Manowar è di riuscire a coniugare immediatezza e potenza alla preparazioni tecnica dei suoi membri, portado ai massimi livelli la spettacolarità della loro musica in un tripudio di giochi pirotecnici che iniettano di energia brani spesso innodici ed epici. Il loro limite è di aver perpetrato questa idea incessantemente per una carriera ultraventennale.

I Manowar furono anche coloro che favorirono massicciamente la nascita del Power Metal, definendo le tematiche bellico-fantastiche ed i toni epici. Non a caso la loro musica è considerata spesso “Epic Metal”, definizione forse sin troppo dettagliata ma calzante.

Battle Hymns (1982) è il modello per tutta una carriera: Death Tone, Metal Daze e Fast Taker sono tre inni Heavy Metal efficaci ed immediati, potenti e trascinanti, violenti ed orecchiabili, vero prototipo di schiere di musicisti che a loro si rifaranno (molto Heavy degli ’80, molto Power Metal). Battle Hymn, in quasi sette minuti, dimostra la potenza della loro narrazione di scene belliche, vera ossessione di una intera carriera. Eric Adams trionfa su tutto l’album in momenti di urla lancinanti e protratte all’estremo, gioco di eccesso e virtuosismo che se non altro si intervalla al cantato enfatico dei refrain. Ross “The Boss” Friedman alla chitarra riempie di riff ed assoli le canzoni, rinnovando l’immagine del guitar hero.

Into Glory Ride (1983) replica l’esordio aggiungendo qualche momento più marcatamente violento, allungando i tempi e rimarcando l’epicità in episodi come Gates of Valhalla (sette minuti). Warlord è il migliore fra gli altri brani, mentre sofforno qualche lungaggine Revelation (Death’s Angel), Hatred e March for Revenge (By the Soldiers of Death), ad ogni modo possenti e pompose.

Hail to England (1984) evita gli eccessi do Into The Glory, sforando i cinque minuti solo in Bridge Of Death, che ne conta nove epici e pomposi come al solito. La title-track è invece uno dei picchi della carriera ed anche Black Arrows e Kill With Power sono momenti coinvolgenti. Il problema è che i Manowar hanno pubblicato in pochi mesi una manciata di brani che insistono sempre sulle solite idee, con minime variazioni. Questo integralismo ha creato una fan-abse inattaccabile e compatta ma a tutti gli altri provoca probabilmente solo tanti sbadigli.

Sign Of Hammer (1984) aggiunge altre epiche composizioni come Guyana (Cult of the Damned) e Thor (The Powerhead), ma poco di questa musica dice davvero qualcosa che non abbiano già provato in passato loro stessi.

Fighting the World (1987) segna una evoluzione almeno timida ed una riconferma della loro abilità nei brani epici. La title-track ha un passo quasi Disco, Carry On un ritornello radiofonico, Blow Your Speakers è una hit da MTV, Defender include un dialogo di Orson Welles. Drums of Doom e Master of Revenge sono però riempitivi che non trovano una giustificazione se non l’esaltazione della loro stessa epicità.

Kings of Metal (1988) è forse il momento che meglio cristallizza la loro opera. Kings of Metal, Heart of Steel, Wheels of Fire sono un trittico di anthem inossidabili di questa musica da macho, muscolosa, violenta, sudata. Hail and Kill rimane forse il loro inno più riuscito, un refrain maestoso e corale che incendia puntualmente le orde di fa che accorrono ai concerti. L’autocompiacimento, sempre più evidente, trionfa in dialoghi come The Warrior’s Prayer, nell’assolo fulmineo di Sting of the Bumblebee, nei sette minuti e mezzo di Blood of the Kings.

The Triumph Of Steel (1988) giunge all’apice di questa pomposità con la suite mastodontica in otto parti di Achilles, Agony and Ecstasy: 28 minuti che si aprono con una cavalcata alla Diamond Head, sfociano in una drammatica sequenza più dimessa e noiosa che acquista dopo oltre sette minuti una epicità conferita dalla chitarra; un tripudio batteristico guida il brano fino al dodicesimo minuto ed oltre, evocando cavalcate e marce di guerra; molto lentamente l’aura epica viene prediletta e lentamente lo scenario di dramma cresce ancora esplodendo al sedicesimo minuto circa in un Thrash Metal fulmineo che prosegue fino a sfiorare il ventesimo minuto quando un autocompiaciuto assolo accompagna una nuova parte dimessa e turbata poi da distorsioni catastrofiche; il finale è affidato di nuovo ad un Thrash fulmineo e aggressivo, bellicoso e tellurico, che conclude la “gloria” finale di Achille. In quasi trenta minuti i Manowar riassumo molti elementi del poema epico di Omero, riuscendo a restituire una convincente prova di narrazione bellica dalle sfumature eterogenee (soprattutto per i loro canoni) che riesce anche a perdonare qualche lungaggine e qualche virtuosismo superfluo. Il resto dell’album, decisamente minore, registra un uso di tempi da Thrash Metal, uno stile che la formazione sembra ormai aver pienamente assorbito per meglio restituire la furia guerriera descritta nei testi. In questi campo però Metal Warriors e Ride The Dragon riescono raramente a superare una derivatività ed autoderivatività evidenti. Spirit Horse of the Cherokee, più ambiziosa e originale, impiega purtroppo più di due minuti a decollare, guastandosi. Burning annoia con gli intervalli recitati e The Power of Thy Sword è un Thrash senza fantasia con una prolissa pausa centrale, qualche orchestrazione ed un substrato epico che non giustificano quasi otto minuti di musica. The Demon’s Whip si muove fra pause, finale fulmineo e momenti epici in otto minuti senza mordente. La finale Master Of The Wind dimostra la loro grande influenza sul Viking Metal, seppure la ballata sia molto fiacca ed i Bathory abbiano saputo fare molto meglio in territori affini.

Louder Than Hell (1996) soffre di un difetto ormai caratteristico: anche con l’integrazione costante del Thrash Metal, il loro sound ritrita sempre le stesse idee, le stesse tematiche, gli stessi inni di fratellanza per metallari, gli stessi momenti di narrazione bellica, gli stessi epici inni di autoesaltazione, di forza, di potenza, di machismo. Senza prendere seriamente i testi e questa grottesca esaltazione del “metallo”, Brothers of Metal e The Gods Made Heavy Metal possono ancora far muovere i fan adoranti ma annoiano tutti gli altri. Number 1 e Outlaw sono altri esercizi per una derivatività imbarazzante. King sarebbe stata innovativa dieci anni prima; Today Is a Good Day to Die è uno strumentale di quasi dieci minuti che, per le idee che contiene, poteva durarne tre. Sempre più ridicoli sono gli assoli autocompiaciuti come My Spirit Lives On. The Power, preconizzabile come una la morte di un ghigliottinato, riesce almeno a elargire tonnellate di potenza, forse il massimo che si possa chiedere a queste icone viventi della staticità di molto Heavy Metal.

Mentre l’Heavy Metal conosce sviluppi sempre più interessanti (il Doom, il Mathcore, il Post Metal) i Manowar rimangono ancorati ad un suono classico, stentoreo e senza compromessi. Non è un caso che abbiano rubato il record del mondo di musica ai volumi più alti proprio ai Motorhead, altro esempio di staticità stilistica. Alzare i volumi, urlare sempre di più e risultare sempre più pomposi e “classici” è tutto ciò che la loro musica sembra poter fare.

Warriors Of The World (2002) vede la formazione tornare con le solite idee, invecchiate di altri sei anni. Questo mix terribile di ballate epiche, tributi improbabili e clichè autoderivativi è quanto di peggio i manowar abbiano mai pubblicato. Manca persino, troppo spesso, la potenza e la forza tellurica dei loro inni polverosi.

Gods Of War (2007) cerca con orchestrazioni abbondanti, interi brani totalmente orchestrali e quasi 74 minuti di musica di risollevare la loro carriera. Peccato che il concept sulla mitologia poco riesca a restituire la forza dei primi album mentre l’originalità è sempre più sacrificata. Lento e macchinoso, ambizioso e prolisso, Gods Of War mostra i limiti di tutta una carriera che fa collassare (definitivamente?) la loro forza artistica.

Voti:

Battle Hymns – 7
Into Glory Ride – 6,5
Hail to England – 5,5
Fighting The World – 5,5
Kings Of Metal – 6,5
The Triumph of Steel – 6
Louder Than Hell – 5
Warriors Of The World – 4
Sons of odin – 4
Gods Of War – 3,5

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