Manilla Road – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli statunitensi Manilla Road riprendono la lezione dei Rush per creare un ibrido di Space Rock e Hard Rock con i primi due album Invasion (1980) e Metal (1982): i risultati sono derivativi e poco incisivi, mancando soprattutto dell’energia e della foga che le loro canzoni sembrano possedere almeno potenzialmente. Nonostante il titolo del secondo album non c’è molte tracce di Black Sabbath o Iron Maiden o di altri gruppi altrettanto “metal”.

Da gruppo derivativo e decisamente trascurabile i Manilla Road diventano una delle più importanti realtà Heavy Metal degli anni ’80 che porteranno alla maturazione del sottogenere del Power Metal.

Crystal Logic (1983) aumenta la velocità e la potenza di molti livelli, creando brani complessi ed affascinanti che ripescano dalla New Wave Of British Heavy Metal ma si avvicinano anche alla lezione di alcuni contemporanei come i Queensryche. Necropolis e Crystal Logic e soprattutto i dodici minuti di Dreams of Eschaton/Epilogue sono pilastri dell’Heavy Metal più epico e “possente”, semi importanti per la pianta del Power Metal.

A lanciare i Manilla Road nell’olimpo del Power Metal ci pensano due opere notevoli per il genere come Open The Gates (1985) e The Deluge (1986). L’aumento dell’energia, adesso trascinante ed esplosivo, delle loro cavalcate, l’esasperazione del tema fantastico, l’inclinazione ad inni per grandi platee, il gusto dell’epicità sono in queste due opere portati ai livelli massimi della carriera. Sul primo dei due album spicca l’esplosiva Metalstorm, la narrazione intrigante e gli assoli pirotecnici in The Ninth Wave, la ballata Astronomica. La componente Thrash Metal, inedita, affiora sempre di più fra le pieghe di questi brani, confermando che la band ha trovato un modo affascinante di esprimere concetti mitologici e fantastici in brani contemporaneamente visionari e cinetici.

Il secondo The Deluge incrementa ancora di più la potenza musicale, integrando ormai abilmente il Thrash Metal e le sue velocità inarrestabili. Dall’apertura sugli scudi di Dementia passando per Taken by Storm si arriva a brani elaborati e strutturalmente intricati come Shadows in the Black, Friction in Mass, Rest in Pieces. Il capolavoro di tutta la carriera è The Deluge, suite divisa in tre parti che incorpora la loro epica, possente e violenta musica Power Metal.

Paradossalmente proprio questa ammirevole ricerca di nuove strutture e questa irrequietezza nella stesura dei brani intacca leggermente le opere migliori, che rimangono ad ogni modo notevoli esempi di questo filone musicale che da loro ed altri come i Manowar prenderà i natali.

Mystification (1987) riduce buona parte della loro personalità ad un buono e massiccio Thrash Metal a cui si alternano momenti di minore potenza deflagrante. L’opera è però meno coesa delle precedenti e non presenta brani altrettanto complessi ed ispirati.

Out Of The Abyss (1988) si spinge persino nelle vicinanze del primigenio Death Metal, con una musica ruvida ed efferata, veloce e potente ma quasi mai valida come negli esordi. Slaughterhouse e Black Cauldron sono i brani migliori, ma il dubbio che il loro Thrash conosca dei momenti Death potrebbe anche derivare da una qualità di registrazione ed una compressione sonora che fa perdere la profondità delle loro cavalcate.

The Courts of Chaos (1990) vede i Manilla Road fronteggiare il passato e cercare di rinnovarlo per entrare nella nuova decade: brani più epici e maestosi dei più recenti album Thrash-oriented, più narrativi e meno spaccaossa, più inclini all’assolo visionario o alla marcia di guerra. L’album però non dimentica le recenti esperienze e così From Beyond ha una parte centrale che potrebbe essere dei Death. DOA, in oltre sette minuti, rende poco ai lunghi episodi del passato ma dimostra anche un ritrovato gusto per stutture più ariose e personali del battere virulento del Thrash Metal. In The Court Of Chaos è un altro inno epico, A Touch Of Madness un affresco confuso di sfuriate e momenti di distensione che ricorda non poco i Metallica. Il finale contiene però i due brani più significativi e ricordevoli dell’opera. The Prophecy e The Books Of Skelos esaltano tutta la loro pomposità con tappeti di tastiere epiche, assolo infinito e pirotecnico, recitato maestoso: il Power Metal prenderà anche questi esempi dai Manilla Road, confermandone l’importanza nel sottogenere.

Mark Shelton non ha la voce di Eric Adams o di altri eroi fantasmagorici dell’Heavy Metal ma i Manilla Road, forti della chitarra anche di Randy Foxe hanno creato una musica pomposa, epica ma raramente stucchevole, che negli anni ha integrato agevolmente la lezione dell’Heavy Metal estremo.

Atlantis Rising (2001) vede la formazione ritornare sulle scene dopo dieci anni forte di un suono aggiornato al nuovo millennio, una produzione all’altezza della loro potenza musicale ed un connubio di potenza, energia, pomposità e epicità. Mark Shelton è l’unico membro della line-up originale, dimsotrandosi la maggiore mente dietro la formazione. Megalodon è così un brano che potrebbe stare in The Deluge per ispirazione e potenza, ma anche che affronta a testa alta la scena che nel frattempo loro stesso hanno portato a svilupparsi. Otto minuti maestosi e intrisi di pirotecnici assoli, sferragliate e pause di suspense intrise di fischi. La title-track, altri sette minuti, è una cavalcata gloriosa e inarrestabile, ma Sea Witch dimostra anche una rinnovata capacità nei brani più introversi. Resurrection, articolato caleidoscopio Heavy Metal, registra una prova di affiatamento invidibiale della formazione, un intreccio di potenza, evocatività, cambi di riff e substrati melodici che è un momento di raro equilibrio musicale per tutto il Power Metal. La reunion continua a dimostrarsi tutt’altro che scialba con Decimation e con la tellurica percussione di March Of The Gods, apice epico di tutto l’album e della produzione tutta della formazione. Siege Of Atland risulta il brano più debole ed incompiuto e la non degna apertura per War Of The Gods, epica chiusura di quasi nove minuti che dopo un alternarsi di pause e momenti melodici esplode dopo 3 minuti in un efferato Thrash Metal e si immola fino a sei minuti e mezzo in un crescendo di pomposità e maestosità, chiudendo in un field record di una tempesta.

Atlantis Rising si configura così come un album che racchiude con grande efficacia la musica dei Manilla Road, con qualche ritocco per non apparire eccessivamente datato nel 2001. Ovviamente l’album non trionfa in originalità ma è dotato di una grande coesione, una potenza ed una forza comunicativa che vengono esaltate dai moderni metodi di registrazione e non ultima la capacità di mostrare ancora i punti di forza di quelli che possono essere definiti degli Dei del Power Metal.

Spiral Castle (2002) ripropone brani lunghi ed articolati come la gloriosa esplosione epica di Seven Trumpets, con un assolo fulmineo e graffiante. La title-track, per oltre otto minuti, si muove fra momenti di potenza Death Metal e momenti melodici, dimostrando duttilità e l’esperienza dei consumati artisti Rock. Fra gli altri brani spicca Born Upon The Soul, con echi orientaleggianti, mentre non brillano i dieci ed oltre minuti di Merchants Of Death. Echi di Pink Floyd e di oriente psichedelico avvolgono Sands Of Time, quasi otto minuti di ipnosi lisergica attempata da affascinante. Nel complesso, c’è poco di nuovo ma i brani non mancano di motivi d’intrigo, nonostante qualche banalità.

Gates Of Fire (2005) continua ed aumenta l’ambizione con tre maestose suite che però esagerano nelle loro strutture, promuovendo epicità e maestosità ma anche stimolando molti sbadigli. Interessante è notare che questo album dimostra quanto i Manilla Road siano sempre stati vicini alle strutture del Progressive Rock (e Metal).

Voyager (2008) nonostante l’ammirazione per una formazione con una carriera che raramente ha deluso nel corso di quasi tre decadi, ricicla i cliché della seconda parte della carriera, fra ariose melodie e momenti più aggressivi. Blood Eagle e Voyager sono brani che potrebbero avere una decade in più e se questo era accettabile dopo la reunion, in luce del progresso di “modernizzazione”, adesso i Manilla Road rischiano di essere derivativi persino della loro recente produzione.

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Voti:

Invasion – 5
Metal – 4,5
Crystal Logic – 6,5
Open The Gates – 7
The Deluge – 7
Mystification – 6
Out Of The Abyss – 6
The Courts of Chaos – 6
Atlantis Rising – 6
Spiral Castle – 6
Gates Of Fire – 5
Voyager – 4,5

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