Talking Heads – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Playlist di brani selezionati dei Talking Heads

Gli statunitensi Talking Heads sono state fra le formazioni fondamentali del periodo New Wave.

David Byrne, Chris Frantz, Tina Weymouth e Jerry Harrison sono la formazione storica, mentre numerosi altri musicisti si sono aggiunti durante la carriera, compresa l’eccellente presenza di Brian Eno.

La loro carriera è una delle più luminose della New Wave. Seppure forse manchi nella loro discografia un lavoro che giunga ai massimi livelli della musica Rock, è impressionante come almeno i primi quattro lavori siano una sequenza notevole di brani affascinanti ed originali. Quattro album nel periodo ’77-’80 che fanno dei Talking Heads una delle più intriganti formazioni del periodo ed una delle più feconde della Storia del Rock.

77 (1977) apre le danze con una musica elegante, intellettuale, metropolitana, quasi snob nella sua compostezza e pulizia, nella sua essenzialità venata di dettagli ricercati. Byrne soprattutto propone un canto straniante, nervoso, vagamente nevrotico e paranoico, che trasmette claustrofobia e disperazione, seppure spesso dissimulate. La musica utilizza Funk, Pop e Rock’n’Roll proponendo una fusione sempre sfuggevole, che crea soprattutto una forza ritmica asettica, asciutta, prosciugata. New Feeling per esempio vede la chitarra brillare ritmicamente e Byrne muoversi fra singhiozzi e sincopi. La formazione è però superba nell’unire a queste influenze principali un gusto intellettuale per l’eccentricità, così Tentative Decisions sfrutta una marcetta militare per un Funk angoloso. Happy Day su un carillon e delle tastiere timide costruisce una ballata Pop/Rock turbata dai singhiozzi acuti di Byrne. Permane nell’album una ossessione ritmica (Whos Is It, No Compassion, The Book I Read, Tentative Decisions, Dont’ Worry Sbout The Government ecc) che è quasi meccanica, una componente che rende la musica Funk intrisa di un nervosismo Rock dalle tinte quasi teatrali, drammatiche. Byrne è il protagonista al canto, cangevole e carismatico, come in The Book I Read, dove sublima la sua vertigine claustrofobica, la sua disperazione elegante. Gli equilibri fra Funk, Pop e Rock’n’Roll sono sempre dosati in modo differente, così la conclusiva Pulled Up, per esempio, sfoga una energia Rock irruenta, seppure sempre repressa in una forma pulita ed asettica: nel brano ben si avverte la nevrosi in giacca e cravatta della formazione, elegante e pulsante, piena di forza esplosiva ma volutamente disinnescata se non in qualche squarcio di delirio nervoso. Il capolavoro di questo stile è Pshyco Killer, che vede non solo una grande prova di Byrne ma una prestazione storica di tutta la formazione: un basso pulsante, una chitarra Funk ed un canto nervoso, frammentato, angoloso, un ritmo ossessivo e penetrante, un incedere minaccioso ed una melodia Pop vestita di incubo metropolitano. Lo stile introverso ed implosivo di Byrne è uno dei più carismatici di tutta la New Wave.

Più selvaggiamente ritmico e più sperimentale, More Songs About Buildings And Food (1978) sublima la fusione fra un ritmo nervoso ed ossessivo ed una ricerca raffinata di dettagli raffinata anche dalla presenza di Eno alla produzione. Thank You for Sending Me an Angel (appena 2:11 minuti) è un assalto-cavalcata dove Byrne può arrampicarsi spaventato ed ansiogeno mentre le chitarre e le percussioni alternano una corsa a rotta di collo senza tregua, che vede tutta la formazione impegnata a sorreggere un ritmo che costituisce praticamente tutto il corpo musicale. I’m Not In Love replica questo interesse malsano per il ritmo e la nevrosi. La musica dell’esordio è decorata da Eno in modo discreto ma apprezzabile: The Girls Want to Be With the Girls (con bagliori elettronici) e Stay Hungry (che ricorda nelle tastiere i Kraftwerk) rappresentano bene il peso delle tastiere nell’opera. Found A Job è invece un piccolo capolavoro che muove da un incedere percussivo minaccioso e diventa un Funk/Disco da nightclub. L’apoteosi del ritmo nevrotico di Pshyco Killer avviene in Artists Only, con momenti di basso ipnotico, epilessi di canto e ritmo ossessivo. In cinque minuti e mezzo The Big Country funge da riassunto dell’intera opera. Eno aggiunge sfumature originali al sound della formazione, Byrne si arrampica fra ansie e scatti di nervi, il ritmo è pulsante, nitido, potente, cadenzato, meccanico: l’opera porta la formazione a firmare il loro probabile capolavoro.

Fear Of Music (1979) è ancora concentrato sui ritmi, ma riduce la nevrosi, tendendo leggermente verso un clima di incubo più che di insopportabile agitazione, quando non ricordando un dramma teatrale e psicologico. Ballabile e introspezione si intrecciano senza confini precisi. Il primo capolavoro è I Zimbra, una World Music per discoteche, con cori che si interrompono bruscamente mentre si sviluppa un imponente ritmo tribale. Le eccentricità dei primi due album proseguono in episodi come Mind, con gli effetti della voce quasi da thriller e le decorazioni di tastiere e soprattutto nella voce rifratta ed allucinata di Memories Can Wait, segnata dal catacombale incedere della chitarra ed una atmosfera da incubo spaventosa. Il secondo capolavoro è Cities, un Funk incorreggibile, a perdi fiato, nevrotico, che su un ritornello Pop costruisce un dramma metropolitano e futuristico, una specie di “danza moderna” à la Pere Ubu, seppure caratterizzata da tutt’altre ispirazioni musicali. Heaven vede affiorare il loro sottile nervosismo in un dramma psicologico à la Pink Floyd di The Wall, replicato in modo più sperimentale da Drugs, un Funk recitato e minimale, per effetti allucinati.

Remain In Light (1980) rinuncia in parte alla semplicità degli esordi presentando un sound ricco, quasi barocco, seppure ancora sia ballabile che nervoso. L’introspezione di Byrne è molto ridotta, mentre i brani sono più trascinanti e, sostanzialmente più vicini al Pop ed alla Disco. Una formazione allargata permette una cattedrale sonora come Born Under Punches (The Heat Goes On), una World Music con numerose melodie vocali, ritmi, chitarre ed intrecci, che sfiora i 6 minuti. Questi variegati brani Disco/Funk/Pop/Rock trovano massima espressione in The Great Curve (6 minuti e mezzo), Once in a Lifetime (la loro migliore canzone radiofonica), nella World Music per funerale tribale di Listening Wind. The Overload (6 minuti) è invece un inferno mortuario di elettronica d’avanguardia che aspira ad eguagliare i loro brani migliori, costruendo una ipnotica e lisergica versione di una danza tribale.

Dopo album notevolissimi la formazione conosce un momento minore che si trascinerà fino alla fine della carriera, che comunque contiene alcuni episodi più che apprezzabili.

Speaking In Tongues (1983) soffre la mancanza di Eno ma riesce comunque in un Funk visionario come Burnin’ Down The House, ma il resto dell’opera replica buona parte delle idee degli album precedenti, soprattutto Remain In Light. Slippery People e la tragica Pull Up the Roots sono gli altri brani ricordevoli ma troppo spesso l’opera si adagia su di un sound meno personale, a tratti autoderivativo.

Little Creatures (1985) torna ad un sound più snello semplice, intriso di una psichedelia morbida à la Pink Floyd. And She Was è l’episodio migliore assieme alla Disco/Pop di Lady Don’t Mind mentre un Pop lisergico come Creatures Of Love ben rappresenta l’innocuo nuovo stile. Qualche eccentricità affiora in Television Man, con africanismi diffusi e nella danza militare e zingara di Road To Nowhere, ma non c’è metà dell’originalità degli esordi.

True Stories (1986) è una colonna sonora atipica che contiene brani che sfoggiano stili differenti, affascinando nella musica malata di Papa Legba (6 minuti). Il ritornello scintillante di Wild Wild Life è una Pop-song notevole.

Naked (1988) è una sorta di World/Disco dalle forti sfumature Pop. Sono brani spesso orecchiabili ma che poco aggiungono alle idee del passato. Stili africani e caraibici sono il principale motivo di originalità e permettono una divertente mambo come Mr. Jones, una musica festosa come (Nothing But) Flowers, un “lento” come The Democratic Circus od il Soul-Jazz di Big Daddy. Cool Water è l’unico brano che conserva nervosismo e drammaticità in un Country Rock violento e minaccioso, divenendo il migliore di un’opera opaca ma non priva di qualche motivo di interesse.

Dopo un bruciante principio di carriera, costellato di brani-capolavoro, i Talking Heads hanno conosciuto un periodo minore che ha accompagnato la formazione fino alla conclusione della carriera.

La migliore raccolta fra quelle pubblicate è forse The Best Of Talking Heads (2004), mentre il boxset Talking Heads (2005, anche noto come Brick) contiene l’intera discografia.

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Voti:

77 – 8
More Songs About Buildings And Food – 8
Fear Of Music – 7,5
Remain In Light – 7,5
Speaking In Tongue – 6
Little Creatures – 6
True Stories – 5,5
Naked – 5,5

Compilation e Box-set:

Once in a Lifetime – The Best of Talking Heads – 6,5
Sand in the Vaseline: Popular Favorites – 6,5
The Best of Talking Heads – 7
Talking Heads (Brick) – 7

Playlist di brani selezionati dei Talking Heads

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6 pensieri su “Talking Heads – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Antonio ha detto:

    Non mi aspettavo un voto cosi alto da more songs,a me sembra che il loro senso del ritmo non sia stato ancora affinato abbastanza,questa sensazione la smentiscono nelle ottime found job e thank you for sending me an angel,le uniche degne dell’esordio,per il resto non convincono quando il ritmo viene meno,non trovo brani memorabili come phsyco killer prima o memories can’t wait poi,non vedo ne la compiutezza nelle idee di fear of music(il mio preferito)in cui passano come ben dici dalle nevrosi a stati d’animo più cupi,nel primo disco queste nevrosi avevano significato perché i ritornelli non mancavano e l’atmosfera da party”tristemente divertente”conferiva quello straniamento che ha fatto la differenza,il secondo sarà pure il più sperimentale ma forse anche il più dispersivo

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  2. Sì, sicuramente un album dispersivo e incoerente, anche, ma ne ho apprezzato molto gli aspetti sperimentali. In ogni caso, la tua riflessione è qualcosa che mi fa pensare: grazie, spesso rivaluto o elaboro le mie idee grazie a confronti costruttivi come questi!

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