Led Zeppelin – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Gli inglesi Led Zeppelin sono una delle formazioni fondamentali dell’Hard Rock, genere che contribuirono a far nascere assieme ai Black Sabbath ed hai Deep Purple. La loro influenza sui gruppi della scena Hard Rock ed anche su buona parte dei gruppi Heavy Metal di stampo più classico è innegabile ed evidente, tanto che sono una delle ispirazioni più prevedibili della Storia del Rock.

Jimmy Page, reduce dagli Yardbirds, impose uno stile chitarristico fatto di riff potenti e veloci, evolvendo i semi dell’Hard Rock gettati da Kinks, Cream, Who e Rolling Stones. Robert Plant impose uno stile vocale che estremizzava quello del Blues piroettando in continui spasmi vocali, acuti frequentii e tutta una serie di imitazioni orgasmiche e pseudo-sessuali. John Paul Jones al basso ed alle tastiere e soprattutto John Bonham dietro le pelli completano la formazione.

Partendo dal Blues/Rock i Led Zeppelin giunsero ad una musica che era veloce, potente e aggressiva, irrequieta ed ipercinetica. Contribuirono ad imporre anche uno stile compositivo che sarebbe diventato uno standard dell’Hard & Heavy: canzoni lunghe, piene di assoli ma con un ritornello accattivante ed una propensione ad integrare sezioni più soft ad altre più hard. In questo i Led Zeppelin dimostrarono quell’auotcompiacimento logorroico e quelal ambizione smisurata che è propria di molto Heavy Metal e Hard Rock ma furono ameno giustificati dal fatto di essere diventati la prima formazione a pubblicare hit da radio che non seguissero effettivamente lo standard radiofonico: gli Zeppelin ebbero il grande merito di cambiare per sempre lo stile di canzoni da passare in radio.

Ad oggi la band ha venduto qualcosa come 300 milioni di dischi.

Led Zeppelin (1969) è il loro capolavoro e l’album che garantirà alla formazione un posto nella Storia del Rock. Lo stile, oltre che dal Blues e dal Rock degli anni ’50 e ’60 è anche influenzato dalla scuola psichedelica, soprattutto dai Pink Floyd. Good Times, Bad Times è la sintesi del loro Hard Rock alternato ad un Blues/Rock più composto. Babe I’m Gonna Leave You, che in sostanza è una cover, mostra le doti di canto isteriche di Plant e Communication Breakdown mostra tutta l’aggressività ed i decibel che la band riesce a scatenare. Che però la questione fosse più articolata lo mostra la mistica Black Mountain Side. D’altra parte l’album verrà bersagliato per i frequenti richiami e le citazioni sparse, come in How Many More Times che prende in prestito un tema di Howling Wolf. La svolta non fu tanto per le canzoni in sé ma per alcuni particolari, in primis la chitarra tellurica di Page, veloce, tagliente, sempre pronta a librarsi in cavalcate affascinanti ed assoli stellari. Page impose uno stile vocale che deformava quel Blues/Rock primigenio in un canto disperato, violento e scosso dalle emozioni e dalle puslioni sessuali. Bonham batte in uno stile di derivazione tribale, conferendo vitalità ed energia anche allo standard Blues più opaco. In sostanza questo esordio porta in sé una rivisitazione del Blues/Rock che, rispettando i propri canoni strutturali, viene però lentamente e costantemente deformato, elettrificato, iniettato di adrenalina. I Led Zeppelin imposero un’attitudine più che delle canzoni, un’attitudine nuova al vecchio Blues/Rock, creando di fatto un nuovo stile (copiatissimo negli anni a venire) e contribuendo alla nascita di un nuovo genere musicale.

II (1969) mostra come questa forma di Blues/Rock aggressivo potesse diventare quasi brutale con Whole Lotta Love (che ringrazia You Need Love di Willie Dixon), uno dei brani-modello del nuovo stile: chitarre taglienti, cantato isterico, orgasmi simulati e parte centrael psichedelica di chiara derivazione Pink Floyd per allungare un po’ il brano. Se nemmeno nel primo album trionfavano le canzoni, sempre citazioniste e un po’ derivative, ma spiccava lo stile, il secondo album non fa eccezione, anzi è ancora più sfacciato nei “prestiti” da altri artisti. The Lemon Song scopiazza la classica Killing Floor di Howling Wolf e Bring It On Home deve più di qualcosa a Willie Dixon. Il resto dell’album riprende il primo album senza troppi fornzoli, semplicemente cercando di condensarne le idee ma Moby Dick, con lungo ed in parte superfluo assolo di batteria fallisce l’opera di sintesi, che riesce meglio in Heartbreaker. In sostanza, però, l’album non introduce granché di nuovo nella loro carriera.

III (1970) è probabilmente cosciente dei limiti di varietà dello stile del primo album e dei limiti di ispirazione della formazione, così ammorbidisce la formula integrando elementi di Folk oltre ai soliti richiami Blues e Rock. Immigrant Song è l’unico brano degno del loro virulento Hard Rock mentre il resto, dove spicca l’orientaleggiante Tangerine, non fa che confermare il calo artistico.

Sorprendentemente sarò proprio il Folk però a favorire una seconda nascita alla formazione, principiando una nuova fase con IV (1971), fatto di canzoni complesse ed articolate che integrano Hard Rock, Blues e Folk. Rock And Roll e Black Dog aggiungono elementi Hard Rock ma i momenti migliori sono in When The Levee Breaks, che mostra nuove prospettive del loro sound nervoso. Tutta una parte dell’album è fatta di brani sospesi fra Folk e psichedelia come Going To California e Battle Of Evermore. Il capolavoro di tutta una carriera è però Stairway To Heaven, leggendario inno del Rock e sintesi sublime di tutti i loro stili e di tutte le loro influenze, dal Folk soffuso e psichedelico al Blues/Rock all’Hard Rock devastante nel finale, questa canzone da sola impose un modello elaborato di Hard Rock, meditato e persino intellettuale che avrebbe fatto scuola per la generazioni di musicisti a venire. IV riesce finalmente a suonare come qualcosa di nuovo rispetto al primo album e se ne differenzia soprattutto nei punti cardine: c’è sicuramente un nuovo stile, evoluto da quello originario, ma c’è anche una maggiore personalità nelle canzoni, qualcosa che superi l’attitudine e che invece trovi forma concreta in canzoni che sono sintesi efficaci, potenti, dinamiche, articolate. L’esordio ha inventato uno stile ed ha quasi in solitaria inventato un genere, proponendo un nuovo modo di fare Rock, ma questo IV ha proposto un modello impeccabile di Hard Rock evoluto, meditato e più complesso. Il primo è un album rivoluzionario (almeno per certi aspetti) , questo è un album formalmente più maturo, equilibrato e definito. I Led Zeppelin sono maturati artisticamente, hanno perduto la tediante derivatività di cui soffrivano ed il loro gusto per il plagio più o meno evidente e sono diventati una band di Folk/Blues/Hard Rock, aperta a più contaminazioni e forte di uno stile più personale. Per la Storia del Rock rimane più importante il primo album ma è indubbio che IV ha affinato proprio lo stile che in quell’esordio è stato inventato, mostrandone nuove doti espressive. I e IV rappresentano quindi, congiuntamente, il testamento artistico della formazione.

Houses of the Holy (1973) azzarda uno spettro stilistico ancora più ampio, ma non tutto è impeccabile. La formazione pecca di ambiziosità ed i risultati sono confusi ed un po’ sfocati, nonostante il Reggae di D’yer Mak’er e brani come Over The Hills And Far Away e No Quarter. Non valgono completamente l’ascolto invece Dancing Days, il Funk di The Crunge ed il numero Pop/Rock di Dancing Days.

The Song Remains The Same (1973) fotografa l’abilità live della formazione, che concedeva spettacoli pirotecnici e diltava i brani all’inverosimile. Page dà libero sfogo alla sua fantasia e Bonham può far vibrare le pelli mentre Plant e Paul Jones rimangono maggiormente ancorati al sound di studio. I momenti più entusiasmanti sono in questo senso nel delirio di Dazed And Confused, che sfiora i 27 minuti. La versione da 12 minuti abbondanti di Moby Dick, seppure il pirotecnico Bonham sia spettacolare, sono un po’ prolissi ed autocompiaciuti.

Di certo ai Led Zeppelin non mancava una delirante ambizione. Dopo aver trovato, zoppicando, una evoluzione dello stile del primo album in IV, la band prima prova numerosi stili su Houses Of The Holy e poi pubblica Physical Graffiti (1975) che si dilunga in 82 minuti di musica seguendo lo stile di IV per molti brani. Di per sé le singole canzoni non entusiasmano ma danno fondo a tutte le idee del gruppo e soprattutto vedono spiccare Bonham e Page, entrambi capaci di aumentare sempre più l’impronta dei propri strumenti. L’Hard Rock di Custard Pie, Sick Again, The Rover, Night Flight, della fin troppo lunga In My Time of Dying si alterna al Blues/Rock banale di Houses Of The Holy e Ten Years Gone, alle ballad come In the Light o al sound acusticheggiante e vagamente psichedelico di Bron-Yr-Aur e Down by the Seaside. Fra tutti questi brani però spicca solo The Wanton Song, che però non manca di citare il loro passato, e soprattutto Kashmir che in otto minuti e mezzo costruisce una atmosfera da thriller fra echi oreintali e psichedelia, una perla nello stile dei Pink Floyd ma venata del loro Hard Rock misticheggiante, quello che attraversa Stairway To Heaven. Autocompiaciuto e ambizioso fino all’arroganza, Physical Graffiti ha il difetto di dluire tante buone idee, trovando non una sintesi ma una diluizione. Si tratta dell’album dove Bonham e Page spiccano di più, proprio grazie a questa dilatazione, ma non inventa né uno stile nè si fa ricordare per le canzoni memorabili (tranne Kashmir, appunto).

Presence (1976) aggiunge la lunga e prolissa Achilles’ Last Stand mentre il resto non aggiunge niente a quanto la band abbia già detto, nemmeno nei nove minuti e mezzo di Tea For One. Un album fiacco, molto probabilmente il peggiore fino a questo momento della carriera.

In Through The Out Door (1979) non è meglio ma introduce tastiere elettroniche ed un sound ormai Pop/Rock. In The Evening è l’unico momento valido ma il resto è tediante, vedi Carouselambra che in 10 minuti fa tanto chiasso e non dice nulla di interessante.

La formazione abbandona una carriera stellare a causa della morte del batterista Bonham per overdose di alcoolici.

Coda (1982) conclude indegnamente la carriera con scarti e materiale raffazzonato ed inutile.

I Led Zeppelin hanno conosciuto un successo planetario e sono diventati una delle bandiere del Rock britannico di tutti i tempi ed uno dei modelli più seguiti degli anni ’70 ed ’80. La loro carriera ha principiato con un biennio rivoluzionario, con due album notevoli, il primo ed il quarto, a cui si aggiungono alcune valide canzoni dal secondo e dal terzo. Il seguito della carriera ha segnato un calando prima timido e poi brusco dal 1976 in poi, fino alla morte di Bonham ed allo scioglimento.

Di tutte le raccolte le compilation la doppia Remasters (1990) e Early Days – The Best Of Led Zeppelin (1999) sono le migliori.

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Voti:

I – 8
II – 6,5
III – 6
IV – 7,5
Houses Of The Holy – 6,5
The Song Remains The Same – 7
Physical Graffiti – 6,5
Presence – 5
In Through The Out Door – 5
Coda – 4

Best Of, Compilation e Box Set:

Remasters – 7
Boxed Set (2 CD) – 6,5
Boxed Set 2 (2 CD) – 5
Early Days – The Best of Led Zeppelin Vol. 1 – 7
Latter Days – The Best of Led Zeppelin Vol. 2 – 6

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