Lady Gaga – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Lady Gaga è una Popstar statunitense che ha saputo rinverdire l’hype che ha circondato Britney Spears e Christina Aguilera negli anni ’90.

Prendendo a prestito gli elementi più corrivi del Pop dei ’90, reinterpretando i ballabili motivetti di Madonna e di Michael Jackson e sfoggiando look che definire vistosi è un eufemismo, Lady Gaga ha costruito singoli facili ed immediati, pieni di elementi che subito si imprimono nella mente, ed ha saputo sfruttare la lezione del Grime per quanto riguarda la fusione di ritmi possenti di Hip Hop ed Elettronica a ritornelli cantati e momenti pseudo-Rap. In sostanza Lady Gaga (o i produttori che muovono il personaggio Lady Gaga, questo è un po’ da valutare) ha il merito molto modesto di aver raccolto gli elementi comuni a molti successi Pop già di per sé piuttosto banali e di riproporli, con qualche accenno di modernità e con un massiccio uso di video accattivanti e vestiti sgargianti, a quello stesso pubblico che uno o due lustri prima lo aveva portato al massimo successo. Si tratta dell’ennesimo caso del Pop che fagocita il Pop di qualche anno prima, rimestando la solita brodaglia ma ornandola di nuovi fiocchi e di nuove maestose operazioni di marketing.

The Fame (2008) è così un successo planetario e, come è successo per una decina di Popstar dal 2000 in poi, subito a Lady Gaga molta stampa ha consegnato lo scettro di Madonna (scettro molto ambito e persino moltiplicabile, a quanto pare). In sostanza, però, sono i singoli che trascinano un’opera banale e piatta, capace di farsi ricordare solo in Paparazzi e soprattutto in Pokerface, mix irresistibile di refrain orecchiabili ed ammiccanti sillabazioni per una hit mondiale.

The Fame Monster (2009) si presenta come un’opera più breve e carente di quei brani portanti dell’esordio. Bad Romance è il momento migliore, mentre Alejandro e Telephone (con Beyoncè) si giocano il secondo posto. Il problema sostanziale, come nel primo album, è che il resto dell’opera è fatto di riempitivi e brani minori, che peccano di originalità e di carisma e che sono del livello dei filler degli album di decine di altre Popstar di oggi e di ieri.

Il gioco è sempre lo stesso: si prende una serie di ingredienti che funzionano (la ragazza stravagante, giovane, ballerina, ammiccante ecc.); si richiamano divi Pop osannati dalle masse (GaGa da Radio Ga-Ga dei Queen, la collaborazione con Beyoncè, la presunta eredità su Madonna, i richiami a Michael Jackson ecc.); si costruiscono video professionali e curatissimi da mandare su MTV; si creano delle secondarie storielle per far parlare i giornali (Lady Gaga spesso ripete il suo nome nei brani; il secondo album contiene una serie di richiami alla morte ed alla parola Monster); si crea una immagine carismatica ed un “marchio” che sia riconoscibile anche correndo il rischio dell’autocitazione, anzi nobilitandola come una dimostrazione di personalità; si vende il tutto al pubblico degli ascoltatori casuali, a peso d’oro e fruttando milioni di dollari alle case discografiche, ai produttori ed all’artista in questione.

Il terzo album è Born This Way (2011) è intriso di musica da ballo degli anni ’80 e ’90, soprattutto Techno dalle bassdrum possenti. Su questi ritmi ballabili si montano ritornelli non esattamente eccezionali come Marry The Night, Hair, la versione Pop della pesante Techno berlinese in Schiße, la Techno-Pop sensuale di Heavy Metal Lover, la title-track (che ricorda Express Yourself di Madonna) e soprattutto Electric Chapel, mix di chitarre Rock anonime e cassa dritta. Va peggio con cose tipo Bloody Mary, downtempo ottantiano vagamente dark. Dagli anni zero arriva Government Hooker, che frammenta un po’ i ritmi ed abbonda di subwoofer, ma non rinuncia a richiami ottantiani. Ovviamente non mancano citazioni al proprio passato con Judas (Paparazzi) e Americano (Alejandro), quest’ultima divertente nel suo mix kitsch di fascinazioni spagnole e ballabili da discoteca, uno dei suoi brani migliori. Si nota nell’album un avvicinamento anche al mondo del Rock, soprattutto in Bad Kids (un po’ Blue Monday, un po’ un anonimo schitarrare Heavy Metal, un po’ ritornello ritrito) ed nella ballata Hard Rock di Yoü And I, con Brian May e qualche ammiccamento ai We Will Rock You. The Edge of Glory vede al sax persino Clarence Clemons, ed azzecca l’unico altro brano, assieme ad Americano, che vale la pena di ricordare. La questione è che, però, al netto delle citazioni, degli ammicchi al Rock ed alla Techno, dei “prestiti”, rimane davvero poco, o meglio, rimane un album che vende tanto, che è prodotto con perizia e che porta avanti il discorso-Lady Gaga senza stravolgere granché, prodotto con perizia e confezionato con ancora maggiore abilità, ma senza niente di davvero sorprendente.

ARTPOP (2013), scritto rigorosamente tutto maiuscolo, è un album anticipato da una grandiosa serie di trovate di marketing, che servono per creare un evento musicale dietro ad un album che è trascurabile per la Storia della Musica almeno quanto gli altri di Lady Gaga che lo hanno preceduto, e probabilmente molto di più. Dance/Electro ballabile, richiami ’80 (Venus, Do What U Want, Fashion), distorsioni da epoca-rave (GUY, Swine), ammiccamenti sessuali (Sexxx Dreams), lo spettro di Madonna ad aleggiare un po’ ovunque. Una puntata Hip-Hop (con T.I., Twista e Too $hort in Jewels N’Drugs) sembra portare un po’ di aria relativamente fresca, ma è troppo poco per risollevare l’opera nel complesso. Neanche i ritornelli, che una volta erano il suo forte, riescono a conquistare. Ci si deve accontentare di Donatella (dedicata alla Versace), capace di rievocare il kitsch di Alejandro, e del singolo di lancio, una Applause che non riesce a stare al pari di altri suoi singoli. A patto di goderne del mix di anni ’80, colonna sonora da film adolescenziale ed i fiocchetti da tormentone, il meglio è probabilmente Gypsy. L’album è un flop di vendite, nel senso che non è un album milionario come i precedenti. Ancora peggio, è il più ambizioso negli intenti di Lady Gaga e contemporaneamente quello che sembra convincere che la sua musica diverrà difficilmente qualcosa più che un fenomeno di costume, più una questione di gossip e fashion che di Storia della Musica.

Paparazzi, Pokerface, Bad Romance, Alejandro, Americano, The Edge Of Glory sono i brani (a mio parere) che più valgono di un fenomeno Pop internazionale.

Lady Gaga è probabilmente più interessante come riuscitissimo esempio di marketing che come artista musicale. La sua è l’arte dello spettacolo e dell’intrattenimento, degli show e dei balletti, ma il valore storico della sua opera musicale è quantomeno dubbio.

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Voti:

The Fame – 4,5
The Fame Monster – 3,5
Born This Way – 4,5
ARTPOP – 4

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