Kraftwerk – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Kraftwerk

I Kraftwerk hanno influenzato un enorme numero di musicisti soprattutto negli anni ’80 e ’90, inventando il Techno-Pop. La band tedesca, difatti, riuscì a diffondere un nuovo canovaccio utile sia alla musica industriale che a quella Dance-Pop. Il loro sound è gelido e robotico, futurista, visionario e meccanico. La batteria è geometrica, ha ritmica ripetitive e non ha alcun “calore umano” (e sarà cara prima di tutto ai conterranei Neu). I sintetizzatori e le tastiere, vero marchio di fabbrica di tutta la loro carriera, spaziano fra rimasugli di musica cosmica fino a giungere alle melodie più orecchiabili e capaci di anticipare tanti successi da classifica del ventennio ’80-’90. Figure di connessione fra Elettronica sperimentale e da ballare, alfieri della discoteca intelligente e maestri indiscussi dell’estetica androide in musica, sono loro il punto di riferimento di una generazione di musicisti che hanno cercato varie declinazioni di una formula fatta di sequencer, synth, drum-machine e vocoder. La loro estetica è unica e inimitabile, perché l’originale di mille imitazioni.

Il primo album omonimo, ancora senza drum machine, (1970) è un’opera coraggiosa ed astratta, imprevedibile e multiforme. Ruckzuck, con suoi otto minuti, i dodici minuti di Stratovarius e il drone di Megaherz e Von Himmel Hoch sono affreschi fra il cosmico, lo psichedelico e l’artificiale, dove l’utilizzo di echi infiniti, tastiere impetuose, lentezze geologiche e improvvisi lampi di luce sembra delineare una musica della macchina e della robotica pur senza diventare né celebrativa della tecnologia né tecnofobica. Un quadro dell’evoluzione fatto con il piglio dell’artista d’avanguardia.

Aggiunta la drum-machine, II (1971) affina le idee dell’esordio in sinfonie futuriste. A far splendere l’opera contribuiscono soprattutto i 17 minuti di Kling Klang, per pianoforte e base ritmica, che è una inno al movimento e alla danza, un fluido scorrere di prodigiose piroette poetiche in sbuffi di sintetizzatori. Dinanzi a tanta maestosità l’accorata Strom è un momento minore ma i quasi dieci minuti di Wellenlaenge sono un motivetto al ralenti che si evolve in un dimesso ed elegante manifesto musicale futurista.

Ralf & Florian (1973) abbandona le asprezze dell’avanguardia e vira verso un sound più accessibile, persino luminoso e sereno in alcuni casi (Tongebirge). È l’album in cui i Kraftwerk coniano il loro ballabile robotico e meccanico, con brani seminali come Kristallo e Tanzmusik, piccoli capolavori fra malinconia e felicità effimera: è una musica di paura, solitudine, “malegria” per le macchine, l’evoluzione tecnologica, l’assenza di sentimento. La suite di dodici minuti di Ananas Symphonie è una sorta di rivisitazione in chiave Progressive Rock dei brani degli album precedenti: ricorda alcuni Pink Floyd, più dilatati e meno emozionali.

Autobahn (1974) segna il successo commerciale e proesegue la semplificazione del loro sound. Tuttavia i 22 minuti della title-track sono un episodio importante della loro discografia e anche uno degli episodi più interessanti e riusciti per i musicisti a venire. Cercando una ipnosi grazie alla base ritmica, questa volta sempre presente seppure mutevole, la composizione si muove poi fra ritmi ballabili, melodie romantiche, variazioni di sintetizzatore, pause di dilatazione, lente riprese e conseguenti cali in un fluire dove il motivetto cantato è solo un pretesto che funge da collante di una suite maestosamente concepita che racchiude musica cosmica, Progressive Rock, Pop ed Elettronica. Il resto dell’opera, ad ogni modo, è meno convincente e ispirato.

Radioactivity (1975) sembra confermare il momento di parziale stasi creativa. I quasi sette minuti della title-track sono ancora capaci di aggiungersi al loro canzoniere migliore, grazie a melodie funeree e cantato inquietante. Abbondano i riempitivi, gli abbozzi, gli episodi scialbi (Antenna) e poco ispirati. Ohm Sweet Ohm è forse l’altra unica canzone a meritarsi di essere salvata dall’oblio, il resto è esercizio di stile per una band come i Kraftwerk.

Trans-Europe Express (1977) torna ad essere degno della loro discografia maggiore. L’album è una sorta di concept su un viaggio in Europa in treno, ed ovviamente la musica cerca di imitare il meccanico rumore della macchina, il ripetitivo suono della carrozza sui binari d il senso di velocità e di costante movimento tipiche del viaggio. Il brano di punta è Europe Endlos, che nei suoi quasi 10 minuti consegna alla storia un altro elegante esempio della loro musica astratta, ma Spiegelsaal restituisce un sound invece austero e serioso. Il balletto robotico di turno è Schaufensterpuppen, e non sfigura rispetto a quelli degli album precedenti. La title-track è quella che meglio incarna il senso del viaggio intraeuropeo in treno, con il suo suono robotico, la base ritmica a imitare i binari. Il tutto che sfora in Metall Auf Metall in un motivetto industriale e infine muta leggermente in Abzug, pur rimanendo sulle coordinate della traccia che dà nome all’opera. Dopo Autobahn, questo è il secondo album dedicato al viaggio ed allo spostamento: prima le autostrade, ora la ferrovia.

The Man Machine (1978) è l’opera con cui la formazione tedesca influenzerà maggiormente la musica ballabile del decennio successivo. È un album spesso smaccatamente “Pop” nelle melodie e nei suoni smussati, quello che mancava ancora alla band per diventare fondamentali per la musica di massa: ha il merito di aver diffuso l’ossessione per la voce filtrata e robotica, l’atmosfera androide, il ritmo meccanico e monotono, l’uso massiccio e quasi esclusivo dei sintetizzatori. The Robots è uno dei capolavori di questo periodo, un motivetto ammaliante, ipnotico e orecchiabile che entra nell’olimpo del Pop ballabile di tutti i tempi. Si tratta del loro manifesto androide per eccellenza.

Spacelab e Metropolis sono pozzi da cui attingeranno il Synth Pop e certa Dark Wave, oltre alla corrente “romantica” della New Wave inglese. Il capolavoro è The Model, una melodia dolce-amara, un affresco cinico sulla società e i suoi valori, in un tripudio di sintetizzatori e un tono tra il dimesso, il depresso d il rassegnato: un brano che verrà omaggiato più o meno esplicitamente dai più disparati artisti (compreso Big Black, che la rileggerà con chitarre distorte e drum machine aggressiva). The Model assicurò ai Kraftwerk un successo inaspettato e mai più raggiunto durante la loro lunga carriera. La title-track conclude con suoni futuristici e fantascientifici, voci filtrate e sintetizzatori minimali.

Computer Welt (1981) ripete le idee dell’album precedente ed affina la loro glaciale danza per androidi, sdoganando sempre l’uso di sintetizzatori e ritmi ossessivamente ripetitivi. La title-track, Pocket Calculator e soprattutto Computer Love sono i brani di spicco, ma nel complesso non c’è più quasi niente di entusiasmante, e i Kraftwerk sembrano semplicemente raffinare la loro stessa idea.

Der Telefon Anruf è l’unico brano valido di Electrik Cafè (1984) assieme a Musique Non Stop. Si tratta di una manciata di brani che hanno perso il mordente del passato, e cercano di rivisitare un suono ormai sfruttato fino all’ultima goccia. Fa quindi sensazione che il grande ritorno con Tour De France Soundtracks (2003) non sia una mera ripetizione del passato, ma un aggiornamento delle idee di un tempo con l’uso di tecnologie aggiornate alla Techno. Le varie tappe del tour più famoso del mondo usano i battiti minimali per ricordare al mondo quanto siano stati seminali i Kraftwerk. E così Villalobos non sembra poi tanto distante dalla Germania.

La leggenda dei Kraftwerk è giustamente tramandata anche alle generazioni nate negli anni zero, soprattutto grazie a trionfali tour che ribadiscono la resistenza al passare del tempo della loro inossidabile estetica. Rompendo una resistenza stoica di oltre 35 anni, la band pubblica quindi il suo primo live album, il maestoso Minimum-Maximum (2005), disponibile anche con un imperdibile DVD. È una doverosa retrospettiva solo parzialmente rivisitata, quel tanto che basta per far apprezzare quasi come nuove composizioni dei classici. Il suo limite è dare fin troppo spazio ai brani degli ultimi anni nelle oltre due ore totali. Col senno di poi, è poca roba rispetto a 3-D The Catalogue (2017), un colosso di 285 minuti totali che spazzola l’intera carriera in sede live (ma senza alcun rumore di folla), raccogliendo esibizioni del periodo 2012-2016. L’immenso viaggio sonoro proposto lascia senza fiato e ripercorre per intero le opere della formazione, fungendo da box-set e anche da contenitori di diverse versioni riviste. reimmaginate e aggiornate che spesso eguagliano, se non superano, gli originali.


Discografia

Kraftwerk 1970 8
II 1971 8,5
Ralf & Florian 1973 8
Autobahn 1974 8
RadioActivity 1975 6,5
❤ Trans-Europe Express 1977 9
The Man Machine 1978 8
Computer Welt 1981 7
Elektric Cafè 1984 6
Tour De France 2003 6,5
Minimum-Maximum 2005 8
3-D The Catalogue 2017 8,5

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