KLF – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

I KLF sono stati fra le formazioni fondamentali dell’evoluzione dell’Elettronica delle discoteche verso l’Ambient della scuola di Eno.

La fusione delle due componenti, passando per una spogliata e scarna rilettura di Jarre e Schulze, contaminandola con campionamenti e richiami più o meno evidenti ad altre canzoni, samples, loop, discorsi radiofonici, suoni della natura e simili ha dato vita al seminale Chill Out (1990) che in sostanza è la versione dell’Ambient da ascoltare in discoteca, una sorta di musica rilassante e meditativa, visionaria e lisergica che applica le idee dell’Ambient e della musica-collage e concreta all’era della Techno e dei computer. Riprendendo anche gli esperimenti dei Residents ed i loro collage fantasiosi, filtrando le varie generazioni psichedeliche e integrando l’idea della suite, l’album si presenta come un lungo ed articolato flusso sonoro, fluido e coeso, che mostra una versione della Techno e della Dance Music molto meno ossessiva e ritmica, più pacata e “intellettuale”. Se l’idea di base è vicina all’Ambient di Eno, il collage e la musica concreta subentrano nei campionamenti di canzoni ed artisti famosi, nelle più disparate fonti sonore utilizzate e nel lavoro certosino di cucitura dei frammenti. La psichedelia è invece assicurata da uno spettro stilistico che include chitarre hawaiane, organi celestiali, echi, riverberi, voci sperdute ed una dilatazione temporale che si configura come un viaggio rilassato ed onirico, sospeso nel tempo e nello spazio. Chill Out reinterpreta l’Ambient nei tempi della Techno e della Dance Music, inglobando psichedelia, collage, samples: si tratta di una delle più efficaci sintesi sonore della Storia della musica Elettronica, capace di iniziare l’idea di una Intelligent Dance Music che utilizzasse l’Ambient come comune denominatore. Chill Out si configura così come una delle opere fondamentali per la musica di inizio anni ’90.

White Room (1991) è una grande delusione: vicino alla Techno dei rave, ai ritmi ossessivi ed ipnotici tipici del genere, l’album si muove fra qualche brano più precchiabile e riuscito come Make It Rain e noiose trovate ritmiche come nella title-track, che banalizza la loro stessa invenzione. Un aborto come Justified and Ancient è degn del peggior Michael Jackson. I nove minuti abbondanti di No More Tears meriterebbero di durare la metà e riassumono quello che c’è da dire sull’opera: soporifera, raffazzonata, derivativa e banale, è il precoce declino di una formazione che ha comunque lasciato un segno indelebile nella storia della musica Elettronica.

Space (1990), non attribuito ufficialmente a nessuno, è in realtà da considerarsi parte della discografia e segue la forma ed i contenuti di Chill Out, essendo anch’egli formato da una unica traccia di oltre 38 minuti. Fino al decimo minuto, dopo una certa lentezza iniziale, si sviluppa uno splendido affresco cosmico che si alterna ad interventi di Classica meno intriganti. Dal minuto 13 circa melodie soffuse e sognanti intervengono fra campane, soffrendo anche questa volta di una lentezza un po’ eccessiva ma non mancando di affascinare. Al 18esimo minuto interviene un cantato fiabesco, surreale, ma dura poco e la composizione si perde in fumi Ambient fino a quando, al minuto 22, non entra una banale base ritmica, segue un momento ancora vicino all’Ambient e poi, al minuto 27 circa si costruisce un nuovo ritmo, che però non prende il sopravvento ed anzi trova il primo vero equilibrio fra “ballabilità” e “atmosfericità” di tutto il brano. Va così fino al minuto 33 circa, poi disturbi sonori spogliano il brano, che diventa un sibilo da cui affiorano voci liriche e poi una tempesta galattica da cui rimane solo un cuore pulsante ed un vento cosmico. L’opera, più confusa di Chill Out e sovente meno efficace, rimane comunque un lavoro notevolmente ambizioso e non privo di motivi d’interesse.

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Voti:

Chill Out – 8
Space – 6,5
White Room – 5,5

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