Khonnor – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Lo statunitense Khonnor, all’attivo anche come Grandma, I Cactus e Gaza Faggot, ha saputo attirare l’attenzione dei circuiti alternativi grazie ad una musica Elettronica che fonde il Rock alternativo degli anni ’90 all’IDM degli Autechre.

Il risultato di questa musica un po’ Elettronica ed un po’ Rock, perennemente attraversata da un certo gusto per l’astrattismo e da una sottile malinconia, è ancora acerbo nei primi singoli a nome Grandma: Spinach Gas Room Spaghetti Straps (2002), Bopping Around In A Skin Car (2002) e For Your Broken Heart (2003), seppure l’ultimo sia quello più elaborato e riuscito.

Dopo aver preso parte anche al progetto I, Cactus con un omonimo album (2003) che propone una musica minimale, più ritmica rispetto alla sua opera come Grandma, Khonnor finalmente pubblica l’atteso esordio.

Handwriting (2004) è decisamente più maturo, elaborato e professionale dei primi lavori. Il suo principale pregio è quello di unire una musica semplice, fatta di melodie fragili e suoni malinconici ad una Elettronica sovente destrutturata e frammentata, quando non direttamente straniata dal contesto, fino ad accostamenti che vedono basi di d’n’b aliena e violenta fare da contorno al pianto di strumenti solitari. Annullando quasi sempre la ballabilità dei brani, Khonnor sviluppa una musica Elettronica intelligente che evolve la lezione degli Autechre inglobando elementi Rock (soprattutto in alcuni strumenti) e facendo affiorare sempre di più l’idea di una sorta di musica per robot malinconici. Man From The Anthill si muove nel rumore dei ricordi che sommergono, con voci depresse e synth cacofonici ed ubriachi. Megans Present è un’altro momento notevole, che integra Pop, Rock, Trip-Hop, Hip Hop e Noise-tronica. Kill2 usa drum machine supersoniche per climi estatici mentre A Little Secret ci fa sentire come suonerebbe un gruppo Pop/Rock se fosse remizato dai Sigur Ros, aggiungendo stralci di rumore. An Ape Is Loose e The Stoned Night proseguono un viaggio fra strati di rumore, echi, fascinazioni onoriche fino a far approdare in Screen Love, Space And The Time Man, una elegiaca preghiera per fantasmi digitali. Certamente molte delle altre tracce non è carismatica o coesa come dovrebbe, e molti brani sembrano soffrire di una omogeneità dell’opera nel suo complesso. Episodi come Tattletalent, per esempio, suonano come poco significativi e persino superflui nel loro sperimentare senza una sostanziale personalità. Il tono apatico e impalpabile dell’intera opera e la semplicità di molti dei brani non fa che aumentare la sensazione che se è apprezzabile l’idea di una simile fusione, Khonnor ancora non è riuscito a portarla ai vertici espressivi, sfruttandone le potenzialità. Nonostante un sotterraneo culto di venerazione, quindi, Handwriting è un’opera interessante, spesso affascinante e soprattutto dall’alto “potenziale” ma è lungi dall’essere un lavoro geniale o epocale.

Tiny Fashion (2005) è un brevissimo EP che tenta una evoluzione verso ritmi più marcati ed “incalzanti” (Burgerburgerburger). Più Elettronica e meno “Rock”, si potrebbe concludere, seppure la commistione rimanga difficile comunque da catalogare. Chissà che non sia il modello per le produzioni future.

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Voti:

Handwriting – 7

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