Vision Divine – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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I Vision Divine dall’Italia si dividono fra Progressive Metal e Power Metal. In tutta la carriera hanno pubblicato brani epici e pomposi, saltuariamente patetici e drammatici, strutturati spesso seguendo i canoni del Prog Metal dei soliti Dream Theater (e compagnia) o gli inni magniloquenti dei Manowar (e compagnia).

L’originalità vive altrove ed anche fin troppo spesso le canzoni non sono solo prevedibili, ma insistono sulle medesime idee, i soliti vecchi e ritriti stereotipi del genere senza apportare significative modifiche. Una ambizione sovradimensionata porta poi la formazione ad esibire lunghi concept album a puntate che mettono impunemente a nudo la loro mediocrità.

L’esordio Vision Divine (1999) segue gli stilemi del Power Metal, infarcendosi di vocalizzi acuti, assoli pirotecnici e tutto l’armamentario di scatti Thrash, orchestrazioni delle tastiere eccetera eccetera. Ogni elemento della band suona come ci si aspetta da una band Prog/Power Metal, seguendo la scia di Stratovarius e Blind Guardian. L’abilità tecnica adorna episodi come Forgotten Worlds, ma i risultati peccano di originalità.

Send Me An Angel (2002) si muove di nuovo fra assoli, momenti melodici ed epici e tutto il carrozzone da Power Metal. Nemesis, una accozzaglia di tastiere in stile anni ’80 (vecchie di venti anni, quindi) ed Heavy Metal progressivo, in alcuni frangenti ricorda fin troppo Eye Of The Tiger dei Survivor.

Stream Of Consciousness (2004) è un concept che si articola come un unico brano-racconto diviso in 14 capitoli. Meno triviale dei precedenti, lascia spazi leggermente maggiori alle tastiere ed all’uso dell’Elettronica (p.e. The Fall Of Reason). Il 90% del tempo dell’ascolto, comunque, non presenta nulla che permetta di distinguerli per originalità dai polpettoni Heavy Metal più ridondanti e superflui di inizio millennio.

The Perfect Machine (2005) segue il medesimo, noioso stile, perdendosi anche nei peggiori patetismi (Here in 6048, una ballata che sarebbe stata originale qualche lustro prima). Si tratta di un altro concept album.

The 25th Hour (2007) è ancora più complesso e pomposo, ma provoca anche molti sbadigli. Ennesimo concept verboso, suona terribilmente datato nel 2007 (quando i Mars Volta, i Maudlin Of The Well e tanti altri propongono ben più originali forme di Prog-Metal).

Immaginarsi come suona 9 Degrees West of the Moon (2009) è piuttosto facile, se avete ascoltato gli album precedenti. Se non siete particolarmente paziente o smemorati, poi, è facile anche annoiarsi in questa sequenza di stereotipi preconizzabili.

Se neanche i Dream Theater o i Manowar riescono più a fine anni Zero a mantenere un ruolo storicamente rilevante sembra davvero troppo pretendere che lo possano ottenere i Vision Divine.

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Voti:

Vision Divine – 5
Send Me an Angel – 4
Stream of Consciousness – 5
The Perfect Machine – 4
The 25th Hour – 4
9 Degrees West Of The Moon – 3,5

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