Kamelot – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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I Kamelot sono una band power metal fondata nel 1991 a Tampa, in Florida, da Thomas Youngblood e Richard Warner.

La loro carriera gli porterà ad essere fra le formazioni di spicco del Power Metal dei secondi anni ’90. Il loro suono, pomposo ed epico, unito a strutture articolate degne del Prog Metal di Dream Theater et similia, è infarcito all’inverosimile di tecnicismi, di scatti supersonici e di cattedrali sonore. Seppure incapaci di sfornare capolavori, un po’ per la staticità di fondo della loro musica, un po’ per una cocciuta incapacità di abbandonare certi barocchi sovrautilizzi di strutture spesso ripetitive e stantie, come le fughe in doppia cassa delle percussioni od i tappeti di tastiere,per non parlare della voce gorgheggiante che sembra riprendere sia dai Judas Priest che dagli Iron Maiden, i Kamelot hanno saputo ritagliarsi una fetta della storia del metal degli anni ’90 e ’00 semplicemente facendo leva su di un penetrante muro di roboanti melodie ed atmosfere trionfali.

Eternity (1995) sfoggia una carica travolgente, che fa passare in secondo piano le loro poco originali scelte a livello di forma-canzone e contenuti. Un tifone sonoro, capace di una potenza orchestrale e di un pathos epico non indifferente. La volontà di rendere più massiccio il suono, condendolo di riff fragorosi e quadrati, è il loro asso nella manica. Almeno Black Tower e la title track sono un duetto di apertura degno di interesse.

Dominion (1997) non fece che affinare la loro formula. Pur mancando brani che spicchino come nell’esordio, l’amalgama è ora più maturo ed equilibrato, così da compensare la maggiore prevedibilità della loro musica.

I Kamelot conobbero poi un periodo di regressione che macchiò Siege Perilous (1998): la loro struttura musicale è diventata stretta e non permette più di sguazzare nella loro comunque notevole capacità di sfoggiare le loro doti tecniche per rattoppare le lacune artistiche.

The Fourth Legacy (2000) inaugura positivamente il nuovo millennio, rappresentando un suono ora più efficace: le chitarre di Thomas Youngblood sono tornate in primo piano aumentando la forza della loro musica. Desert Reign e Nights Of Arabia, inoltre, ampliano il loro spettro di ispirazioni, facendo contaminare il loro Power Metal da atmosfere arabeggianti, creando una sintesi capace di ridestare l’attenzione dopo qualche passo falso.

Forse infervorati dal ritorno di estro artistico, i Kamelot pubblicano anche il trascurabile live The Expedition (2000).

Karma (2001) è solo un modo per far capire che, trovata la formula giusta, i nostri vogliono portarla alle massime conseguenze. Così aumentando le contaminazioni, ora oltre alle atmosfere vagamente esotiche si affiancano paesaggi notturni ed un lavoro di tastiere finalmente capace di aggiungere qualcosa al loro suono. Se le loro ballate sono però patetiche e prevedibili (Don’t You Cry,Temples Of Gold), Accross The Higlands archivia una foga epica magari non originalissima ma coinvolgente. Le fascinazioni progressive si fanno sentire nella suite in tre parti Elizabeth di cui vale forse nominare l’ultima parte.

Complessivamente quest’album non fa che sviluppare meglio le idee che su The Fourth Legacy furono solo accennate.

Il progetto si fa però ancora più ambizioso con il concept album Epica/The Black Halo, pubblicati rispettivamente nel 2003 e nel 2005. Si tratta di una rivisitazione del Faust di Goethe : il sound è appesantito, più cupo e le melodie sono generalmente più tese che in passato.

Epica consegna al loro manipolo di brani da ricordare Descent Of The Archangel ma è In The Coldest Winter Night a dare dignità ai loro pezzi lenti. L’atmosfera teatrale si permette addirittura spruzzi di tango in Lost & Damned.

The Black Halo, forse più riflessivo come album e meno incentrato del precedente sui passaggi veloci e concitati, regala soprattutto The March Of Mephisto, che ci avvia nel loro tour infernale, e Moonlight, che si lascia conquistare anche dalle tastiere prima del minuto finale.

Nel complesso The Black Halo appare leggermente migliore, ma è parzialmente soffocato dal forse eccessivo progetto del concept. Si tratta di una apertura timida a nuove atmosfere, quella dei Kamelot, che se non altro dimostra una voglia di evolversi apprezzabile, ma alcuni noiosi stilemi, come la batteria fin troppo simile a se stessa, e certi ripetitivi cliché (la canzone triste, la canzone cupa, la canzone aggressiva e veloce) finiscono per annoiare in quasi due ore totali di “opera”.

Ghost Opera (2007) è realizzato con propensione melodica e timbri orchestrali, all’insegna di un suono orecchiabile ma anche capace di una certa potenza (Rule The World). Le soluzioni sono spesso prevedibili ed autocitazioniste quando non derivative, lo scivolone nei territori più mainstream è alle porte spesso (The Human Stain) e l’aria pomposa alla lunga finisce per annoiare. Incapace di evolvere il loro sound, l’opera si presenta come la prova concreta dell’incapacità di evolversi davvero, contrariamente a quanto faceva almeno intravedere il precedente The Halo.

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Voti:

Eternity – 6
Dominion – 6
Siege Perilous – 5
The Expedition – 4,5
The Fourth Legacy – 5,5
Karma – 5
Epica – 5,5
The Black Halo – 5,5
Ghost Opera – 4,5

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