Judas Priest – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Judas Priest

Quando si parla di Heavy Metal, è difficile non parlare di Judas Priest. La band anticipò tutta la scena inglese, facendo da ponte fra i Black Sabbath e la generazione degli Iron Maiden.

Furono loro ad innestare su un Hard Rock più maturo, che già era in parte Heavy Metal, atmosfere funeree, iconografie mortuarie. Le chitarre furono forse il fulcro del loro nuovo sound, affilate e taglienti, accompagnate da una batteria tellurica e dalle urla acute e perforanti di Rob Halford.

In sostanza si trattò di ripescare da un passato nemmeno troppo distante il rock a tinte scure di inizio decennio, cercando di portarlo oltre i suoi limiti, cercando una nuova via all’ammorbidimento che ebbero band come i Black Sabbath.

L’esordio fu Rocka Rolla (1973) ma si presentò come poco più che un abbozzo del loro percorso. In tutto il lotto spicca soprattutto la title track. Nel complesso si tratta di blues aggressivi e potenti, ma niente che non si fosse mai sentito, persino vicino a certe sonorità di fine anni ’60 come quelle dei Rolling Stones, sicuramente ispiratori di certe scelte.

Sad Wings Of Destiny (1976) fu capace di far maturare in modo notevole quelle idee. Sfornando un album che farà storia nel genere più duro del rock, i Judas Priest iniziano finalmente ad aumentare la complessità e l’originalità delle loro canzoni. Arrivano a comporre brani complessi ed articolati, veri incubi fra lo psichedelico ed il mefistofelico, come nella lunga Victim Of Changes. La loro sintesi si amplia così anche al Punk, che riprendono in piccoli frangenti, soprattutto reinterpretandone la carica sovversiva. Canzoni come Ripper saranno canovacci preziosi per la New Wave Of British Metal che nascerà di lì a poco. Tyrant e Genocide aumentano le qualità della formula, arricchendo l’opera.

Da questo momento in poi i Judas Priest diverranno celebri presso un pubblico molto più ampio.

Sin After Sin (1977) aggiunge sale alla loro pietanza. Sinner con le sue deflagranti chitarre, che paiono rasoi micidiali, ed una voce, quella di Rob Halford, che migliora il suo urletto luciferino. Dissident Aggressor è un altro piccolo capolavoro: il lavoro di batteria, sempre più scatenato, si accompagna all’ugola acuta delle linee vocali. In sostanza si trattò di rifinire le idee dell’album precedente, oltre a raggiungere un successo inaspettato con la cover di Diamonds And Rust di Joan Baez.

Con il passare degli anni i Judas Priest introducono quelli che saranno i punti di riferimento di un intero genere.

Purtroppo al successo commerciale segue un periodo di relativo calo. Così sono prove leggermente più opache sia Stained Class (1978) che Killing Machine (1978). Del primo vale però la pena di ricordare almeno Better Than You Better Than Me (una cover di un brano di Gary Wright) e la potente Beyond The Realms Of Death, ancora una volta un brano articolato e complesso. Di Killing Machine meritano citazione Hell Bent For Leather ma soprattutto l’atmosfera da concerto che si respira in Take On The World.

In questo periodo la band non solo adotterà una iconografia sadomaso, ma otterrà anche un successo fino a poco tempo prima inimmaginabile. Di fatto in questi frangenti si istituzionalizzerà il loro Heavy Metal.

Unleashed In The East (1979) è il loro primo album live ed è un ottimo riassunto delle loro performance. Trasudante una carica nitroglicerinica che forse non viene messa così bene a frutto nemmeno in studio. Di fatto quest’album rappresenta un evidente sintomo di ripresa dalla piccola crisi dei fine anni ’70.

British Steel (1980) fu quasi un ritorno al rock’n’roll, con brani più orecchiabili e più smaccatamente Heavy Metal. Un suono diretto e potente, che si sublima in Breaking The Law, sostenuta da un ottimo lavoro chitarristico. Per il resto, si propugna tutta quella boriosità del genere in Metal Gods ed in più si fa un magniloquente sunto di molto hard rock degli anni settanta. La qualità maggiore sta nell’affiatamento della formazione, ora più dinamica, trascinante e divertente: il recupero delle radici blues ha sicuramente fatto bene al loro sound.

Point Of Entry (1981) fa capire un po’ a tutti che l’opera precedente è piacevole se si limita ad un episodio. Ora i Judas Priest devono adattare il loro sound agli anni ’80.

Screaming For Vengeance (1982) si presenta più melodico e meno scomposto. Più lento per i loro standard ma soprattutto più solido, quadrato, potente e massiccio. Questo significò anche più rileccato, meno ruvido e soprattutto meno Heavy Metal di quanto avrebbero potuto fare proseguendo in altri territori. Ancora incapaci di allontanarsi completamente dall’Hard Rock, usano adesso le chitarre e la voce di Halford per snodarsi fra melodie e aggressivi refrain tanto orecchiabili quanto trascinanti. Brani come Electric Eye dimostrano come il nuovo corso sia prolifico e più al passo con i tempi: assieme al nuovo look sadomaso saranno chitarre come queste a garantire alla band un nuovo posto nel panorama Heavy Metal come sinonimo di classicità. La propensione al brano radio-friendly si palesa in (Take This) Chain mentre Pain And Pleasure è l’apice Hard Rock, carica di sensualità e rombi tellurici. La velocità di derivazione Hardcore della title track nonché la furia a tratti incontenibile faranno scuola nell’Hard Rock dei ’90: questi sono i Judas Priest più interessanti.

In sostanza i Judas Priest con quest’album rafforzano il loro binomio l’Hard Rock – Heavy Metal, forgiando un sound migliore e capace di ridare ossigeno alla loro inventiva. Non c’è niente di particolarmente innovativo, se non la creazione di un suono che a posteriori sarà un punto di riferimento per molti artisti che crederanno di desumere dalla band i canoni dell’Heavy Metal classico. Sicuramente ad oggi questo tipo di suono è ritenuto il prodotto tipico di una musica evolutasi dall’Hard Rock ma ancora incapace di approdare ad uno stadio ulteriore di evoluzione, ovvero di entrare a far parte di tutto quel filone di Speed metal che l’anno successivo verrà istituzionalizzato dai Metallica.

Laddove qualcuno osò di più, i Judas Priest decisero di potenziare le fondamenta della loro musica, che di fatto apparve quasi rinata ed in linea con il nuovo decennio. Il futuro dell’Heavy Metal passò nelle mani di altre formazioni, come forse era giusto che fosse.

Il fascino delle classifiche e delle vendite facili finì però per intaccare maggiormente i loro lavori con il passare degli anni ’80.

Defenders Of The Faith (1984) aggiunse poco a quel canovaccio di Heavy Metal classico che avevano contribuito a creare, e fece ancora una volta perno sull’ugola di Halford e sulle fughe chitarristiche. Jawbreaker è ancora degna delle loro prove migliori ma numeri come Love Bites e Eat Me Alive annacquano troppo il loro sound originario, che adesso invece di rafforzarsi rischia di banalizzarsi. Un suono troppo sintetico, poco sanguigno, sembra aver infettano le loro potenti composizioni. In qualche anno da una propensione all’Heavy Metal più aggresivo si è arrivati ad un suono smussato e molto meno luciferino, dopo aver recuperato alcuni riff Hard Rock e consolidato un sound classico nell’album precedente.

Ulteriore motivo di malcontento sono le ballate semi acustiche ( Turn On Your Light) od i brani adatti allo stadio come Heavy Duty, buoni giusto per infiammare i fan.

Il vero collasso avvenne con Turbo (1986) smaccatamente commerciale, melenso e poco ispirato. L’unica cosa che si salva è Turbo Lover e qualcuno dei ritornelli, che comunque rimangono nel complesso banali.

Il periodo nero continua con Ram It Down (1988), ancora una volta privo di idee valide e retto solo da tanto mestiere, unico appiglio per evitare un baratro disonorevole.

Painkiller (1990) è l’ennesima resurrezione. Quando sembravano ormai perduti nel baratro, il verbo dello Speed Metal dona l’ispirazione per il capolavoro di tutta la loro carriera ed uno dei brani più intensi, pirotecnici ed incendiari della Storia dell’Heavy Metal: Painkiller, la title-track, è un concentrato di urla in falsetto, assoli taglienti, ritmiche aggressive e stacchi portentosi. Metal Meltdown è l’altro brano notevole dell’album, mentre il resto è inferiore ma non privo di qualche spunto interessante.

Dopo Painkiller la band non ritroverà più la vena per molti anni, anche per la dipartita di Halford e l’entrata di Tim Owens. Jugulator (1997), dopo sette anni, delude di molto le aspettative e recicla lo Speed Metal senza aggiungere molto al mestiere e l’esperienza dei veterani. Demolition (2001) sembra la brutta imitazione dei Metallica di Metallica (il cosiddetto Black Album).

Tornato Halford pubblicano Angel Of Retribution (2005) che sente ovviamente il peso degli anni, nonostante Judas Rising e Revolution non siano poi peggiori di molti brani degli anni ’80 del loro repertorio.

Nostradamus (2008) riscatta in modo eccezionale il finale della loro carriera. Il loro lavoro più ambizioso e sinfonico, più epico e maestoso, il loro primo concept-album, fra i migliori album dell’intera carriera. In oltre cento minuti viene tracciata la parabola del profeta Nostradamus, con Halford che domina paesaggi fra l’epico ed il fantastico e le chitarre che spaziano dalle sferragliate agli assoli fulminei, a trionfali mid-tempo. Pestilence and Plague, i quasi sette minuti di Nostradamus e soprattutto la splendida Future of Mankind (oltre otto minuti per un lento incedere estremamente lirico, con refrain drammatico, parte centrale per assoli, finale per recitato in francese), capolavoro accanto a Painkiller di tutta la carriera, sono perle di una formazione che era lecito considerare ormai perduta, ma che curiosamente conosce un nuovo splendore più di trent’anni dopo la sua nascita. L’uso di atmosfere sinfoniche, la scelta di mid-tempo frequenti e di assoli epici ha favorito un netto ritrovamento della personalità artistica, ed il concept convince e intriga come nel Prog Rock di classe.

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Voti:

Rocka Rolla – 5
Sad Wings Of Destiny – 7
Sin After Sin – 6,5
Killing Machine – 5
Stained Class – 5,5
Unleashed In The East – 7
British Steel – 7
Point Of Entry – 5
Screaming For Vengance – 6,5
Defenders Of The Faith – 5
Turbo – 4
Ram It Down – 4
Painkiller – 6,5
Jugulator – 5
Demolition – 4
Angel Of Retribution – 5,5
Nostradamus – 6,5

Playlist di brani selezionati dei Judas Priest

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