John Frusciante – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

John_Frusciante_by_RJonez

Playlist (parziale) di brani selezionati di John Frusciante

John Frusciante si è affermato nella sua carriera solista esterna ai Red Hot Chili Peppers come uno dei grandi poeti della chitarra, cantore di una profondissima disperazione ed una travolgente e commovente immediatezza.

Il suo stile chitarristico semplice e anti-spettacolare guida canti che sembrano spesso lamenti e pianti strazianti, disperati canti alla ricerca di una libertà che è sofferenza e frustrazione.

I gravissimi problemi di droga e la disperazione dell’uomo più che dell’artista attraversano così i suoi primi lavori solisti, rievocando il delirio prossimo di Barrett, le oscure premonizioni di Hendrix e la poesia affranta di Neil Young e Nick Drake.

Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt (1992) è una deformazione drammatica della psichedelia, una serie di frammenti Blues e Rock che sono attaccati in continuazione da effetti cacofonici, fra il lo-fi ed il Noise più violento, mentre Frusciante intona stonatissimo inni di libertà, di paura e di angoscia, in una tempesta emozionale straziante. Solo con la sua chitarra egli è un narratore della notte dell’anima, uno spirito perduto ed un’anima in pena, che si analizza ed affronta paure enormi, allucinanti e deformi. Ogni urlo, ogni cacofonia rendono la lettura più astratta, più emozionale, più disperata, più barcollante fino a diventare, nell’insieme, uno dei massimi trattati di disperazione della Storia del Rock. Le melodie sono distrutte, frammentate e abortite, Frusciante interviene con fare infantile nella loro distruzione in un gioco nevrotico, disperato ed angosciante di frammentazione e devoluzione, come a dimostrare metaforicamente l’inquietudine emozionale, l’assenza di sicurezza e di stabilità dovute all’eroina. Il viaggio di Frusciante è senza ritorno, ai confini della notte dell’anima. My Smile Is A Rifle ed As Can Be sono gemme di questo diario di un moribondo ma l’album è un flusso indistinto, tetro e malato. Si alternano stili differenti in Your Pussy’s Glued to a Building on Fire, il gioiello di Mascara e Ten To Butter Blood Voodoo ma ogni composizione è fragile, cadente, incompiuta, cos’ debole da sfumare, distruggersi, frammentarsi e sfaldarsi prima di concludersi degnamente: sono diapositive dall’inferno dell’eroina e della depressione di un uomo che cade a pezzi. 13 canzoni “Untitled” sono il testamento più catartico e violentemente emozionale di questi rantoli moribondi alla ricerca di una liebrtà impossibile. Questi segni disgrafici, confusi e sbiaditi, pieni di errori e di pressappochismi sono la firma di Frusciante e dell’umanità sull’orlo del baratro, con due piedi nella fossa; sono gli ultimi spasimi prima della morte, in una tristezza infinita per l’incapacità di volare via dalla sofferenza. Ogni canzone inizia un volo leggiadro che finisce al terreno con ossa rotte e dolore acuto, ma ogni volta Frusciante ricomincia e riprova, in una “passione” ammirevole, commovente e più che mai intimista. Ognuno di questi frammenti è un fotogramma di una scalata impossibile dell’abisso della più nera disperazione, venato di una sguaiata, terribile e scioccante e penosa perseveranza.

Smile from the Streets You Hold (1997) ritorna con la stessa disperazione ed un briciolo in più di forma. Frusciante è di nuovo cantore della disperazione in Enter a Uh, otto minuti mirabolanti di questo caracollante poeta, morente e rantolante. C’è un grande ordine in A Fall Thru the Ground per i suoi standard ma I May Again Know John, in quasi nove minuti, di nuovo è costellata di urla al cielo e dolore palpabile. Nick Drake sarebbe entusiasta di For Air, una ninna-nanna allucinogena per tossicomani in fin di vita. Well, I’ve Been e la title-track sono altri momenti maggiori ma, come tutta l’opera più interessante di Frusciante, il flusso sonoro vale per il messaggio complessivo, il quadro disastrato ed impressionante, i colori foschi ed i colpi di luce irreali.

Queste due opere sono pittura disperata fatta con chitarre elettriche cacofoniche e lacrime in abbondanza.

Se l’esordio rimane insuperato nel suo vacillare caracollante, Smile perde un po’ dell’intimismo e della terribile carica emotiva ma acquista un po’ in musicalità, banalizzando molto dei risultati e togliendo originalità. I due album sono comunque una confessione sul letto di morte che, con tale intensità, non ha precedenti nella Storia del Rock.

To Record Only Water for Ten Days (2001) è molto più professionale, prodotto mille volte meglio e infinitamente più musicale. Tutto questo ammazza lo stile unico degli esordi, ma propone Frusciante come un nuovo Neil Young in Going Inside, uno dei suoi brani migliori ed uno dei più radiofonici, un Pop/Rock per drum-machine venato di lo-fi e tristezza. I disturbi di The First Season increspano però la tranquillità che sembra spirare, resuscitando vecchi fantasmi. Away and Anywhere e Remain ricordano un Leonard Cohen degli anni ’90 più flebile e meno fatalista, oltre che invaghito del Trip-Hop. Il momento migliore ed il ritornello più splendente è Fallout, un capolavoro di Pop/Rock toccante di cui Frusciante sembrava totalmente incapace. Tolti i rumori assordanti del dolore, rimane solo la fragilità e la dolcezza in questi canzoni. La poesia di Ramparts è anch’essa commovente, seppure meno “unica” rispetto al passato ed il chitarrismo discreto di Murderers rimane uno dei più intriganti, vibranti e commoventi del Rock tutto. In Rime dimostra come le ferite siano lunghe nel rimarginarsi e come la sofferenza permanga nel tempo. Seppure non rivoluzionario, To Record Only Water è la nascita di uno stile nuovo per Frusciante, un ibrido di Trip-Hop, Folk/Rock, Rock e pischedelia che permette di continuare a considerarlo uno dei più grandi poeti della chitarra Rock di tutti i tempi.

From The Sounds Inside (2002) è stato distribuito gratuitamente in Internet e raccoglie scarti delle session dell’album precedente. Inner State Sex è un episodio che vale il repertorio maggiore ed il resto, abbozzato e incompleto, riconduce agli albori della carriera solista ma senza quei guizzi e quella disperazione commovente.

Shadows Collide With People (2004) si banalizza però su un Folk leggero e radiofonico, con momenti banali e refrain reciclati e vecchi. Una delusione cocente, che sembra portare Frusciante fra i più noiosi artisti Pop/Rock del nuovo millennio.

The Will To Death (2004), più lirico e crepuscolare, regala il capolavoro A Doubt e segna una rinascita. An Exercise è un pianto delicatissimo per chitarre effettate, un Soul per anime perdute rifiutate dal Paradiso ed un affresco sublime di emozioni. La parte centrale dell’album è molto più prevedibile e banale, tranne per l’inquieta A Loop, ma il finale con la title-track è un testamento come lo fu Pink Moon per Drake, un Folk dimesso e pieno d’ombre, con sfumature religiose che richiamano il Dylan di Knockin’ On Heaven’s Door.

Inside Of Emptiness (2004) è simile al precedente, solo più Pop e con una canzone che valga l’attenzione. A Firm Kick fa un uso originale della distorsione, ma il refrain e la melodia sono soporifere. Emptiness se non altro dimostra coraggio e registra un lavoro alle percussioni notevolissimo, imponendosi come l’unico momento di luce dell’album ed uno dei momenti migliori della carriera solista.

A Sphere in the Heart of Silence (2004) è un lavoro di musica Elettronica che dimostra quanto poco costi la manifattura dei compact disc e come sia facile per un “mito” come Frusciante pubblicare ogni cosa che riesca a comporre o quasi. La grande prova vocale di Walls è un piccolo gioiello in molta mediocrità.

DC EP (2004) è un mini-album mediocrissimo che si aggiunge alle uscite in serie, in un orchestrato e pomposo inno al consumismo musicale. Frusciante pecca di vanità in modo imperdonabile e avvilente.

Curtains (2005) è imbarazzante per un artista che ha pubblicato album come l’esordio.

Per fortuna questo declino impietoso si ferma assieme alla cessazione delle uscite in serie. The Empyrean (2009) dimostra come, nonostante il tempo sia trascorso sulle spalle del chitarrista americano, ci sia in lui ancora la stoffa dei grandi, anche se gran parte del materiale sia mediocre ed i momenti in cui questo talento affiora sono relativamente pochi. Before The Beginning, in oltre 9 minuti, è un esercizio di pittura musicale, una orchestra di sibili e di fischi che farebbe invidia ai Built To Spill più da “jam”, interesserebbe Hendrix e farebbe commuovere Neil Young. Peccato che, dopo un inizio così promettente, l’album si perda fra qualche prolissità in Dark Light e tanti brani più brevi e decisamente minori. Bisogna arrivare a Central, altri sette minuti notevoli, per ridestare l’attenzione in un turbine angosciante e nervoso ed un estenuante crescendo con archi malinconici. Gli esercizi semi-cantautorali come One More Of Me sono pura noia.

In quasi due decadi Frusciante ha conosciuto una evoluzione ed un cambiamento che hanno portato il suo stile a mutare irreversibilmente. Da cantore disperatissimo della più buia delle notti, tetro poeta dell’abisso, egli è diventato un emozionato chitarrista, con un gusto sovente rumoroso eppure poetico, ponendosi fra i commoventi e cacofonici discepoli di Neil Young come il più grande degli allievi (nel primo album e saltuariamente anche nel resto della carriera persino superiore al maestro nel suonare la chitarra). Infettata da una poco coscienziosa uscita seriale di album, la sua carriera si è umiliata ai livelli dei più ignobili artisti senza idee del nuovo millennio ma, ancora oggi, fra le pieghe delle sue opere zoppicanti risplende l’estro di uno dei più commoventi chitarristi della Storia del Rock.

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Voti:

Niandra Lades And Usually Just A T-Shirt – 8,5
Smile From The Streets You Hold – 7
To Record Only Water For Ten Days – 7
From The Sounds Inside – 6
A Sphere in the Heart of Silence – 3,5
DC EP – 3
Inside Of Emptiness – 4
Shadows Collide With People – 4,5
The Will To Death – 6
Curtains – 3
The Empyrean – 5

Playlist (parziale) di brani selezionati di John Frusciante

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