Joanna Newsom – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Joanna Newsom è stata una delle più curiose artiste Folk degli anni zero. La sua fusione di Pop, Classica, Folk e soprattutto le sue doti di cantante-folletto, con un registro spesso acuto e singhiozzante, le hanno fatto affibbiare l’etichetta di “freak-Folk”.

The Milk Eyed Mender (2004) è una raccolta di dolci e soffuse canzoni di stampo Folk dall’atmosfera fatata dove la voce di Joanna Newsom si staglia come una luce accecante e si libra in voli mirabolanti. Bridges And Baloon e Sprout And The Bean si articolano su soffici linee acustiche dai colori pastello, una sorta di filastrocche bambinesche ai limiti del recitato. The Book Of Right On continua in questi curiosi affreschi con strumentazione inusuale (contrabbasso, arpa ecc) e testi fra il tetro ed il surreale. Gli oltre sei minuti di Sadie permettono alla Newsom di esprimere tutta la sua stravagante arte di classicismi storpiati e di cantilene da asilo per adulti mentre Inflammatory Writ tortura un pianoforte per costruire un canovaccio per acuti semi-recitati ed un testo consuetamente assurdo. La Newsom ha creato un nuovo stile, al confine fra classica, Folk, recitato teatrale e Pop forte di un estro artistico possente ed una voce duttile ed ammaliante. Un altro dei picchi dell’album è The Side Of Blue, dimessa e trasognata ma anche En Gallop e Cassiopeia sono forti di melodie soffuse di stampo fiabesco. Quando le spettrali atmosfere di Swansea e soprattutto la malinconica Three Little Babes concludono l’album, rimane solo il rammarico per una certa limitazione ad una forma-canzone che, forse, non mette ancora pienamente a frutto le notevoli capacità dell’artista.

Il secondo Ys (2006) è un lavoro molto più ambizioso diviso in cinque lunghi brani immersi in atmosfere più sofferenti ed introspettive. I dodici minuti di Emily si sposta fra sbuffi orchestrali e vocalizzi più pacati del recente passato; i nove minuti abbondanti di Monkey & Bear sono un altro viaggio in mondi fatati da epoca lisergica, delicati e recitati con l’usuale e sempre sorprendente capacità di coinvolgere ed avvolgere della Newsom che porta per mano l’ascoltatore nei suoi ricordi e pensieri; Sawdust And Diamonds, nei suoi dieci minuti, e soprattutto i diciassette minuti di Only Skin danno maggiore spazio alla Newsom per esprimersi in un lungo recitato-cantato che la vede sfoggiare una duttilità stilistica incredibile, una forza emotiva penetrante e vibrante, una capacità di coinvolgimento che è propria più del teatro che della musica, e che la vede protagonista ed avventuriera fra le emozioni dell’anima. La conclusiva Cosmia dipinge un acquarello di mestizia e solitudine. Rispetto all’esordio l’accompagnamento musicale è più elaborato e misurato, grazie alle orchestrazioni, ma ha forse perso la stravaganza e l’irriverenza del passato. In compenso la Newsom è ora quella che concentra con il suo canto l’attenzione, elaborando uno stile sempre più variegato e visionario. La forma dilatata rende  maggiore giustizia alle doti vocali ed interpretative della Newsom, non più costretta in spazi angusti e capace adesso di rendere evidente il suo talento. La sua incredibile capacità di lavorare sulle tonalità, sfoggiando una varietà vocale incredibile, che passa agevolmente dal fiabesco al drammatico, dall’emotivo allo scherzoso, dalla filastrocca alla tragedia. Con la maturità si è persa parte della stravaganza, ma la Newsom ha acquistato una forza narrativa che ricorda Bob Dylan, rievocando inoltre Leonard Cohen, Van Morrison, Joni Mitchell e tutta una caleidoscopica galleria di atmosfere e sensazioni, di “visioni” che scavano l’anima in vertiginose avventure emotive.

Have One On Me (2010) è una terza prova che si presenta come un triplo (sic!) album, ma in realtà dura poco più di 2 ore. L’opera si presenta ambiziosa, mastodontica ed impegnativa. La Newsom si prodiga con la sua voce fanciullesca soprattutto in lunghe ballate, vagamente ricollegabili al Bob Dylan di Blonde On Blonde. Molti dei brani durano più di 6 minuti, alcuni sforano i 9. Una musica soffusa, guidata dalla sua angelica voce, accompagna l’opener Easy ed introduce l’imponente title-track (11 minuti), divisa fra Classica, fiaba e docili danze. Good Intentions Paving Company (7 minuti) vede la Newsom prodigarsi invece in una danza orecchiabile, un Folk/Rock stravagante ed elegante. La Newsom in quest’opera matura soprattutto l’idea di un Folk in evoluzione, che prende forma e corpo lentamente, elegantemente, sottovoce, sulle acrobazie della sua voce. Così Baby Birch (9 minuti e mezzo) è una prolissa ma affascinante confessione sussurrata, che prende lentamente corpo e vede affiorare persino le chitarre. Sul medesimo stile soffuso, un po’ soporifero, si muove You And Me, Bess (7 minuti), ugualmente prolissa. Questa sorta di Folk mutante, colorato, emotivo trova forse la sua migliore espressione in In California (quasi 9 minuti). La componente Classica e la voce sognante della Newsom impreziosiscono Go Long (8 minuti), doppiata dalla meno brillante Esme (8 minuti). Autumn (8 minuti), dal terzo disco, convince più nel suo equilibrio classicheggiante, colorato di Jazz e qualche percussione (cosa rara per la Newsom). Soft Chalk è l’unico momento dove affiora la stravaganza perduta dell’esordio. Il finale è affidato ad una danza medioevale come Kingfsher (9 minuti), con tanto di tamburi e battiti di mani ed al soffuso Blues di Does Not Suffice. La Newsom è talentuosa e, nonostante Joni Mitchell affiora fra le pieghe di questo sound più volte, le sue doti interpretative e canore sono fuori discussione. Quello che riduce l’impatto dell’album, oltre ovviamente ad una prolissità di fondo, è proprio il rischio di risultare ridondanti: l’opera contiene idee che, in forme simili, vengono proposte più volte, finendo per conferire momenti di eterogeneità che, uniti alla imponenza del triplo album (che dura come un doppio), alla forma piacevole, elegante ma non certo immediata ed orecchiabile rendono l’ascolto complessivo non solo ostico, ma persino noioso in alcuni frangenti. Tagliando qualche brano meno riuscito, “asciugando” qualche momento dal minutaggio generoso quest’opera potrebbe diventare uno dei capolavori di inizio decade. Il talento della Newsom è cristallino, comunque, ed i brani più coinvolgenti di quest’opera lo dimostrano ancora una volta.

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Voti:

The Milk Eyed Mender – 7
Ys – 7,5
Have One On Me – 7

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