Jesu – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati di Jesu

Gli Jesu di Justin Broadrick sono una formazione statunitense dedita ad un Post-Metal che unisce Shoegaze, Doom e Ambient, senza disdegnare richiami industriali, melodie morbide ed un rumorismo raffinato.

Jesu (2005) è un’imponente doppio album che si articola su tempi dilatati di derivazione Slo-Core ed atmosfere malinconiche di stampo Shoegaze.I mastodontici dieci minuti della splendida Friends Are Evil, una sorta di “shoegaze apocalittico”, con chitarre fragorose e melodie sommerse nel rumore, sono forse l’episodio più compiuto. Tired Of Me, gli undici minuti di Walk On Water ed i dieci minuti più atmosferici di Sun Day sono l’apice di questo processo di atmosfere iper-emozionali. L’opera è a tratti eccessivamente prolissa, ma contiene spunti di grande spessore.

Conqueror (2007) rende il loro sound meno viscerale e più “normalizzato”, quasi innocuo a tratti. Gli otto minuti della title-track, i dieci minuti abbondanti della trasognante e doomish Weightless & Horizontal ed ancora Medicine sono soprattutto elementi Pop fusi a spunti Shoegaze, psichedelici, Doom e Post-Rock. Mother Earth contiene un andamento quasi orecchiabile per i loro standard e Stanlow conserva ormai solo rimasugli di Industrial e Noise, sommersi da strati sonori trasognati. Si tratta forse di un album che è in cerca di una nuova poetica completamente distaccata dall’aggressività dei Godflesh, uno dei progetti precedenti di Broadrick, che tenta un sound più conciso e meno dispersivo; in ogni caso si registra una lieve flessione. Un buon numero di brani interessanti e numerosi spunti originali dimostrano comunque che Justin K. Broadrick ha ancora molto da dire.

Infinity (2009) si muove sempre fra Post-Rock, Drone, Ambient e Post-Metal e psichedelia. Sicuramente c’è il tentativo di giungere ad un monolite sempre più definitivo ed immenso, proseguendo più il primo album che Conqueror. L’immenso brano di 49 minuti e mezzo che costituisce l’album principia da alcuni rumori ambientali e si trasforma in una soffice melodia vocale su di una batteria possente e delle chitarre distorte e, seguendo dinamiche fluide e morbide, al nono minuto circa introduce delle chitarre che si fanno ritmiche e poi affogano nei riverberi, riprendendo solo dopo una fisicità Stoner/Doom; la voce cavernosa e sofferente si districa in un incubo industriale e scurissimo, asfissiante, che prosegue fino al minuto ventesimo circa, dove un vento cosmico sovrasta il dolore; uno Shoegaze giunge fino al minuto numero 23, poi ancora rarefazioni e feedback che fanno riprendere corpo alla composizione solo al minuto numero 25 circa; una sorta di Doom per voci filtrate trascina il brano nella sua evoluzione al ralenty che prende corpo solo dopo il ventottesimo minuto. La fine dell’ideale prima parte giunge al minuto 33°, concludendo un difficile e poco convincente momento di passaggio che è poi il punto debole dell’opera. La seconda parte è guidata da una voce melodica piena di echi e riverberi, mentre le chitarre e la batteria rallentano sempre più per disegnare paesaggi immensi e completamente mentali, distese di solitudine che diventano sempre più morbide, accoglienti, soffici, fino a trasformare l’incubo in visione onirica. La rerefazione è progressiva ma costante: nascono carillon infantili, melodie ammalianti ed una dolcezza che ha il tepore dell’affetto familiare, anche quando le chitarre reintervengono possenti e doomish come al solito, fino a sprofondare negli ultimi minuti in un rumore bianco quasi inudibile, come a significare che il viaggio è finito, la magia si è conclusa, l’epurazione dalla rabbia e dalla violenza della prima parte è giunta alla totale purificazione, quasi si trattasse di un messaggio religioso e spirituale, di una lezione di virtù dell’anima.

Infinity, ambizioso ed affascinante, nonché coeso e ben amalgamato, soffre solo nella parte centrale, fra il 25esimo ed il 33esimo minuto circa, in quanto la trasformazione sonora avviene lentamente e con qualche lungaggine che non facilita un ascolto così impegnativo. Ma nel suo complesso Infinity è la summa di uno stile musicale personale ed unico che il progetto Jesu ha maturato negli anni, nonché un affascinante viaggio nella psiche che riesce a scansare gli stereotipi del Drone e del Doom, interessando uno spettro emozionale vastissimo. Pochi, negli anni zero, sono riusciti a proporre una musica tanto ambiziosa, toccante e carismatica, e questo album, pur in qualche lentezza evolutiva del brano ed in qualche minuto di prolissità, rende merito ad una formazione meritevole di un riconoscimento di pregio nel mondo del Rock del nuovo millennio.

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Voti:
Jesu (2 CD) – 7
Conqueror – 6,5
Infinity – 7,5

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