Hot Hot Heat – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Hot Hot Heat

Gli Hot Heat sono un gruppo canadese che presenta un Hardcore con influenze Heavy Metal e Pop, una commistione fra ritornelli graziosi e sfuriate di violenza.

Il primo album Scenes One Through Thirteen (2001), una sorta di raccolta dei singoli già pubblicati, presentava brani tesi e muscolosi, che andavano a braccetto con l’Hardcore ma integravano anche elementi come le tastiere quasi “grottesche” nei loro stravaganti effetti e alcune sfumature rabbiose che si avvicinavano all’Heavy Metal. Tra i passaggi più interessanti ci sono Word To Water, l’intricato procedere ritmico di Haircut Economics, la trascinante The Case That They Gave Me, la furiosa Tokyo Vogue sorretta da un ossessivo synth e la conclusiva You’re Ruining It For Everyone, forse il brano migliore con il ritmo quasi Reggae che la conquista dopo i primi due minuti. Fra tante idee non troppo originali e qualche episodio poco interessante la vera protagonista rimane la tastiera invadente di Steve Bays, anche voce cantante. Aggressiva e prepotente, dona uno sgraziato senso Pop a queste schegge Hardcore per ragazzi frustrati del nuovo millennio. Anche alcuni brani zoppicanti contengono giusto qualche buona idea proveniente dalle tastiere (Fashion Fight Pleasure).

Il secondo Make Up The Breakdown (2002) è più incentrato su un ritmo trascinante ed un atteggiamento da party adolescenziale più che da pretesto per sfogare frustrazioni. Il ritmo ballabile di Naked In The City Again, il battito ed il refrain orecchiabilissimo di No Not Now, forse il capolavoro di tutta la loro carriera, ed ancora il martellante incedere e il sound radiofonico di Get In Or Get Out sono numeri di un suono decisamente più Pop/Rock, ma anche discretamente efficace e divertente. Certo, episodi come Bondages, Oh Goddamnit, This Town e Save Us Sos rendono la seconda parte dell’album meno brillante ma il ritmo festaiolo di Talk To Me Dance With Me ed il suo motivetto grazioso evitano che tutto scada nel mediocre. Quando In Cairo conclude l’album con una sorta di ballata sorge l’idea che la deviazione verso un sound più radiofonico sia stata capace di conservare comunque della dignità artistica, favorendo la nascita di un sound “catchy” ma non eccessivamente banale.

Elevator (2005) perfeziona di fatto il loro Rock/Pop, alla ricerca di nuovi ritornelli che facciano la gioia dell’ascoltatore occasionale. Dirty Mouth, Elevator, Goodnight Goodnight o Ladies And Gentlemen sono altri numeri gradevoli ma buoni giusto per sottofondo ad una serata divertente. La seconda parte dell’album, forse un pò debole, regala comunque la frenesia di Running Out Of Time, le schitarrate Funk di Shame Of You. Il problema più grave è che mancano episodi che meritino un posto accanto ad un brano del passato come No Not Now ed il tutto rischia di annoiare e diventare banale ed autocitazionista.

.

.

.

Voti:

Scene One Trough Thirteen – 6
Make Up The Breakdown – 5,5

 

Annunci

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...