Hatebreed – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Gli statunitensi Hatebreed sono titolari di una delle fusioni più brutali del movimento Metalcore. Fondendo Hardcore e riff-rama Slayer, voce perennemente urlata e spesso in Growl, volumi altissimi e ritmiche cadenzate e granitiche hanno pubblicato una serie di album senza compromessi.

L’esordio Satisfaction Is the Death of Desire (1997) li persentò con 14 cannonate attorno ai due minuti, un’unica e lunga sequela di esplosioni e rabbia. Vale più l’attitudine e la rabbia che tutto il resto: la musicalità è completamente assente, la melodia anche.

Il secondo Perseverance (2002) ripropone in buona sostanza le medesime idee, ma è forte dell’esperienza accumulata dalla band. Bloodsoaked Memories e Judgemente Strikes si guadagnano un posto fra gli episodi più burtali e violenti dell’intero movimento Metalcore.

Monocordi fino alla nausea, ottusamente furiosi e rabbiosi, perennemente votati alla distruzione ed alla ferocia, gli Hatebreed si dimostrano spesso monotoni ma vantano una potenza sonora notevole.

The Rise Of Brutality (2003) è il loro piccolo capolavoro: leggermente più complesso nelle strutture, più elaborato e minimamente vario, contiene anche una serie di brani ricordevoli non solo per i moti di violenza brada. Facing What Consumes You, Straight To You Face, Another Day Another Vendetta, Voice Of Contention, Choose Or Be Chosen sono inferni sonori, tonnellate di battiti, urla, slogan da “straight-edge”, cori da rissa e tutto l’arsenale dell’Hardcore più virulento unito alla cupidigia del Death Metal.

Senza intaccare la distruttività della loro musica, con Supremacy (2006) la band aggiunge ancora un briciolo di strutture e di variazioni al loro sound, continuando a sciorinare ossessivamente rabbia e odio. Divine Judgement, Defeatist, Immortal Enemies, Never Let It Die, Spitting Venom si aggiungono ai brani più interessanti della loro carriera, figurando anche fra quelli più strutturati e (molto relativamente) variegati.

La coerenza è una delle loro doti più evidenti, ma forse dopo quattro album sarebbe il caso di cercare soluzioni davvero nuove, e non rischiare di affossarsi in una ripetizione eterna dei soliti schemi. Se gli ultimi due album hanno ravvisato una parziale musicalità crescente, è troppo poco per non sentire il peso della monotonia.

Hatebreed (2009) ricorda sia il loro passato che i Soulfly (Become The Fuse). Un più vario lavoro chitarristico, come in In Ashes They Shall Reap e nella melodica e malinconica Undiminished non bastano però a strappare l’opera ad un senso di prevedibilità palpabile.

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Voti:

Satisfaction Is the Death of Desire – 6,5
Perseverance – 6,5
The Rise Of Brutality – 6,5
Supremacy – 6
Hatebreed – 5,5

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