Guns n’Roses – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Guns n’Roses

I celebri Guns N’ Roses hanno fatto man bassa dell’Hard Rock di quasi due decadi e degli eccessi dei New York Dolls. La scena di Los Angeles degli anni ’80-’90 conoscerà grazie a loro una notevole fortuna mediatica. L’ugola di Axl Rose, uno dei cantanti più dotati della sua generazione, e la chitarra di Slash, erede di altri cento guitar hero degli anni ’60 e ’70, furono il segno di riconoscimento della loro musica.

L’esordio Appetite For Destruction (1986) gli impose come nuovi beniamini di coloro che erano cresciuti con gli AC/DC, gli Aerosmith e tutta la musica Hard & Heavy. La forza della formazione è di unire il Blues ed il Rock a riff granitici ed assoli che strizzano l’occhio alle radio, di far sfoggio di vocalizzi possenti, ritornelli radiofonici, un tripudio di volgarità, violenza, sesso, divertimento che non avrebbe spaventato nessuno degli esponenti dell’Hardcore o dell’Heavy Metal estremo ma che bastò ad incendiare le folle e garantire loro una quasi imperitura fama. In questo esordio alcuni episodi sono però davvero degli anthem di tutta una decade, a patire da Welcome To The Jungle, per baccano di chitarre e spocchia da Garage Punk. La forza del loro Blues/Rock incendiario esplode vigorosa in My Michelle, altra gemma assieme alla ballata, forse però un pochino ruffiana, di Sweet Child O’ Mine. Out Ta Get Me, con ricordi di Ac/Dc e l’anthem da stadio di Paradise City aggiungono altre cannonate al loro arsenale e It’s So Easy, Mr Brownstone e You’re Crazy concludono la trafila di diapositive di vita sbandata da eroinomani erotomani commistionate a refrain orecchiabili e intriganti, assoli onnipresenti, scariche adrenaliniche. Poco altro rimane se non proprio questo immaginario degradato, un gusto decadente e l’equilibrio fra eccessi (molti) e dolcezze (quanto basta) di un esordio che avrebbe venduto più di 27 milioni di copie.

Dopo tre anni di silenzio Lies (1989) riporta in luce la formazione con la bella Patience e Used to Love, assieme a due cover ed alcune b-sides, più una versione alternativa di un brano già edito per poco più di trenta minuti di materiale. La foga dell’esordio si è quasi completamente perduta, all’insegna di un sound più maturo e riflessivo. Sarebbe potuto essere pubblicato un EP di 3 brani, aggiungendo alle citate anche One in a Million, piuttosto interessante invece di una mediocre compilation.

Use You Illusion (1991) è un mastodontico calderone che spazzola un po’ tutta la storia dell’Hard Rock. Il potentissimo anthem in apertura di Right Next Door To Hell, degna erede di Welcome To The Jungle, è il brano efferato e luciferino per eccellenza. Dust’n’Bones vira verso una polverosa ballata in mid-tempo per chitarre graffianti e recitato cupo mentre Don’t Cry consegna alla storia la loro più memorabile canzone romantica, una dolce ballata per cuori infranti che reinterpreta uno dei più diffusi cliché dell’Hard Rock. Perfect Crime e Garden Of Eden tornano ad un Rock’n’Roll acrobatico mentre l’Hard Rock vigorosamente si ripresenta con Back Off Bitch. Il Blues con tastiere di contorno di Bad Apples riporta perfino agli anni ’60, col suo ritmo trascinante e lascivo. Non mancano brani poco ispirati come You Ain’t The First, i dieci minuti di Coma, il Southern Rock di Bad Obsession, la pur aggressiva The Garden e la fin troppo prolissa November Rain, che poteva risparmiare sia qualche trovata di cattivo gusto che almeno una manciata dei suoi nove, eccessivi, minuti.

Infervorati dal successo, la band pubblica una quantità immensa di materiale e la seconda parte di Use Your Illusion. Probabilmente, se si fosse filtrato e commercializzato solo le migliori loro canzoni di questi due album si sarebbe parlato di un lavoro al livello dell’esordio. Così, rimangono una manciata di canzoni valide da entrambi i “volumi” ed alcune decine di minuti noiosi e sottotono, soprattutto danneggiati da lungaggini inutili.

Use You Illusion II (1991) prosegue il viaggio nella storia del Rock sanguigno intrapresa nell’album precedente. 14 Years, con il suo mid-tempo trascinante, il piano che segue le chitarre ed il cantato relativamente “moderato” ricorda i classici del Rock di un decennio prima. Yesterdays, con il suo ritornello radiofonico, e la cover di Knockin’ On Heaven’s Door sembrano dimostrare che qualcosa, in fondo, si stava incrinando. Il Rock’n’Roll veloce e graffiante di Shotgun Blues e gli echi indiani di Pretty Tied Up risollevano le sorti di un album che appare complessivamente raffazzonato, tanto da far affogare le buone intuizioni in torrenziali canovacci tenuti su dal mestiere di una formazione affiatata. Alla lista delle lungaggini si aggiunge Civil War, che sarebbe potuta essere un valido brano se ripulita di qualche eccesso, i sette minuti di Breakdown e gli otto abbondanti di Locomotive ed addirittura i nove di Estranged. Una versione alternativa di Don’t Cry, peraltro con minime modifiche al testo, rafforza l’idea di un’opera commerciale.

Altri 74 minuti di musica, di cui una cinquantina sono trascurabili. Col senno di poi, non c’è da rimpiangere che abbiamo smesso di pubblicare album di inediti.

The Spaghetti Incident (1994) è una mediocre raccolta di cover, l’unica cosa che forse vale la pena ancora di ascoltare da loro nel 1994.

Greatest Hits (2004) raccoglie molti dei loro brani più famosi (non però i migliori, ed alcuni dei meno brillanti anche) ed una serie di cover.

Eredi dei New York Dolls, degli Stooges e degli Aerosmith e dell’Hard Rock i G n’ R hanno trasportato negli anni ’90 il Blues/Rock iniettandolo dell’ideologia Punk e di un machismo ostentato, senza rinunciare per questo a melodia, refrain radiofonici, sentimentalismi melensi.

Dopo 15 anni di gestazione nel 2008 la band, o meglio i reduci di quella che era la formazione dei tempi d’oro, pubblica Chinese Democracy (2008) che è forte di ritmi orecchiabili, echi di Industrial (Shackler’s Revenge) ed una serie di refrain accattivanti come Better, ballate melense come Street Of Dreams, e sostanzialmente un solo brano davvero meritevole, If The World, una World Music per scaglie di chitarre elettriche granitiche. Nelle ballate svetta There Was A Time, un tappeto orchestrale con un magistrale assolo di chitarra di Buckethead, che si dimostra tecnicamente ed artisticamente decisamente superiore a Slash. Non mancano però una sequela di brani minori come la title-track, un pasticcio Hard Rock anni ’70 e ’90 (un misto fra i Guns’n’Roses di una volta ed i Godsmack, per certi versi), una commistione di teatralità, epica e pomposità in If The World, salvata anche stavolta dalla chitarra latinoamericana. Numerosi gli episodi indecisi e noiosi: Catcher In The Rye, nel pieno Pop/Rock; il Groove Metal scontato di Scraped; Riad N’ The Bedouins che tranne un robusto innesto di chitarre non è tanto più di un’altro episodio Pop/Rock; Sorry, che è una liquida ballata banale per melodia vocale, tempistica, tematiche ma impreziosita dalle belle figure di chitarra, ancora una volta capace di evitare un affossamento totale del nuovo repertorio. IRS torna dalle parti di un Pop/Rock, mentre Madagascar aggiunge alla precedente semplicemente un maestoso assolo di chitarra e va dalle parti di un riflessivo brano dallo stampo semi-cantautorale che si dimostra prolisso e scialbo. Persino echi classicheggianti si avvertono in This I Love, ballata per pianoforte, che poteva benissimo durare 3 minuti in meno e che impallidisce di fronte ad altri cento lavori per pianoforte. Il finale Prostitute fra ritmi sintetici ed elettro/danzerecci, pianoforte classicheggiante, acuti striduli, chitarre robuste, racchiude tutti i difetti di un album che senza grazia fonde potenza sonora e melodia, banalizzando la prima e la seconda, cercando improbabili equilibri a suon di barocchismi, innestando ritmi ballabili e ritornelli accattivanti per le radio, saccheggiando gli anni ’80 e ’90 dell’Industrial, del Groove Metal, dell’Elettronica e dell’EBM. Sostanzialmente, pare che chi ha composto l’album sia sicuro di ritrovare una schiera di fan che prenderà per oro colato le sfumature di Classica e apprezzerà un sedicente enciclopedismo per tutto il resto.

Quest’album cerca disperatamente una nuova versione della band che ruoti attorno ad Axl, il cantante storico, e che si presenta praticamente come un lavoro solista con alcuni egregi collaboratori che, però, non risollevano le sorti di un album sfocato, raffazzonato, prolisso,  come d’altronde tutta la loro discografia eccetto l’esordio.

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Voti:

Appetite For Destruction – 7
Lies – 5,5
Use You Illusion I – 6,5
Use You Illusion II – 4,5
The Spaghetti Incident? – 4
Greatest Hits – 6
Chinese Democracy – 5

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