Grateful Dead – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Grateful Dead

Il massimo gruppo della psichedelia americana furono i Grateful Dead, padrini di una dilatazione che riprendeva la lezione dei Pink Floyd e la univa all’eclettismo di Zappa ed al Blues/Rock tradizionale. Il risultato è qualcosa che rappresenta al meglio l’epoca dell’LSD, una musica capace di inni cosmici, visionari, disorientanti. La loro musica era spesso una improvvisazione collettiva che seguiva però delle direttive colte, vicine alle avanguardie del Rock e del Jazz, tanto che Sun Ra è ravvisabile in alcune pieghe del loro sound.

Il primo Grateful Dead (1967) riduceva di molto l’impatto della formazione annichilendone l’inventiva in classici R’n’b senza grande personalità. Si ricorda solo Viola Lee Blues, che è l’introduzione al caleidoscopio del futuro ed alla improvvisazione.

Anthem Of The Sun (1968) è il loro primo capolavoro. La formazione, ora allargata, comprende alcuni talenti indiscussi: Jerry Garcia è uno dei più carismatici chitarristi del Rock, un cerimoniere che guida visioni che partendo dal Blues giungono ad una musica visionaria, alienante, senza centro di gravità; Mickey Hart alle percussioni sciorinava un tamburellare che variava continuamente e che aiutava l’ascesi lisergica tramite un uso della batteria che deriva dai Velvet Underground ma è meno violento e più visionario e dilatato. La formazione poi comprendeva tutta una srie di strumenti estranei alla tradizione Rock: fiati, gong, timpani ecc. That’s It For The Other One dimostra subito che la formazione è un’altra rispetto all’esordio: si tratta di una suite fra Folk/Rock, filastrocca, assalti rumorosi e dilatazione cosmica. Gli stli assimilati sono molteplici ed il risultato è elegante, acido e esperibile come un volo lisergico. Jazz, Folk, Blues, folate di vento siderale, melodie soffici, assoli di Garcia sempre più spaziali bastano a rendere queste composizioni dei pretesti per viaggi fantastici e policromatici. La composizione si fluidifica, si ammobidisce, diventa un gonfio insieme di note che gioiosamente combattono nel finale, in un duello fra organo e chitarra superbo, mentre una sfumatura Jazz avvolge il tutto. Alligator (15 minuti) è l’apice di questa musica che perde ogni punto di riferimento fino a giungere in uno stato di ipnosi vivido: dopo una apertura della musica goliardica cara a Zappa, con tanto di tromba-peto, si sprecano sentori di una jungla, piena di voci differenti e di danze tribali che è in realtà capace di trasformarsi in un estasi della chitarra, dell’organo e delle percussioni che è propria sono dei grandissimi della Psichedelia. La musica dei Grateful Dead sembra distruggersi, trasformarsi in pura visione, senza traccia di fisicità verso una totale visionarietà: cancellati i ritmi, che diventano cangevoli e multiformi, e ridotta la chitarra ad un singhiozzo/pianto/lamento/canto, sfruttando organo, squilli, trombe e quant’altro la band si allontana dal modno fisico approdando a quello metafisico e psicologico. Caution, lungi dall’essere una chiusura “filler” è anzi il secondo capolavoro dopo Alligator: intrisa di musica elettronica, di sibili, fruscii ed echi da foresta pluviale, è una vera jungla sonora che è di fatto specchio della confusione e dell’inquietudine della mente umana. In queste visioni, oscure ed inquitanti, c’è però anche un senso dell’avventura, della scoperta, dello stupore eccezionali, che affondano nelle parti oscure della mente, nella fascinazione per la morte e l’occulto. Anthem Of The Sun di fatto inventa il concetto di musica cosmica, partendo dal un canovaccio spesso semplice di Folk, Country o Blues e giungendo ad un suono astratto e spaziale, una pura ascensione psichica verso la volta celeste.

Aoxomoxoa (1969) è un album più composto ma è anche uno degli album più curati e meticolosi della Storia del Rock. L’attenzione agli arrangiamenti, intriganti ed originali. I brani sono più brevi e meno vicina alla forma “jam” ma non sono meno acidi e visionari. St. Stephen è un carillon acuto che si tramuta in un Blues/Rock corale e si conclude in un festeggiamento di chitarra, percussioni ed organo. Una superba eleganza e morbidezza traspaiono da Dupree’s Diamond Blues e dal Folk per voci filtrate di Rosemary. C’è un gusto per una rivisitazione del passato, del Blues primigenio, delle orchestrine di inizio secolo: Doin That Rag, ad esempio, sembra una versione meno esplosiva e più elegante dei deliri zappiani. Mountains of The Moon è il capolavoro dell’opera, un Folk guidato con sapienza dalle chitarre, melodie di clavicembalo in una atmosfera notturna, malinconica, spaziale. L’arrangiamento più assurdo è probabilmente di China Cat Sunflower, con chitarra sanguigna, organetto innocuo, coro gioioso, vocalizzi Gospel. La fascinazione per l’oscurità trionfa nel secondo capolavoro dell’album, What’s Become Of The Baby, un coro da monaci asiatici che si muove fra riverberi ed echi in un clima funereo, come una ascensione verso il buio più assoluto: difatti nei Grateful Dead il sentimento dell’oscuro e dell’ignoto è legato ad una ascensione, un viaggio lisergico e visionario verso la solitudine, la notte, la morte.

Aoxomoxoa è il secondo tassello di una carriera che segnerà per sempre la Storia del Rock. Paladini del Rock psichedelico statunitense, i Grateful Dead hanno mostrato prima le doti per reinventare il Rock in una forma libera che traduce la jam del Jazz e poi hanno archiviato un certosino esempio di esperimenti lisergici, di eleganza e di carisma in un’opera che trionfa in arrangiamenti elaborati, accostamenti azzardati, vitalità e qualche fascinazione occulta che è tanto ammaliante e penetrante quanto sottilmente inquietante.

Ormai il viaggio mentale, che è diventato viaggio cosmico della mente, è sia fuga dettata dall’LSD che fuga dalla realtà quotidiana, è sia una questione di chimiche alterate che un risultato di una filosofia della fuga, sottilmente malinconica, che ricerca una solitudine crepuscolare ed appaga la fascinazione per l’oscurità. I Grateful Dead hanno trasformato la musica Psichedelica non solo nelle forme (la creazione di una jam Blues/Rock, l’immersione nell’oscurità e nell’ignoto) ma anche negli intenti: da arcobaleno di emozioni lisergiche la loro musica divenne un inno all’espressione, alla creatività, al concetto di “alternatività” tanto caro al Rock dei decenni successivi.

Non a caso i Grateful Dead vivevano una doppia vita artistica: sull’album erano ingegneri meticolosi, eclettici ed eleganti ma quelli stessi brani, nei live, si trasformavano in versioni chilometriche e oscure, in danze rituali per divinità del buio, in uno scandaglio della coscienza più remota, dello sconosciuto, in una sorta di rituale magico. I Grateful Dead in sede live erano un’altra faccia dei Grateful Dead che venivano fotografati in studio. La loro musica superava il concetto di staticità, di opera finita, diventando una musica sempre aperta a nuove letture ed interpretazioni, nell’esaltazione di una creatività titanica.

La stupenda veste live venne immortalata finalmente da un documento leggendario, Live Dead (1969). In queste canzoni la band sublima il gusto dell’oscuro, dell’incubo, del viaggio nell’ignoto, fra fascinazione, stupore, meraviglia e paura: questa miscela di emozioni è tanto forte che sembra potersi prolungare all’infinito nelle loro jam senza bussola, che pian piano di distanziano dal mondo terreno per approdare ad un piano metafisico che è uno dei massimi traguardi della musica Rock di tutti i tempi. Dark Star è uno dei massimi capolavori del Rock, un gioco di ombre e di sussulti, di spasimi e di rituali che si allunga per 23 minuti fra folate di morte, Garcia superbo che decora di splendidi bagliori la Notte e tutto un arsenale impressionante di variazioni di tutta la formazione, ormai pienamente a suo agio in una delle jam-song più belle di sempre. Dark Star è un brano che merita di stare vicino ai grandi incubi visionari degli anni ’60, come The End o Sister Ray. Se questa prima traccia merita un posto d’onore il resto dell’opera è tutt’altro che trascurabile. I tour de force di The Eleven (9 minuti abbondanti), con un Garcia visionario e protagonista, ed ancora Turn On Your Love Light, oltre 15 minuti, che vede trionfare un R’n’b feroce, sensuale, lascivo, confusionario, viscerale, sono grandiosi. Ma Garcia entrerà nella Storia del Rock come l’estremista di Feedback, quasi 8 minuti di fischi e di distorsioni brutali che affogano in un rumorismo psicotico e cosmico che i Faust faranno maturare nella musica totale, ripulendo anche le basi di Blues e Rock che ancora affiorano fra le pieghe: Garcia merita solo per questo un posto d’onore fra i più coraggiosi dei chitarristi. Live Dead è insieme a Made In Japan uno dei più grandi documenti live del Rock e consegna definitivamente i Grateful Dead alla Storia: dopo un esordio zoppicante la formazione ha pubblicato tre opere che, per motivi differenti, sono entrate di diritto nell’olimpo del genere, mostrando una creatività ed una ispirazione che è rara e preziosa.

Live Dead chiude di fatto il momento di massimo splendore, la stagione delle loro jam lisergiche, delle loro religioni del rumore e del caos, delle loro sinfonie per le stelle oscure si conclude e la formazione inizierà una delle svolte più discusse e drastiche che si potessero immaginare.

Il nuovo corso è un Country educato e molto meno psichedelico e coraggioso. Workingman’s Dead (1970) contiene brani ben arrangiati ma anche poco originali, che affondano nella tradizione Folk. High Time ed il New Speedway Boogie sono momenti educati che non posso esseri paragonati alle opere seminali dell’ancora recente passato. American Beauty (1970) riesce in ritornelli più memorabili, come quello della splendida melodia di Box Of Rain, ma il resto rimane vicino ai canonici del Country e del Folk, musica tradizionale suonata professionalmente da un gruppo di hippies redenti. Lasciando da parte le polemiche ideologiche ed il “tradimento”, questa nuova veste dei Grateful Dead non merita di stare accanto a quella dei primi seminali album, ma è semmai una diligente formazione di professionisti dalla grande eleganza.

Wake Of The Flood (1973) prosegue su un suond elegante ma più vicino al Jazz. La Weather Report Suite mostra proprio questa nuova anima, mentre Mississippi Half-Step Uptown Toodelo resta più vicina al Rock abbastanza tradizionale degli ultimi album. C’è molto mestiere e professionalità, ma molto poco genio ed ancora meno originalità.

From The Mars Hotel (1974) si muove ancora sui medesimi territori. China Doll, che potrebbe essere il vertice del disco, svetta un po’ nella mediocrità di queste prove senili, da mestieranti.

Blues For Allah (1975) con King Solomon Marbles ed uno stile che integra meglio il Jazz sembra riavvicinarsi almeno un po’ alla musica caleidoscopica degli esordi, seppure si rimanga in territori sostanzialmente derivativi. La suite composta da Blues for Allah/Sandcastles and Glass Camels/Unusual Occurrences In The Desert (12 minuti e mezzo) risponde persino alle fascinazione mediorientali richiamando i Residents ed i Pink Floyd del secondo album: è il migliore brano dal 1969, capace di tornare alle ascensioni psichedeliche di Garcia, alla forma astratta del delirio lisergico ed al mondo oscuro, nonostante permangano forme più vicine al Folk ed al Pop.

Terrapin Station (1977) vanta un sound più incisivo, vicino al Funk ed alla Disco. La conclusiva Terrapin Station Part One (oltre 16 minuti) sembra una versione rurale dei Genesis, un esercizio di eleganza nel quale solo saltuariamente affiorano fascinazione orientali, qualche percussione fantasiosa, qualche assalto Jazz e frammenti del genio visionario dei primi anni. Inferiore a Blues For Allah ed alla sua suite, l’album dimostra comunque che la formazione si mantiene in vita, concedendo momenti di interesse che ripagano almeno in parte dell’ascolto.

Shakedown Street (1978) e Go To Heaven (1980) sfruttano Funk, Rock e Country ma raramente si allontanano da forme derivative e poco carismatiche. Questi album segnano il punto più basso di tutta la carriera.

In The Dark (1987) torna dopo sette anni di vuoto e riesce a scansare una cocente delusione. La veste è un Folk/Rock compatto e tradizionale, vicino al Dylan della svolta elettrica ed allo Springsteen più innodico (Tons Of Steel). L’originalità però continua a latitare, nonostante formalmente l’album sia ineccepibile e contenga alcuni refrain memorabili. Black Muddy River è il momento più poetico, Touch Of Grey la melodia più cristallina.

Dopo il pessimo Built To Last (1989), fatto di canzoni orecchiabili ma mediocrissime, ecco che Infrared Roses (1992) chiude l’epopea con psichedelia e raffinatezze. Parallelogram è di nuovo un’orgia tribale; la title track è un gorgo di psichedelia cupa; i Throbbing Gristle sarebbero fieri di Speaking In Swords; Silver Apples Of The Moon è una commovente sonata al pianoforte; River Of Nine Sorrows una World Music che Gabriel adorerebbe; Apollo At The Ritz un delirio lisergico di uno Zappa in pieno trip . La varietà è sorprendente tanto che quello che col senno di poi è l’ultimo album della carriera sembra tornare alla fantasia degli esordi. Garcia, morendo poco dopo, porrà fine ad una delle epopee se non alla epopea per eccellenza dell’Acid-Rock di San Francisco.

Decine di documenti live, esibizioni, versioni alternative, raccolte e commemorazioni completano una delle opere più titaniche e intriganti della Storia del Rock americano che vive di acidi lisergici.

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Voti:

Grateful Dead – 5,5
Anthem Of The Sun – 8
Aoxomoxoa – 8
Live Dead – 8
Workingman’s Dead – 6,5
American Beauty – 6,5
Wake Of The Flood – 6
From The Mars Hotel – 5
Blues For Allah – 6,5
Terrapin Station – 6
Shakedown Street – 5
Go To Heaven – 4,5
In The Dark – 6
Built To Last – 4
Infrared Roses – 7

Playlist di brani selezionati dei Grateful Dead

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