Genesis – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati dei Genesis

I Genesis sono state una delle formazioni di punta del primo Progressive Rock inglese, del quale rappresentano una versione meno acrobatica di molti loro colleghi (King Crimson, p.e.). Sono una formazione che ha costruito ad ogni modo un sound barocco, sinuoso, che rotea fondamentalmente attorno al concetto di ballata romantica, di una musica rilassata che sfrutta semmai un ampio spettro di generi e si muove abilmente fra melodie Folk/Rock impalpabili e orchestrazioni imperiose, fra flebili momenti e vigorose cariche nei territori dell’Hard Rock.

I Genesis sono quindi un tassello del Progressive inglese almeno fino a fine ani ’70, quando il cambiamento verso un Pop che conservasse solo la pomposità d’arrangiamento degli esordi prenderà il sopravvento nel loro sound, favorendo un grande favore di pubblico e poco altro.

L’esordio From Genesis To Revelation (1969) è un album che contiene delle canzoni di Folk/Rock dalle tinte vagamente psichedeliche, qualche melodia e poco altro. La forma della suite, le orchestrazioni imperiose, l’alto spessore tecnico sono ancora miraggi, si tratta più di un esordio acerbo. The Silent Sun e The Serpent si distinguono fra le altre, ma la monotonia sopraggiunge abbastanza presto.

Trespass (1970) è su un altro pianeta. Uno dei primi brani notevoli della loro carriera è Dusk, ma anche The Knife, che nei suoi nove minuti è forse l’episodio migliore del lotto, e Looking For Someone sono brani da ricordare. La trascinante White Mountain e la più psichedelica Vision Of Angels completano un’opera che non solo è più matura, ma afferma uno stile personale fra melodie leggere e accattivanti, musica da Broadway, classicismi, testi spesso ermetici e complessi ricchi di citazioni e riferimenti letterari: una musica “colta” ma non ostica, che sostanzialmente sarà il loro segno distintivo. Ogni brano in Trespass è una piccola suite.

Nursery Crime (1971) contiene il loro capolavoro: The Music Box è una favola rocambolesca che mischia motivetti Folk ad impostazioni da Classica, un caleidoscopio sonoro che riff mutevoli ed accattivanti, con momenti di pomposità ed altri di rarefazione psichedelica; The Music Box consegna alla Storia del Rock il capolavoro della formazione ed il loro momento di equilibrio perfetto fra ballata, canzonetta popolare e musica Classica, con punte di un trasognato gusto acido. Solo una fusione così equilibrata può sopperire ai limiti della loro musica, che altrimenti rischia di ruotare attorno alle medesime melodie ed atmosfere, in un gioco di pulizia alla lunga ripetitivo. The Return Of The Giant Hogweed e Fountain Of Salmacis si muovono su coordinate simili, fra pompa classicheggiante e momenti di semplicità da canzonetta. Il loro immaginario è anch’esso costante: un mondo di favole e leggende, di medioevo perduto e fantastico, fra fiaba e verosimile, fra bambinesco e malinconico. Nursery Crime è il loro capolavoro, perché originalmente fonde questi elementi stilistici e di contenuto, anche negli episodi meno appariscenti come For Absent Friends o nella breve Harlequin.

Foxtrot (1972) è l’apice del loro suono da “scatola sonora”, con i suoi limiti ed i suoi pregi. Watcher Of The Skies e la breve ma intensa Horizons guidano la prima parte dell’album, ma il ruolo di protagonista lo ha il mastodontico Supper’s Ready, quasi 23 minuti fra variazioni, narrazione verbosa, arrangiamenti notevoli, melodie fluttuanti, di passaggi epici e maestosi, di momenti in cui son le musichette a prendere il sopravvento. I Genesis sperimentano in questa lunghissima suite i loro limiti d’ambizione, mostrando contemporaneamente le loro abilità, ma anche i limiti creativi del ripetere le medesime atmosfere e la mancanza, in un brano così lungo, di una efficace coesione mentre compaiono alcuni attimi di stanchezza, di “forzatura”, che sembrano mostrare anche difetti di ambizione.

Selling England By The Pound (1973) ritorna alla forma canzone intorno alla quale da sempre ruotano: la ballata estesa, con inserimenti melodici, classicheggianti, da musichall. Dancing With The Moonlit Knight, I Know What I Like e The Cinema Show sono i punti cardine, ma non mancano momenti di noia e di ripetizione, in cui la formazione convince poco e si autocita. Quest’album, come il precedente, sembra anticipare, col senno di poi, il futuro della formazione.

Da Foxtrot, che si muove nei 23 minuti del loro brano più progressivo, si passa al già sperimentato formato della ballata. Di qua alla forma Pop, di fatto, non ci vorrà molto. Sia Foxtrot che Sellin England By The Puound vivono di fatto della loro notevole capacità di pescare con accenni a varie forme musicali, non certo nel modo anarchico di Zappa o nella Fusion intricata e iper-vitale dei King Crimson, ma con un gusto moderato e pacato.

The Lamb Lies Down On Broadway (1974) pecca di nuovo di ambizione, regalando una rock-opera confusa e verbosa. La title track (con il loro più felice, trasognato e lisergico refrain), The Carpet Crawl, The Grand Parade Of Lifeless Packaging, Lillywhite Lilith, Broadway Melody of 1974, The Light Dies Down On Broadway sono gli episodi migliori, anche se l’intera opera scodella un ventaglio di ispirazioni musicali ampio a cui non fa seguito una efficace coesione e costanza. Tocchi di avanguardia, psichedelia, Folk, Classica non giustificano 23 brani, di cui una decina sono poco più che orecchiabili. Quest’album segna anche l’avvicinamento alla canzone Pop/Rock, genere dal quale, spogliati delle contaminazioni, non sono mai stati troppo distanti.

A Trick Of The Tail (1976) si distingue solo per Dance On A Volcano e Los Endos, ma soprattutto presenta una formazione tutt’altro che “progressiva” quanto più ferma sui propri canoni, persino pedante e monotona, prevedibile, melodicamente poco affascinante.

Wind And Wuthering (1976) aggiunge una notevole canzone barocca di Pop come Afterglow, m anche la possente Eleventh Earl of Mar e la trasognata One For The Vine sono fra gli episodi “meno peggio”, che confermano il periodo di stanchezza ma regalano ancora una certa pulizia ed eleganza formale, assieme ad una malinconia di fondo.

And Then There Were Three (1978) segna la fine del loro periodo importante, con canzoni di Pop barocco noiose e pedanti. Duke (1980) è ancora più semplice nelle strutture, un album di Pop/Rock elettronico scialbo e leggerissimo.

Abacab (1981) cerca invece un incontro fra passato e presente. In sostanza, però la fusione fra Elettronica, Techno-Pop, Pop/Rock e qualche rimasuglio Prog non dà i frutti sperati tranne che, in parte, in Me And Sarah Jane e la title-track.

Genesis (1983) serve a strangolare le ultime speranze a suon di motivetti prevedibili.

I Genesis sono una band mediocre nel Pop/Rock elettronico e Invisible Touch (1986) è un’opera matura in quest’ambito, nel senso che le loro melodie sono rimaste banali, i ritmi prevedibili e tutto il corollario di una mediocre band di Synth-Pop con gusto barocco. Nel campo, ovviamente, hanno avversari infinitamente più originali (gli Ultravox, su tutti), ma quel che possiedono basta a far di loro delle celebrità anche in questa veste. La lunga Domino In The Glow Of The Night, fra Techno/Pop e melodie semplici, non è comunque un totale sbadiglio.

Dopo 5 anni tornano con We Can’t Dance (1991), il peggiore album della carriera, senza nessuna attenuante. La banalità è padrona dei Genesis.

Calling All Station (1997) è per fortuna il loro ultimo lavoro. Dal 1974 non pubblicano un album di studio valido, non c’è molto da rimpiangere, quindi.

Il boxset Genesis 1970-1975 (2008) è di gran lunga il consigliato per conoscere il periodo più valido della formazione.

Platinum Collection (2004) raccoglie a grandi linee l’intera carriera della formazione, nei suoi abissi e nei suoi picchi: per chi vuole conoscere approssimativamente il loro percorso artistico senza ascoltare tutti gli album.

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Voti:

From Genesis to Revelation – 5
Trespass – 7
Nursery Crime – 7,5
Foxtrot – 7
Selling England By The Pound – 7
The Lamb Lies Down On Broadway – 6,5
A Trick Of The Tail – 5
Wind And Wuthering – 5
And Then There Were Three – 4
Duke – 4
Abacab – 5
Genesis – 4
Invisible Touch – 4
We Can’t Dance – 3
Calling All Station – 3
Turn It on Again: The Hits – 5
Platinum Collection (3CD) – 6
Genesis 1976–1982 (6 CD) – 4
Genesis 1983–1998 (5 CD) – 3
Genesis 1970–1975 (7 CD) – 7

Playlist di brani selezionati dei Genesis

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6 thoughts on “Genesis – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Sono andata dritta dritta ai Genesis!
    Io non sono una grande esperta, mi definisco una mediocre ascoltatrice di musica…ma per i Genesis ci sento. Sono d'accordissimo sul declino, infatti gli ultimi album non li ho mai nemmeno voluti ascoltare. E sono d'accordo che Nursery Crime sia il capolavoro. Io però continuo a preferire Selling England by the Pound, forse sarò un po' troppo impostata sul classico 😛

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  2. Diciamo che se ti senti orientata al classico, è possibile. Poi, è anche normale che non corrispondano perfettamente i giudizi, ci mancherebbe. Si tratta sempre di opinioni. 🙂

    Già che siamo d'accordo sul declino mi sembra un'ottima cosa. 

    Ma sono album di alto livello quelli del primo periodo, il mezzo voto in più è solo un "segno" per metterne uno sopra gli altri.

     Tu ti definisci mediocre ascoltatrice. A me sembra più terribilmente mediocri coloro che sono incapaci di evitare insulti quando colpisco il loro beniamino di turno. 

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  3. locke70 ha detto:

    E di “Seconds Out” cosa ne pensi? So che non recensisci spesso i live, ma questo secondo me meriterebbe un discorso a parte: il livello di potenza e pulizia del suono rende giustizia a molti brani che in studio appaiono quasi “compressi” (su tutti The Cinema Show, ma anche gli altri classici e i brani “minori”). Per quanto riguarda i Genesis secondo me sarebbe opportuno se aprissi una parentesi sulla produzione live che a mio avviso è veramente eccezionale. Ho sempre pensato che in sala d’incisione siano stati penalizzati per tutti gli anni ’70, era nei concerti che tiravano fuori il loro vero sound, basta guardare un qualsiasi loro filmato su youtube. Complimenti per tutto il lavoro svolto finora!

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  4. Per prima cosa grazie del commento. Come hai già detto, non recensisco spesso live, quindi anche volendo ascoltare questo dei Genesis, sarebbe poi “dovere” ascoltarne altre centinaia di altre band. Tuttavia, mi hai incuriosito non poco e quindi mi segno questo live in particolare e metto fra le idee per il futuro quello di aggiungere i documenti live di alcune discografie già ascoltate, unendo una fase di quasi-riascolto ad una di approfondimento. Grazie dei complimenti e della sempre graditissima educazione e gentilezza. 🙂

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  5. Marco ha detto:

    Anzitutto mi complimento per l’ottima recensione, come sempre sei chiaro nel definire le tue valide opinioni parlando sia dei pregi, che dei difetti, delle band e questo non posso che apprezzarlo. Seguo con piacere da tempo i tuoi scritti, e nonostante la giovane età considero certi tuoi punti di vista ben più obiettivi di certi critici professionisti; complimenti. Comunque, volendo esporti una mia opinione, trovo Foxtrot il migliore album della band in assoluto, con Nursery Crime al secondo posto (già Selling non lo trovo entusiasmante). Tutti i brani del primo lato sono impregnati di creatività ed eleganza: penso oltre a Watcher, i dialoghi appassionati e surreali di Get ‘Em Out by Friday, la calma e la tempesta di Can-Utility and the Coastliners, ma anche a Time Table, generalmente considerata minore ma che trovo invece una raffinata trovata classicheggiante. La Supper’s Ready, poi, è la somma più geniale e colorata di tutti i generi toccati dai Genesis, oltre il massimo capolavoro dei testi di Gabriel, che riesce ad intavolare un’epica guerra tra il Cristo e il Demonio mettendoci in mezzo denunce contro i conflitti e le falsità della società odierna (Willow Farm), il tutto sapientemente amalgamato in musica ora dolce ora aggressiva propria del loro stile, che francamente, al confronto The Musical Box è un esercizietto da manuale; il finale poi, è da applausi, o da lacrime per i sensibili. Quindi, non comprendo il tuo giudicarla dispersiva, ripetitiva (ma se tutto cambia in continuazione!), anche perché proprio per non esserlo il gruppo limita al massimo i virtuosismi – ad esempio nell’Apocalisse in 9/8 tutte le note di Banks sono a servizio dell’atmosfera e basta.
    Non ti ingannino le mie considerazioni un po’ aggressive, ti scrivo bonariamente. Ma proprio perché rispetto i tuoi giudizi ti chiedo un chiarimento, così da magari uscirne entrambi con una visione più completa.
    P.S. la Supper’s Ready è tra i pochi brani che hanno letteralmente scoinvolto le mie concezioni precenti sulla musica, in generale

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