Klaus Schulze – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist (parziale) di brani selezionati di Klaus Schulze

Klaus Schulze è stato probabilmente il tastierista e l’uomo più importante per l’evoluzione della cosiddetta musica Cosmica. Egli non solo ne delimitò i caratteri, ma propose anche il superamento dei suoi stessi modelli in una lunga ed articolata carriera che, soprattutto nei primi anni, ha la forza di un miracolo musicale.

Schulze è uno dei grandi esponenti della scuola tedesca degli anni ’70: assieme a Tangerine Dream, Kraftwerk, Neu, Can e Faust egli ha saputo rinnovare l’idea di dilatazione degli spazi, di psichedelia, di viaggio musicale e mentale.

Schulze ha inventato una musica minacciosa che prende ad esempio la potenza di Wagner e la cala in un contesto di musica Elettronica dove minacciosi sintetizzatori creano tappeti sonori infiniti, veri e propri paesaggi musicali dove si sviluppano collassi cosmici, esplosioni interplanetarie e inquietanti visioni. Ma le sue influenze si ampliano alla musica tibetana ed al senso dell’eterno dei cori religiosi; alla musica tribale ed al motorik ipnotico; alla musica Jazz nel suo muoversi spontaneamente e cambiare costantemente; alla jam nella sua struttura cangevole, multicromatica, imprevedibile; alla ancora sconosciuta idea di una musica d’ambiente, soffusa ed emozionale, atmosferica; alla musica “digitale” che lui stesso ha contribuito a fra nascere; alla musica totale dei Faust; alla musica da colonne sonore.

La sua è un’arte emozionale, musicale e mistico-religiosa. Inoltre la sua arte è, soprattutto nei primi anni e nelle opere migliori, una costante domanda esistenziale: un interrogativo minaccioso, una inquietudine maestosa che si sviluppa in composizioni dilatate che sovente superano di venti minuti.

L’opera di Schulze è un lento dipanarsi di una immensità sconfinata, che sfugge alla vista. Si tratta probabilmente della più grande opera musicale sul rapporto fra emozioni ed infinito della storia del secondo ‘900 musicale. Le suite titaniche di 20 e più minuti, che proliferano nella discografia, sono immense rappresentazioni di una realtà sovrumana, che affascina e soffoca, minaccia ed ammalia. Schulze, in fondo, sembra scrivere musica sull’infinito, visto come metafora implicita delle sconfinate ombre e luci dell’animo umano.

Schulze ha anche introdotto un uso sempre più raffinato dei sintetizzatori, usati nelle loro potenzialità timbriche e suggestive come mai nessuno prima di lui. Ha introdotto una sempre più oculata fusione fra le nuove tecnologie ed il concetto classico di musica, giungendo a fine anni ’70 ad una sintesi portentosa che sfrutta le potenzialità delle manipolazioni sonore, della musica analogica e della musica digitale.

Egli ha infine il pregio di aver scritto alcune delle composizioni più catartiche e mastodontiche della Storia della Musica del secondo ‘900.

Il posto nella Storia è assicurato da Irrlicht (1972), un’opera monumentale ed imponente che consta di tre movimenti, il primo ed il terzo ben oltre i venti minuti. La prima parte è una escursione gotica, minacciosa, inquietante e visionaria, maestosa, epica, titanica, immensa che parte da rivisitazioni Elettroniche di musica Classica e si muove poi, mutevolmente e superbamente, fra visioni di luce e visioni di buio eterno, fra divinità ed inferni, fra elevazione ed affossamento. In un gorgo indistinto affiorano decine di immagini musicali e “pittoriche”, vengono “descritti” ambienti e galassie come in un volo infinito attraverso il Creato. Quando lentamente affiorano dei luminosi violini, un organo imponente e catartico, cresce lentamente ed inesorabilmente un senso di smarrimento e di paura, di tensione e di catastrofe. Come una esplosione galattica che si prepara incessante, la musica cresce di tensione, erigendo una cattedrale sonora interplanetaria che è tanto mirabolante quanto infestata di spettri e di paure. Dopo una breve seconda parte che funge da intermezzo, la terza parte, più criptica ed austera, è una visione terribile dell’anima perduta nel cosmo: un sibilo incessante, un mare immenso e terribile di radiazioni cosmiche e di gelo assoluto. I sintetizzatori modulano un fruscio ossessivo, penetrante e monolitico, possente e minaccioso, che lascia appena affiorare lontanissime melodie, riverberate e deformate dalle profondità galattiche.

Non meno imponente è Cyborg (1973), diviso in quattro suite di 20 e più minuti. La musica si è fatta meno imprevedibile, sembra seguire più chiaramente delle strutture di fondo, ma rimane una monumentale esemplificazione di una sensazione panica. L’uso di una vera orchestra aumenta la presenza di musica Classica (dodici violoncelli, trenta violinisti, quattro flautisti). Synphara è un viaggio gelido nella desolazione cosmica, triste, malinconico, disumano. I sintetizzatori descrivono fischi interplanetari, venti che ghiacciano i sentimenti, mentre possenti tappeti sonori trasmettono un lamento immenso, che affligge l’anima. Il finale è una discesa irrefrenabile nell’abisso della morte di ogni alito di vita. Conphara sfrutta il ritmo dei sintetizzatori, reinventando di fatto il concetto di ritmica in una nuova veste. Sfrutta inoltre i tappeti sonori infiniti già introdotti nel primo album, creando una vibrazione costante e minacciosa, eterna ed inestinguibile, dove le emozioni delle melodie e dell’orchestra affiorano e scompaiono: la “vita” affiora in una costante vibrazione di “morte”, la “vita” affiora solo a tratti nel mare immenso dell’eternità. La più imponente delle composizioni è però Chromenangel, che in quasi 23 minuti vede la fusione più possente di musica da chiesa, musica Elettronica cosmica e musica Classica: una stasi impenetrabile, eterna e severa. Neuronengesang ancora una volta sfrutta un drone immenso, minaccioso e mortifero per coprire melodie delicate, che si intravedono in questo oceano di fischi, echi, riverberi e paure. Schulze ha creato una nuova musica Elettronica, capace di superare la dipendenza dagli strumenti del Rock e di vivere di una splendida vita propria, senza essere soggetta in modo parassitario nemmeno alla musica Classica.

Irrlicht e Cyborg creano a tutti gli effetti un nuovo stile musicale. Si possono trovare infiniti significati a queste opere. Il contrasto fra emozioni ed eternità, fra vita e morte, fra umano e sovrumano, fra fascino e paura alla fine non tende a realizzarsi in una delle due alternative, ma a sovrapporle e fonderle in una unica, immensa percezione visionaria, che sovrappone e stratifica: Schulze ha creato una musica inquieta, che lotta fra le sue diverse anime incessantemente ed eternamente, ma che lascia un senso di fatalità e mistero imperscrutabili e spaventosi. Gli interrogativi che solleva, qualsiasi essi siano, sembrano rimanere insoluti e più spaventosi che mai.

Blackdance (1974) è composto di due lunghe composizioni e della più breve (8 minuti abbondanti) Some Velvet Phasing. Way of Changes (oltre 17 minuti) è un raga superbo per chitarra (strumento raro nella discografia di Schulze) e musica Cosmica, dove Schulze trasporta l’ascesi di Fahey in un viaggio infinito nell’eternità: rintocchi lenti di chitarra e melodie soffuse costruiscono lentamente un crescendo che prende corpo nel finale quando trionfano i ritmi sintetici ed i sibili siderali dei sintetizzatori. Voices Of Syn costruisce un gorgo sintetico partendo da un canto antico e malinconico, greve e desolato, cercando nuove soluzioni allo stile di Schulze in nuovi elementi stilistici.

Picture Music (1975) alleggerisce il clima verso un ballabile robotico ed ipnotico. Scomparsi i muri sonori più minacciosi e inquietanti, rimane una pulsione ancestrale ed eterna, misteriosa ed affascinante. L’imponente musica aliena di Totem (quasi 24 minuti), per discoteche venusiane ed un trionfo di sequenzer e di ritmi incalzanti da proto-Disco Music, è un altro classico. Mental Donor (23 minuti) si muove fra visioni lisergiche ed abbaglianti luci di sintetizzatori, in un vortice “ballabile” che anticipa di qualche lustro la Techno. L’album contiene altre due composizioni capaci di confermare la forza artistica del genio tedesco, seppure il periodo delle innovazioni epocali sembra conclusosi.

Picture Music e Blackdance, seppure ancora capaci di raffinare e perfezionare uno stile già consolidato, sono opere in cui lo sviluppo delle idee iniziale inizia a profilarsi come meno irrinunciabile che in passato: si soffre un po’ di una staticità di fondo che è sia croce che delizia dello stile di Schulze. Le sue imponenti composizioni sono sì catartiche ma finiscono nella loro maestosità per affaticare, se non sono affiancate da un parimenti superbo sviluppo che doni novità e cambiamento. Solo per questa naturale incapacità di riproporre l’impatto delle due opere iniziali, questi album si pongono ad un livello inferiore. Si tratta ad ogni modo di composizioni eccezionali, che hanno pochi paragoni fra gli artisti coevi e non.

Timewind (1976) con il concerto sterminato di Bayreuth Return (30 minuti), fra fischi e droni, pulsioni e battiti, note infinite e venti eterni, è una summa di uno stile unico, completamente maturo. Wahnfried 1883 (quasi 29 minuti) non è da meno, nascendo al centro di un vento plutoniano, di echi terrificanti e di spettri orribili: un incubo psicologico, oscuro, gotico, pauroso, ansiogeno, terrificante. Sembra di immaginare un uomo che nel dolore non si riconosce, e vive di paura e terrore per ogni cosa, di angoscia, di ansia, di tremori, di freddo, di insensibilità, di apatia. Timewind rivela l’incubo desolato che si intravede in tutte le sue prime opere. Lo stile maturo, possente, sicuro, complesso permettono a Schulze di creare sinfonie dell’uomo perduto nell’immensità. Si tratta di un quadro affascinante, gotico ed agghiacciante.

Moondawn (1976) con i ritmi di Floating (27 minuti), fra sequencer e le percussioni di Harald Grosskopf, segna un timido segno di avvicinamento alla musica “analogica”, o almeno ad una commistione analogico-digitale. Mindphaser (altri 25 minuti) ripercorre l’estasi desolante che è ormai suo marchio di fabbrica, in un clima etereo, impalpabile e fragile che viene turbato da tappeti sonori minacciosi e poi coagula in un Rock cosmico, guidato dalla batteria, da un organo da cattedrale e da fischi mortiferi di sintetizzatori, fino ad un finale in crescendo sempre più irrequieto, angosciante, vibrante, affannoso. L’estasi-orgasmo finale coincide con il vertice di tensione e “compie” la terribile domanda che nei primi album non trovava nessuna risposta.

Seppure terribilmente emotiva e angosciosamente inquietante, la musica di Schulze si è evoluta verso un suono lievemente e relativamente meno austero, in un timido avvicinamento ai ritmi robotici ed allo stile dei connazionali Kraftwerk e Neu.

Body Love (1977) è una Elettronica sensuale, allucinata, visionaria e voluttuosa che funge da colonna sonora di un film porno. Vicina a quello che sarà il suono tipico di Moroder in molti frangenti, è il momento in cui Schulze più si avvicina alla suite Elettronica dalla intelaiatura ritmica pulsante dei Kraftwerk (Autobahn) dall’inizio della carriera, seppure in molti frangenti prenda il sopravvento la sua atmosfericità ambientale, prototipo dell’Ambient e della New Age. Anche in questa nuova veste, più morbida ed avvolgente, calda ed intima, Schulze mostra le capacità di un grande maestro.

Body Love II (1977) replica con meno fantasia le medesime idee.

Mirage (1977) si sviluppa solo attorno a queste atmosfere, eliminando l’impatto ritmico di ogni tipo. Una immensa allucinazione orrorifica, un incubo percettivo ed una angoscia inestinguibile guidano Velvet Voyage (28 minuti) e Crystal Lake (29 minuti): la prima è un’altra vertigine gotica; la seconda una ripetizione ossessiva, un respiro affannoso. Entrambe le composizioni, però, sono ridondanti e finiscono per richiamare la sua stessa opera, seppure esaltandone le doti Ambient.

L’opera più imponente di questo stile gotico e la sintesi del flusso di coscienza intergalattico, del ritmo ossessivo e robotico, delle reminiscenze classiche, della visione titanica, dell’incedere maestoso e spaventoso avviene in X (1978), un album capace di affiancarsi ai suoi capolavori. Friedrich Nietzsche (24 minuti) si apre minimale sul contrasto fra buio e luce, fra organo da cattedrale e sibili sintetici; una melodia sinistra si unisce a ritmi di sequencer e tribalismi sempre più possenti, in una escalation sensazionale, imponente e titanica. Nel seguito rimane alta la tensione, i sintetizzatori si arrampicano e si adagiano, come onde di un mare in tempesta, e nei flussi riemerge il tribalismo animalesco, primitivo. Questo brano unisce primitivismo e futurismo, azione e meditazione, stasi e movimento, in un cromatico gioco di contrasti. Mike Shrieve alle percussioni aggiunge al brano un tocco diabolico di tribalismo mefistofelico, ossessivo, paranoico. Frank Herbert (quasi 11 minuti) propone invece un ritmo ipnotico, continuo e labirintico, dove una drone minaccioso e statico si unisce a stralci tribali, echi e riverberi spettrali e disturbi digitali, come in una versione più gotica e minacciosa dei Neu. Friedemann Bach (18 minuti) si apre su in un tono da suspence, poi sopraggiungono percussioni e metronomi sintetici, violini, minacciose folate caustiche e radioattive, sussulti tribali. Ludwig Von Bayern (28 minuti e mezzo) è il momento più movimentato dell’album ed uno dei più movimentati di tutta la sua carriera fino a questo momento. Si tratta di una nuova versione della fusione fra una vera orchestra Classica e le partiture minacciose di Schulze: l’abilità compositiva del tedesco è affascinante e lodevole. Prima una movimentata introduzione, poi un raga radioattivo e glaciale, infine un ballo robotico fra Neu e Kraftwerk. Heinrich Von Kleist (29 minuti e mezzo) sviluppa molto più convincentemente l’idea di un cantato, in questo caso un coro gregoriano che nasce da un lento dipanarsi di suggestioni elettroniche, spettri, visioni, tremori e paure, fischi e deserti emozionali. Il finale fa un uso terrificante delle percussioni, che risuonano come tamburi funebri.

X riassume efficacemente tutte le novità stilistiche del primo periodo (i primi due album) e del secondo periodo (dal terzo fino al nono), sviluppando quelle del secondo periodo in modo organico, maestoso, imponente e carismatico. Schulze completa così la propria ascesa fra i più grandi musicisti della seconda metà del secolo, si conferma compositore eccelso, eclettico e capace di colpire profondamente l’immaginario dell’ascoltatore.

Dune (1979) torna nella musica Elettronica ambientale, ma pecca di monotonia (Dune, la title-track, dura 30 minuti ma ne vale 10). Fa meglio Shadows of Ignorance (26 minuti) , fra echi indiani, spunti astratti, ritmo frenetico e pulsante, un cantato spiritato e decadente. Anche in questo caso, comunque, la durata è più che abbondante per le novità che sono presenti nell’opera.

Dig It (1980) semplifica la formula verso un ballabile digitale molto meno fondamentale. Death of an Analogue (12 minuti) è la versione marziale dei Kraftwerk. Synthasy (23 minuti) è un’altra sinfonia sintetica, che si trascina senza grande entusiasmo, anzi dilungandosi. Weird Caravn è uno scherzo per chi ha composto Irrlicht, Cyborg ed X e The Looper Isn’t a Hooker, nonostante le brillanti melodie, è reminescente del Prog-Rock sinth-oriented e non vale nemmeno i suoi 8 minuti abbondanti (per uno che prima si faceva apprezzare anche in composizioni di 30 minuti, questo è un grave segno di crisi).

Live (1980) mostra i limiti in monotonia e prolissità di questa musica. Sense (51 minuti) rimesta gli stili delle prime opere, facendone una sintesi ridondante. Heart (31 minuti) si tuffa in un ballabile ipnotico da proto-Techno, ma lo fa dopo 12 minuti di banalità cosmiche. La lunga (interessante) accelerazione si conclude in una coda prolissa e superflua. Dymagic è il momento migliore, con il suo cantato solenne, poi mediorientaleggiante, che diventa uno scattoso lamento in un crescendo spasmodico: peccato che anche in questo caso i 29 minuti e mezzo sarebbero potuti essere dieci in meno, giovando all’impatto dell’opera ed allontanando, per esempio, una coda ritrita di tappeti cosmici.

Transfer (1981) non allontana l’idea di una crisi. A Few Minutes After Trancefer ha poche idee nonostante i suoi 18 minuti; Silent Running soffre della medesima monotonia ed autoderivatività. Persino i sintetizzatori non presentano sonorità nuove, ma stanziano su stili già più volte rielaborati.

Audentity (1983) ripropone le idee dell’ultimo lustro, ammaliando in ritmi ballabili idee austere. Cellistica (24 minuti e mezzo) è una Disco aliena, con un incalzante base ritmica, ma manca di una vera spinta innovativa od originale. Le melodie di Amourage (10 minuti e mezzo) si mischiano all’impeccabile e prevedibile balletto robotico di Spielglocken (21 minuti). Fa meglio Sebastian Im Traum (28 minuti), cangevole ed imprevedibile, ma l’opera appare sovente di maniera e prolissa.

Angst (1983) è una colonna sonora scialba ed avara di idee nuove.

Dziekuje Poland Live 1983 (1983) con la lunga Katovice (26 minuti) e soprattutto la danza robotica di Warsaw (24 minuti) riassume le tendenze degli ultimi anni, eleganti e pseudo-ballabili, riproposte con mestiere ma con non altrettanta originalità.

Interface (1985) aumenta la passione per il ritmo, ma affoga nella monotonia. La title-track, in 25 minuti, sembra rievocare in modo banale le grandi composizioni passate.

Dreams (1986) è un altro concentrato di noia. Le composizioni più brevi e semplici delle ultime prove sono sovente scialbe, mentre anche la lunga suite di turno, Klaustrophonie (quasi 25 minuti), sembra vagheggiare in modo banale della World Music tesa di Peter Gabriel.

En=Trance (1987) raccoglie settanta minuti (quattro composizioni) di banalità autoderivative, che attraggono minimamente in FM Delight, un poema elettronico.

I balli robotici, le melodie imponenti e fluttuanti ed una atmosfera più ariosa, vicina alla panica cultura della New Age e della World Music, attraversano Mediterranean Pads (1989) che, seppure non manchi di autocitazioni e prolissità, sparge in tre lunghe composizioni un mix di percussioni, melodie di tastiere ed orchestrazioni eteree che sono all’opposto dei foschi gorghi sonori degli esordi. L’inquietudine panica è diventata una sottile premonizione, velata e sottile, che si infiltra in composizioni più prevedibili e canoniche, ma pur sempre capaci di avvicinarsi ad una musica spinta verso l’innovazione, seppure in modo tenue.

Schulze, dopo un lustro di crisi, ha ritrovato una convincente evoluzione del suo stile. Certamente è poco rivoluzionario e poco sorprendente, tanto da configurarsi come una lenta maturazione, ma rimane una evoluzione che non manca di momenti d’interesse.

Dresden Performance (1990) è un’opera colossale, la più ambiziosa della sua carriera, almeno considerando che si dilunga per oltre 140 minuti e consegna composizioni che in due casi superano abbondantemente i 40 minuti. I balli robotici sono attorniati in poemi elettronici, Classica e tappeti Ambient, in un lungo flusso di coscienza affascinante ma ridondante e prolisso. Le cinque parti della colossale opera lasciano il segno in modo discontinuo. Intriga la complessa e colossale prima parte (44 minuti), si affossa e si dilunga la seconda (addirittura 47 minuti) mentre la quarta (quasi 22 minuti) è vicina alla Classica e conserva poco della sua maestosa musica Elettronica, anzi richiama Constance Demby e la New Age di un lustro prima e provoca diversi sbadigli. La terza a quinta parte sono momenti minori, più facili da ascoltare: la terza parte si muove in melodie paradisiache, sospese ed eteree, senza grande originalità ma con maestria; la quinta parte ripercorre per la centesima volta ritmi di sequencer, sibili di tastiere ed i soliti echi di Kraftwerk, Neu e della stessa opera di Schulze.

Beyond Recall (1991) continua fra fischi, melodie, ritmi in questo caleidoscopio di lievi inquietudini e continui mutamenti. Sembra spesso di ascoltare una musica mediterranea per strumenti elettronici, altre volte affiora invece una World Music un po’ prolissa. Ma sovente è un easy listening come The Big Fall a prendere il sopravvento, magari venato di dettagli elettronici. Il momento migliore è Airlights, un lento volo fra fascinazioni e inquietudini, fra una lenta eco tibetana e decorazioni melodiche simili a voci che si librano nel cielo.

Le due documentazioni delle performance alla Royal Festiva Hall (entrambe 1992) mostrano nei 44 minuti di Ancient Ambiance una intrigante vena Ambient ed in Yen (44 minuti) una propensione sempre più marcata verso una musica che integri culture differenti, in questo caso melodie orientali. Fra varie fascinazioni sonore, queste due opere gemelle si muovono maestose, prolisse ed eleganti. La prima è più variegata e mutante, la seconda è più statica e visionaria, ma condividono sostanzialmente pregi e difetti: dispersività e prolissità a fronte di idee affascinanti, accattivanti, visionarie, psichedeliche e carismatiche. L’uso sempre maggiore di voci e campionamenti rende imprevedibile e a tratti sorprendente la potenza degli accostamenti proposti, rinverdendo uno stile ormai classico.

The Dome Event (1993) presenta una composizione eponima di 63 minuti che sfrutta in modo superbo collage di voci liriche, musica orientale, sospiri, spasimi, fiati mistici e fonti sonore disparate soprattutto nei primi 6 minuti, che sono la cosa più innovativa ed entusiasmante che Schulze pubblica da anni. Fino al ventesimo minuto circa l’opera rimane meditativa e mistica. Dopo si aggiungono cordofoni, si cambia e si modifica il tappeto musicale, si inspessiscono e si sgonfiano i ritmi, si avvicendano momenti più elettronici che culminano soprattutto nel finale robotico. La parte conclusiva diventa una epilessi rumorosa, meccanica ed inumana, che conclude una composizione ambiziosa, possente ma anche un po’ logorroica ed in molti momenti autocitazionista. Schulze ha ormai la capacità di citare il proprio immenso repertorio con oculatezza, perfezionando ed affinando idee di un’opera fondamentale per la musica di fine secolo.

Le Moulin de Daudet (1994) è una minacciosa ed un po’ autocitazionista colonna sonora.

Goes Classic (1994) raccoglie brani classici risuonati da Schulze. Difficile immaginare qualcosa di più superfluo.

Totentag (1994) mostra materiale di chiara ispirazione Classica originale, che unisce voci liriche, canti impostati e recitati semi-teatrali. Liebesszene è probabilmente il brano migliore, seppure l’intera opera non manchi di spunti interessanti. Il difetto è una certa derivatività di fondo ed una ormai prevedibile prolissità, ma l’accostamento fra musica Ambient, World Music e Classica ha comunque pochi esponenti nella Storia della Musica.

Das Wagner Desaster (1994) è un imponente concentrato di disparati stili della sua lunga carriera: Ambient, Elettronica, Disco, Cosmica, Psichedelia, Classica ecc. Si tratta di un maestoso compendio che supera abbondantemente le due ore di durata. I difetti sono i soliti: autocitazioni e prolissità a fornte di un fascino sempre apprezzabile che non scade mai nella banalità più ignobile.

In Blue (1995) con l’imponente Into The Blue (78 minuti) mostra una equilibrata musica Cosmica che integra sia l’Ambient che le passioni ritmiche, ma che in generale si muove in uno sconfintao paesaggio intergalattico. Gli altri due imponenti brani (Return of the Tempel e Serenade in Blue), fra chitarre e malinconie proseguono la leggenda di uno dei massimi geni della musica tedesca del ‘900, ancora capace di emozionare e di proporre qualche idea e qualche accostamento nuovo, nonostante permangano costanti citazioni più o meno marcate.

Are You Sequenced (1996) è un mix di Trance ipnotica e musica Cosmica. Fra ritmi ballabili, Techno e tappeti sonori, si tratta di una delle opere più deboli da una decade a questa parte.

Dosburg Online (1997) fa ancora peggio, mischiando ritmi blandi, un uso del sequencer ritrito, qualche momento Techno banale, qualche soporifero momento di Classica e proponendo molto sommessamente qualche sperimentazione (Techno e vortici di synth, una fusione fra ordine ritmico e caos ancestrale). The Art Of Sequencing si candida a peggior brano della carriera.

Live @ KlangArt (2001) mostra in sede live la pochezza e la banalità a cui è giunto un grande artista.

Kontinuum (2007) è l’apoteosi dei suoi stereotipi, prolungata per oltre 75 minuti.

Farscape (2008) usa la duttile e meditativa voce di Lisa Gerrard, che trionfa nelle lunghe composizioni fra Trance, Techno e musica da colonna sonora. Il problema principale è che, nonostante sia il migliore lavoro di Schulze da anni (seppure il merito sia molto della Gerrard), due ore e mezzo di materiale sono comunque sovrabbondanti e le vicinanze alla New Age che Schulze stesso ha in parte patrocinato sono spesso prevedibili.

Rheingold (2009) dimostra come anche rimestando le solite idee Schulze continui a pubblicare album che superano abbondantemente le due ore, con scivoloni commerciali biasimevoli (soprattutto opaca Techno).

Dziekuje Bardzo (2009), nuovamente con Lisa Gerrard, propone epiche composizioni che usano sapientemente dei substrati ipnotici, scampoli classicheggianti, musiche religiose, spettrali echi cosmici per consegnare la migliore opera di Schulze da più di venti anni. Fra Ambient, Cosmica, Psichedelia, Classica e musica religiosa, Gerrard e Schulze creano una musica estatica, complessa e meditativa che non è rivoluzionaria come gli esordi, ma è imponente, affascinante, equilibrata ed elegante. L’uso della nuova musica Elettronica in particolare è molto più maturo, originale e carismatico. Shoreless One (33 minuti) si lancia lentamente in una Drum’n’Bass ipnotica per sintetizzatori e plurime drum machine, fra fischi siderali , poi dopo 20 minuti si apre in un paesaggio sconfinato, gelido ed estatico, come una visione dell’Himalaya. Lentissimi droni guidano il brano in un clima fra la Classica e l’Ambient, e solo al 29esimo minuto riprende la corsa Drum’n’Bass. Shoreless Two (28 minuti) fa ancora meglio, prima con oscuri cori religiosi, poi attorno all’ottavo minuto innestando un synth Techno e principiando lentamente una Trance soffusa, piena di vertigini gelide, assoli di tastiere ed un fievole canto che sopraggiunge al ventesimo minuto e subito dopo viene ingoiato da un gorgo elettronico nerissimo, concludendo in soffici e splendide melodie celestiali.

Barylika N. S. J. (41 minuti) sfrutta il canto fantasioso della Gerrard, in una ascesi tibetana abbagliante e commovente, mentre Schulze avvolge l’atmosfera drammatica di eternità galattiche, soffuse ma eleganti ed misurate, capaci di conferire una atmosfera gotica, spaventosa ed sovrumana. Un soffuso pulsare cosmico, oscuro, fa da tappeto ad una voce che però sa anche viaggiare su toni paradisiaci, sfruttando una duttilità notevole. Al 18esimo minuto un intreccio di sintetizzatori genera un ritmo, mentre droni tetri proseguono malinconici il loro dipinto musicale. Al 22esimo minuto siamo ad una Techno/Trance religiosa, l’evoluzione sperimentale degli Orbital e di certi Death In Vegas. La potenza emotiva è schiacciante, l’anima/voce della Gerrard sembrano proiettate in un velocissimo viaggio interplanetario guidato dal sequencer. Al 30esimo minuto la calma sopraggiunge, le emozioni sfumano e rimane un canto ancestrale, mistico, eterno, in una statica nube galattica. Schulze ha composto un’altra accecante visione dell’uomo attraverso l’eternità: in balia delle forze oscure e paradisiache, viene travolto da una energia possente che lo attanaglia, lo ipnotizza ed infine lo abbandona nel gelo siderale, sperduto ed impaurito. Il finale è affidato ad un canto dolce, romantico, enigmatico, un po’ come il finale di Miss Fortune dei Faust. Godspell (20 minuti) è un altro esperimento di Techno/Trance cosmica, psichedelica ed mistica, meno imponente e commovente, ma similmente affascinante.

Ocean Of Innocence (41 minuti) si sviluppa troppo lentamente finendo per stancare, ma attorno al 23esimo minuto sembra incrociare Diamanda Galas, Neu e Kraftwerk in un dipinto elettronico allucinato ed ipnotico, inquietante ed avvolgente per qualche minuto che raggiunge i livelli migliori dell’album. Spanish Ballerina (quasi 7 minuti) è un brano più breve ma incredibilmente tenebroso e cupo, con la Gerrard a sondare la potenza della sua voce duttile mentre Schulze regala una Dark Ambient superba che lentamente diventa un polveroso e malinconico balletto terribilmente triste che si risolve in un crescendo ansiogeno: la Gerrard in questi frangenti ricorda le opere di Tim Buckley. Dziekuje Bardzo è quanto di meglio Schulze ha composto da tempo immemore, un’opera ambiziosa, originale, carismatica e finalmente con significativi elementi di originalità che lo consacra, dopo quasi quarant’anni dall’esordio, come un artista dalla discografia dispersiva, ma capace di notevoli capolavori.

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Voti:

Irrlicht – 9
Cyborg – 8,5
Picture Music – 7,5
Blackdance – 7,5
Timewind – 7,5
Moondawn – 7
Body Love – 7
Body Love 2 – 5,5
Mirage – 6,5
X – 8
Dune – 6
Dig It – 5
Live – 5,5
Transfer – 4,5
Audentity – 6,5
Dziekuje Poland Live 1983 – 5,5
Angst – 4
Interface – 4,5
Dreams – 4
En=Trance – 4
Mediterranean Pad – 5,5
Dresden Performance – 6
Beyond Recall – 5,5
Royal Festival Hall vol. 1 – 5,5
Royal Festival Hall vol. 2 – 6
The Dome Event – 6,5
Le Moulin de Daudet – 5,5
Goes Classic – 3,5
Totentag – 6
Das Wagner Desaster – 6
In Blue – 6
Are You Sequenced – 4,5
Dosburg Online – 4
Live @ KlangArt – 3
Kontinuum – 3,5
Farscape – 5
Rheingold – 4
Dziekuje Bardzo – 7

Playlist (parziale) di brani selezionati di Klaus Schulze

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7 pensieri su “Klaus Schulze – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. Antonio ha detto:

    Ho tentato più volte di darmi al rock tedesco,consapevole di avere dei pregiudizi nei confronti dei brani troppo estesi,quindi ho preferito iniziare dai neubauten per cautelarmi da un immersione traumatica nelle suite degli anni 70..se con Armenia avevo uno strano presentimento sulla concezione di angoscia sonora che hanno i tedeschi,schulze me lo ha confermato;dopo ascolti infruttuosi,come i faust e i neu,ho ottenuto un approccio positivo al rock tedesco con schulze,forse perché Armenia si avvicinava proprio a certi passaggi(di elettronica)di illricht..insomma traducendo il passato col passato più recente capisco certi artisti,partendo dall’origine probabilmente ci capirei ben poco,non avrei mai apprezzato i residents senza ascoltare prima i cLOUDDEAD per esempio..su Schulze,sono arrivato fino a cyborg,quindi ho ancora parecchio da ascoltare(non vedo l’ora di sentire x soprattutto),ma dubito che riuscirà a replicare un vertice come satz ebene,di una potenza inaudita che ha pochissimi pari,da collocare nella ristretta famiglia di edweena,frankie teardrop,the end,the ascension,etc,tra i migliori brani apocalittici..sicuramente schulze si differenzia dagli anglosassoni nella rappresentazione della negatività,di matrice espressionista;i sentimenti che trasmette satz ebene non sono legati al mondo terreno,non ha niente a che fare con le turbe del mondo moderno tanto care all’ispirazione degli anglosassoni,satz ebene trasmette le inquietudini di un entità titanica, qualcosa di inafferrabile e irraggiungibile,che conserva l’immutabilita intatta delle cose eterne

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  2. Decisamente ostico il Krautrock, ma sa dare grandi soddisfazioni. Capisco perfettamente come possa essere difficile avvicinarvisi partendo direttamente dai capostipiti: io ne sono spesso uscito scoraggiato e disorientato.

    Con la giusta pazienza (e voglia, che è fondamentale) potrebbe comunque darti grandi soddisfazioni. Non solo Schulze, che comunque è immenso, ma anche qualcosa dei Faust e di altri giganti tedeschi.

    Se ti fa piacere, fammi sapere poi cosa pensi di X, se ti farà l’impressione di essere un altro album colossale di una discografia che, nei primi anni, è stata davvero eccezionale.

    Mi piace molto la tua considerazione sulla differenza fra la sensibilità tedesca e quella anglosassone e concordo nel considerare Satz Ebene un brano apocalittico come se ne possono trovare pochi altri (e io non aspetto che di conoscerli tutti).

    Grazie mille Antonio, è sempre un piacere leggere i tuoi commenti (ah, ho aperto anche una pagina Facebook, non so se ti può interessare, la trovi qua https://www.facebook.com/OrnitorincoNanoBlogMusicale)

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  3. Antonio ha detto:

    Si ci sono anch’io,ho messo mi piace alla pagina..ho iniziato ad ascoltare x,(Frederich Nietzsche e Ludwig von Bayern),prima ho dedicato tantissimo tempo ad ascoltare cyborg,è stato uno dei dischi più impegnativi e arcigni con cui ho avuto a che fare,non tanto per chissà quali sperimentazioni ma per le profondità psicologiche inesplorate che si realizzano solo con una fortissima personalità artistica,se il crescendo di ebene è l’eccezione miracolosa la regola sono composizioni senza via d’uscita,perennemente attanagliate in una morsa che impedisce qualsiasi sviluppo successivo,gli unici sviluppi musicali portano inesorabilmente al punto di partenza,tanto che il “finale”di symphara suona quasi come una farsa,sarebbe interessante sapere quanto di improvvisato si trova in questa musica..per quanto riguarda x,ti aggiungerò le mie impressioni,da un primissimo ascolto le composizioni sono spettacolari e molto più accessibili di cyborg,nietzsche per esempio ammalia e trasporta con una fuga strumentale da antologia ma non ha un briciolo della profondità di cyborg,basta confrontare il percussionismo di conphara con quello di nietzsche o la scelta delle tastiere troppo in linea con la discomusic,fosse stata di un musicista normale avrei speso lodi a profusione per nietzsche,nel caso di schulze sono costretto ad elencare quelli che secondo me sono delle pecche

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  4. Cyborg é un ascolto molto difficile, e capisco anche le tue considerazioni per X ma l’imponenza e la spettacolarità lo rendono comunque un grande album, non imperdibile solo per un gigante come Schulze!

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  5. Antonio ha detto:

    L’ho ascoltato per intero e concordo sul suo valore,non vorrei sbilanciarmi troppo perché forse appartiene a un tipo di musica classica-elettronica che al rock..e nella musica classica,sulla quale sono totalmente ignorante,credo che le composizioni di x siano normale amministrazione,la mia preferita è von kleist,sintesi perfetta di classica ed elettronica intrisa di umori tardo romantici,senza dimenticare le splendide Nietzsche e von Bayern,in alcuni frangenti comunicano più alla pancia che alla mente e magari ti fanno perdere l’equilibrio nei giudizi quando in Nietzsche ti alzi in piedi con la voglia di invadere qualche nazione,inoltre dovrei ascoltare i kraftwerk e riprendere i neu per confrontare Frank Herbert con altre composizioni,ciò significa che scomodando la classica e l’elettronica mitteleuropea questo schulze mi ha fatto crescere come ascoltatore,grazie a una facilità compositiva impressionante nei brani estesi e ad un distacco dalle radici afromaricane del rock

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