Frank Zappa – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati di Frank Zappa

Frank Zappa è stato uno dei più prolifici, influenti, eccelsi artisti di tutto il ‘900. Ha reiventato un modo di fare musica che unisse scampoli di Dada, Wharol, cultura hippy, anarchia, “freak” estremo e non solo.

Ha creato una musica senza alcun limite di genere ed intento, che fondesse Classica, Jazz, Rock, pubblicità, filastrocche sceme, orchestre sinfoniche, parodie satiriche acide ed acute che parodiavano la società, le istituzioni musicali, la tradizione con un gusto fra il surreale ed il provocatorio, fra il dissacrante e l’assurdo.

Molte delle sue opere, un numero impressionantemente alto delle sue opere, sono tra gli ascolti fondamentali della musica Rock, imprescindibili per avere un quadro complessivo di questa musica, della sua evoluzione, della sua Storia. Zappa è uno dei pochi artisti Rock di tutti i tempi a poter annoverare almeno 6 capolavori, almeno due dei quali sono ai vertici assoluti, due lavori epocali e meravigliosi.

L’esordio è affidato a Freak Out (1966) che raccoglie una serie di brani che già racchiudono il suo genio artistico. L’album è un’opera monumentale che si articola su due LP e che racchiude un concept album sullo “sballo”. I Ain’t Got No Heart apre con una canzoncina radiofonica e sdolcinata, Who Are the Brain Police? incalza subito nella critica di una società controllata mentalmente da autorità sconosciute che rimangono nell’ombra, mentre musicalmente è un caos iper-psichedelico. La parodia dei gruppi vocali dalle facce pulite è ancora più evidente in Go Cry on Somebody Else’s Shoulder, con chiari riferimenti Doo-Wop. Motherly Love riapre lo scrigno dell’ispirazione da motivetti deficienti con i fiati cacofonici a cesellare una corrosiva critica. Ogni brano si articola come una successione di eventi che comprendono rumori “buffi”, cacofonie, melodie melense, assoli concisi e taglienti, orchestrazioni seriose. Tutto è pretesto per una colossale critica ad una società marcia, affascinata dalla TV, con idee vetuste sulla sessualità e sui valori morali. How Could I Be Such a Fool? incornicia una melodia struggente sospinta da un pathos drammatico, che fuori dal contesto sembrerebbe una canzone davvero uscita da qualche film di serie B o da qualche teatrino di provincia che inscena qualche storia lacrimevole. Wowie Zowie è uno dei capolavori dell’opera, una gioiosa melodia, con eco vocale, piano incalzante, filastrocca demenziale prima e sempre più comica nell’articolarsi in voci effeminate unite ad altre baritonali. You Didn’t Try to Call Me ripesca la teatralità, la maestosità degli arrangiamenti e la drammaticità e le unisce ad un refrain irresistibile, seppure il cantato scivoli a tratti nel blaterare stupido ed insipido, rivelando la parodia. Any Way the Wind Blows è un Folk/Rock con echi da musica “surf”, I’m Not Satisfied un ritornello scemo per coro vocale ad aumentare il pathos, You’re Probably Wondering Why I’m Here è apparentemente ancora più insulsa, con comico “pom pom pom” all’attacco, pernacchie, voci esilaranti, melodia deficiente. Trouble Every Day tenta la carta del Blues/Rock, ma è minato questa volta da un accompagnamento in differita al cantato, così che anche il numero più normale e meno camaleontico è irrimediabilmente minato da una stranezza strutturale.

I brani più complessi sono però Help, I’m a Rock (oltre 8 minuti) e soprattutto The Return of the Son of Monster Magnet (oltre 12 minuti). La seconda è forse l’apice dell’opera, in quanto abbandona la parodia ed inventa un colage sonoro avanti di una decade sulla Storia del Rock, una fusione che sfrutta effetti di studio ed una cultura musicale enciclopedica. I cambi sono di ritmo, genere musicale, atmosfera, intento, timbrica. Zappa dà fondo a tutta la sua arte pazzoide in un serpentone che crea davvero una iper-fusione musicale che, con il pretesto comico, si erge in realtà a somma di molti accostamenti stravaganti, di effetti stranianti, di flussi sonori interrotti da filastrocche, spot commerciali, rumori, gorgheggi, fischi, tonfi, tribalismi, assoli, rumori vari, all’insegna di un collage estremo che trita tutti i mass-media e dissacrantemente li raccoglie accanto a versi scimmieschi, affanni pornografici, voci accelerate all’elio, seriosi cori funebri. Questo brano esteso dimostra una fusione molto più azzardata del primo dei due LP, dove pretesto ed accostamento arbitrario si confondono.

Ovviamente Zappa poteva permettersi simili pazzie grazie ad una formazione formidabile e numerosissima. Indicativamente, la formazione comprendeva: Frank Zappa (chitarra, armonica, clavicembalo, tamburello, voce), Jimmy Carl Black (percussioni, batteria, voce), Ray Collins (armonica, clavicembalo, tamburello, voce), Gene Estes (percussioni), Roy Estrada (basso, voce, chitarra, voce soprana), Elliot Ingber (chitarra), Plas Johnson (sassofono)
Ruth Komanofff (percussioni), John Rotella (percussioni) ed ancora David Anderle, Ben Barrett, Edwin Beach, Paul Bergstrom e tanti altri.

Absolutely Free (1966) venne pubblicato nel 1967 con una formazione in parte modificata. Le idee sono le medesime che sono alla base di Freak Out, ma la “densità” è tutt’altra. Ora gli eventi si succedono in continuazione, le canzoni sono in continuo avvenire, si fermano, ripartono, si arrampicano sugli assoli, scendono a cori scemi, fagocitano filastrocche, refrain semplici, riecheggiano drammi teatrali, voci acute, baritoni seriosi, mischiano Folk/Rock, Country, Jazz, Classica, musica da teatro, slogan, pubblicità, frasi retoriche, discorsi presidenziali e tutto quello che il genio onnivoro di zappa riesce ad immaginare. L’opera si articola in due lunghe suite, la prima delle quali è quella che dà il titolo all’opera. Sette parti per circa 20 minuti. Plastic People è in quest’ottica un capolavoro che supera Freak Out e si conclude in un baccano organizzato. The Duke Of Prunes sfoggia su un solito tema influenze differenti, che si succedono abbondanti in poco più di due minuti, fra Pop e Classica, fra Rock e dramma. Amnesia Vivace apre per The Duke Regains His Chops che fra ritmica saltellante, cantato romantico, voci stonate, ed un “ciaca ciaca ciaca” di accompagnamento si fa distrarre solo da assoli minuscoli, mentre inscena un epico finale dai toni teatrali che è la condensazione della “libertà” artistica di Zappa. Ancora più surreale e comica è Call Any Vegetable, una scemenza che ritrita luoghi comuni con un sarcasmo malvagio e corrosivo. I sette minuti di Invocation and Ritual Dance of the Young Pumpkin aprono la strada ad una fusione Free-Jazz, Rock, Blues e stravaganze varie che chiudono degnamente la suite. Soft-Sell Conclusion, gli ultimi due minuti, sono di fatto una sorta di reprise satirica sulle verdure.

La suite Absolutely Free è fra le più grandi conquiste della musica Rock, una sintesi sorprendente che pone lo Zappa ideatore e compositore un maestro dalle doti eccelse, un ingegnere pazzo, uno scienziato della stravaganza, un prestigiatore che sorprende con mestiere ma che in realtà sottende idee critiche, scottanti osservazioni, persino un’acuta analisi sociale.

La seconda suite si intitola The M.O.I. American Pageant ed occupa la seconda facciata del vinile. Di nuovo le voci sono le protagoniste dell’opener American Drinks, mentre il Jazz affiora nella ritmica, salvo concludere con un fulmineo e deficiente refrain comico, e passare a Status Back Baby con il solito stile clownesco, per poi arrivare a Uncle Bernie`s Farm con robusto accompagnamento e un acuto vibrafono, ma il tutto è un pretesto per introdurre un refrain ancora una volta demenziale come Son Of Suzy Creamcheese. Quando i tempi si ampliano, ad esempio quasi agli otto minuti, Zappa confeziona Brown Shoes Don’t Make It, un’altro tour de force di collage isterici, sempre più stravaganti. Come spesso accade le voci acute, gli strilli e le voci baritonali e grottesche guidano idealmente il caos, seppure al di sotto di questo coro eterogeneo ed incontrollabile Zappa tesse un patchwork impressionante di stili musicali, da canzoncine circensi all’avanguardia più severa, dall’incalzante alla ninna-nanna, dalla filastrocca al discorso profetico, tutto è filtrato da una visione “absolutely free”. America Drinks And Goes Home corona l’opera con feroci critiche al consumismo, un motivetto da commercial per registratori di cassa e voce da crooner.

Zappa critica musicando una società malata e vacua, arretrata e ipocrita, e per farlo crea una musica che ne fagocita tutte le tendenze all’insegna di accostamenti improbabili, così che dal tutto sorga una critica acuta, una comicità evidente, una malinconia celata, una sintesi artistica impressionante.

We’re Only In It For The Money (1967, pubblicato nel ’68) è finalmente autoprodotto e Zappa può dare ancora più libero sfogo alla sua geniale pazzia. Non solo le parti strumentali si fanno più complesse, ma l’uso dello studio di registrazione, del collage, delle varie fonti sonore abbandona spesso l’orecchiabilità dei primi album per cercare una forma di accostamento ancora più violenta, assurda, impossibile. Are You Hung Up? inizia frammentata, diventa un sermone a voce cavernosa, si conclude in modo psichedelico. Who Needs the Peace Corps? è la parodia di un canto di pace, invidiabile dai migliori Pink Floyd e persino da Syd Barrett, una sgangherata melodia Folk/Rock che fra parlato e cantato restituisce un senso di acido lisergico più per la struttura sottilmente atipica e straniante che per altro. Il successivo tassello è un coretto come Concentration Moon, pacatissimo e delicato, interrotto al solito da voci incoerenti che sortiscono i soliti effetti di libera comicità. Non c’è alcun legame di continuità fra una canzone e la successiva, tutto si è concentrato in ogni singola canzone, ed il gioco non è più così caotico, quanto più preciso e intellettuale, uno scherzo arguto più che una gag umoristica. Mom And Dad è funerea, tranne che per una melodia acuta che affiora dalle ceneri e un passo ritmica che a tratti si accentua e si erge ad una spinta cinetica che dona una vitalità forzata al brano. Ovviamente Bow Tie Daddy per stemperare la seriosità si apre con conversazione telefonica e prosegue col più deficiente degli slogan da pubblicità ed Harry, You’re a Beast ci mette anche effetti tipo-rutto, voci all’elio, spezzettamento dei nastri, risate isteriche/pianti disperati, e poi What’s The Ugliest Part Of Your Body, un refrain stravagante che introduce Absolutely Free, pezzo di Classica serioso e malinconico per poi sforare nella psichedelia in un ritornello meraviglioso, per echi e rullante circense. Flower Punk è una sorta di brano per voce effeminata, incalzante figura di chitarra, finale per schegge di rumore, voce che sproloquia, nastri accelerati, urla da cartone animato, singhiozzo morse, tornado di confusione, ritmi, melodie. I 26 secondi di Hot Poop sono pura avanguardia dello studio di registrazione. Nasal Retentive Calliope Music è una cacofonia assortita e peto finale, introduzione improbabile a Let’s Make The Water Turn Black, un motivetto psichedelico ancora una volta tutt’altro che spensierato, che anticipa di fatto Idiot Bastard Son, altro inno mesto di una malata malinconia vestita di allegria (e di nuovo l’immagine circense riappare, ma è un circo di facciata, come in tutta l’opera di Zappa ed ancora di più in quest’album). Lonely Little Girl, aggiunge un rutto nel finale, altrimenti sarebbe un’altra decadente filastrocca, ma anticipa un ritornello “grazioso” come Take Your Clothes Off When You Dance ed un reprise di What’s the Ugliest Part of Your Body? dove protagoniste sono voci effettate, acute e definitivamente idiote. Mother People è uno dei pochi brani sereni dell’opera. The Chrome Plated Megaphone Of Destiny conclude con risate lisergiche, voci all’elio, rumorismi, sprazzi d’avanguardia dei più severi di sempre, una musica totalmente lontana da quei motivetti con cui Zappa infarcisce le canzoni.

Con questa trilogia Zappa si afferma come uno dei massimi artisti del ‘900 ed uno dei più grandi compositori di musica Rock di sempre.

Zappa sembra sognare già da qualche tempo di poter sfruttare le potenzialità di un suono maestoso e profondo come quello di un’orchestra, e Lumpy Gravy (1967) realizza questa sua aspirazione. Divisa in due parti, l’opera si apre con una tarantella veloce, una chitarra epica, un’atmosfera da western; una musica da Walt Disney inaugura un Jazz/Rock rilassato che poi dà il via a collage di una serie come sempre notevole di generi e stili differenti, un caleidoscopio di atmosfere ed ispirazioni. Le idee però sono spesso un succedersi che non ha più la forza degli episodi migliori e l’orchestra non è capace di fare la differenza, anzi appare quasi trascurata in alcuni momenti. Che le idee però non siano dense come nei suoi capolavori è confermata dalla seconda parte dell’opera, persino dispersiva (un’eresia per lo Zappa migliore che condensava e stratificava idee). Non c’è quella forza trascinante, il senso di accatastarsi di gag geniali, questa suite è solo un pretesto per utilizzare un’orchestra e fare da direttore strampalato, e poco di più.

Virtualmente in Absolutely Free c’erano 2-3 ore di musica significativa, in Lumpy Gravy ci sono sì e no 15 minuti.

Cruising With Ruben & the Jets (1968) si permise una immersione nel Pop più corrivo che ci fosse, una imitazione dei gruppi di fine anni ’50 perfetta quanto inutile, un divertimento prima per Zappa che per l’ascoltatore.

Uncle Meat (1968) fu pensato come colonna sonora di un omonimo film che non vide tuttavia la luce prima del 1987. L’opera è colossale come dimensioni, intenzioni e come risultati. Venne pubblicata su un doppio LP. L’inizio è affidato al tema portante dell’album che verrà ovviamente ripreso più volte, intitolato Uncle Meat. La parte saliente è la variazione del tema che viene eseguita dai vari strumenti, secondo una logica onnicomprensiva che è una delle massime eredità del genio zappiano. In queste infinite variazioni, sfumature differenti, si palesa una personalità profonda, articolata, imprevedibile. The Voice of Cheese fra rutti e voce femminile, porta a Nine Types of Industrial Pollution, trionfo di rumore controllato, un intreccio di strumenti, timbriche, tradizioni, una iper-fusione che ormai è un’opera matura e meditativa, più che un’arringa come nei primi album. Zappa è mutato, è diventato un compositore attento, certosino, millimetrico, incolla e sposta pezzi di musiche eterogenee, gestisce superbamente un’orchestra che segue i suoi dettami alla lettera, costruisce castelli musciali fra il fantasioso, l’assurdo, l’affascinante, cerca in continuazione nuove visioni, nuovi spunti, ma lo fa con l’esperienza di un consumato artista che conosce alla perfezione le potenzialità delle variazioni, del cambio delle timbriche, la potenzialità dei singoli strumenti. Non è più nemmeno un po’ un “freak” che gioisce e gioca con decine di strumenti, è un compositore consumato che sta creando la sua opera ultima, il compendio dei tre grandi filoni musicali, il Jazz, la Classica ed il Rock. Dog Breath e le sue variazioni sono l’altro pretesto per dar fondo a tutte le capacità di Zappa: le modifiche alla forma iniziale sono infinite, sfruttano l’orchestra, le tradizioni e lo studio, uno “strumento” di cui Zappa è ormai un virtuoso. The Legend of the Golden Arches apre su melodie tenere, dolci ed infine ammalianti, scandite come in una ninna-nanna: è l’apice melodico dell’album. Sleeping in a Jar e Our Bizarre Relationship sono esempi del nuovo umorismo zappiano, Eelctric Aunt Jemima la più deficiente delle canzoni stupide instupidita da voci acute e stridule, ed effetti assortiti mentre The Air parodia ancora il Doo Wop con una splendida armonia vocale, e Project X usa xilofoni e percussioni a profusione. Le dissacranti versioni alternative di God Bless America e Louie Louie sono forse quelle che più colpiscono, ma in realtà tutta l’opera è cosparsa di brani miniatura, strumentali, dialoghi surreali, che esaltano la caleidoscopia e l’imprevedibilità, fungono da collante e vivacizzano ancora di più l’esperimento. Il colpo di genio che corona l’opera è King Kong, una suite che riempie il quarto lato dell’opera e che si articola in sei parti per un totale di 18 minuti, dove Zappa ripete l’esperimento di Lumpy Gravy con una densità di idee ed una completezza inedite, un esercizio che crea una nuova “orchestra” di Rock-Jazz-Classica flessibile e multiforme che ripete ed altera continuamente il tema principale fino a renderlo camaleonticamente riconoscibile ma differente, come una macchina e delle manopole che su di essa vengono lentamente spostate, tarate diversamente, Zappa sfrutta a pieno ed organicamente i suoi mezzi. Zappa riesce finalmente a racchiudere in una suite estesa che superasse i 7-8 minuti (e li doppiasse ed oltre) tutta la sua idea di musica senza confini, rifondando in sostanza l’idea stessa di genere musicale, creando un grande pianeta musicale dove non esiste nessuna “razza” e tutto è complementare al resto, può reinterpretare persino il medesimo spezzone musicale, essenzialmente ogni strumentazione e tradizione non è una contrapposizione ma una nuova proposta di cambiamento e variazione, un nuovo mezzo comunicativo.

Uncle Meat trasporta le idee dei primi tre album in un contesto orchestrale e meno votato ad una comicità esplosiva ed evidente, quanto ora trasformatasi in una riflessione sempre profonda ma meno sguaiata e palesata. E’ l’opera più ambiziosa di Zappa, ma tanta opulenza ha in qualche misura perduto qualcosa da Absolutely Free e We’Re Only In It, e la “gag” è stata sostituita da un lavoro monumentale e maturo, ancora più articolato e minuzioso, ma emotivamente ha perduto un briciolo di potenza comunicativa ed anche della forza dissacrante.

Uncle Meat è il quarto capolavoro di Zappa su sei opere in circa 2 anni, una media che farebbe invidia al 99% delle formazioni del Rock di tutti i tempi.

Hot Rats (1969) ha un po’ il compito di istituzionalizzare il nuovo corso della carriera di Zappa, una musica meno pazzoide ed anarchica, persino elegantemente intellettuale, pur senza mai scadere nel cerebrale. Peaches In Regalia ripropone un tema per variazioni, uno dei suoi più celebri e riusciti inoltre. Willie The Pimp, con Captain Beefheart alla voce, è un brano di nove minuti di Blues crudo, assoli chilometrici, coda che si prolunga ossessiva. La musica è più distesa, le idee sono presenti ma vengono elaborate con più completezza: questo fa perdere spesso “spessore”, semplificando i brani, ma rende il tutto più godibile e semplice all’ascolto senza trascurare la sperimentalità e l’uso di strutture non convenzionali. Son Of Mr. Green Genes è uno dei capolavori dell’intera carriera, altri nove minuti per variazioni, assoli estesi, un generale flavour Jazz che pervade l’intero brano. L’unica miniatura dell’album è Little Umbrellas, una soffice melodia delle migliori della discografia, perché The Gumbo Variations prosegue l’esperimento di King Kong in quasi 17 minuti di variazioni a raffica, sfruttando a pieno la musica “totale” e l’iper-fusione che Zappa stesso aveva ideato, creando un altro dei suoi brani estesi ed enciclopedici. It Must Be A Camel conclude con un Jazz atmosferico ammaliante e qualche venatura malinconica.

Hot Rats non è rivoluzionario come Absolutely Free o We’re Only In It, non è onnicomprensivo come Uncle Meat, ma propone “semplicemente” una serie di brani che non hanno quell’urgenza espressiva dei suoi capolavori, ma riescono comunque in esercizi maturi formalmente impeccabili, di un artista che ormai ha imparato alla perfezione la sua stessa invenzione, e la rifinisce e la smussa rendendola via via più elegante, senza scadere per questo nella banalità ma semplicemente proponendo un qualcosa che sia più razionale e meno anarcoide (relativamente, perchè Hot Rats non è esattamente un disco dei Beach Boys o dei Beatles).

Mothermania (1969) è una raccolta stilata da Zappa stesso, che racchiude una serie dei brani meno estesi del primo periodo.

The **** of the Mothers (1969), The Mothers of Invention (1970), The Worst of the Mothers (1971) sono le altre raccolte del periodo. Tutte si riducono ad una serie dei brani più orecchiabili, restituendo solo una opaca versione del genio di Zappa.

Weasels Ripped My Flesh (1970) raccoglie materiale fino al 1968, ed è il disco più vicino al Free Jazz di Zappa, che raccoglie l’eleganza di Hot Rats e la porta ad una musica estremamente più “libera” nell’accezione che Coleman dette al termine. Didja Get Any Onya è un pretesto per virtuosismi funambolici di sax, in una sorta di versione sgangherata del Jazz che solo Zappa sembra poter costruire. Prelude to the Afternoon of a Sexually Aroused Gas Mask accelera sulla sperimentazione, con cacofonie assortite, barriti, assolo di risata esteso, gracidii/rutti nel finale. Toads Of The Short Forest si apre rilassata ma diventa un incalzante percuotere per sax impazziti, una sorta di elefanti inferociti per banda da circo. Get A Little è un lounge-Jazz, rilassato ed infarcito di chitarra wah-wah. La traccia più estesa dell’album è The Eric Dolphy Memorial Barbecue, dove un ritmo rilassato viene intarsiato di assoli che affiogano nell’atmosfera impalpabile del brano, trasognato affresco mattutino ancora inebetito dal sonno. Dwarf Nebula Processional March & Dwarf Nebula giunge con un suono sintetico, un passo da banda, ed un inedito senso di “artificialità” che unito agli effetti di studio centrali rivela in due minuti qualcosa fra l’absolutely free zappiano ed il Free-Jazz “canonico”. My Guitar Wants to Kill Your Mama è l’episodio più lineare, nonostante alcuni consueti cambi di genere musicale: guidato soprattutto da un refrain orecchiabile, si muove fra echi Country, Rock ed ovviamente Jazz. Oh No si prende il gusto di un affresco Pop/Rock/Jazz con echi psichedelici, con filastrocca acida per voce effettata, ma funge in realtà da introduzione a The Orange County Lumber Truck, dove anche la chitarra, invero piuttosto presente, si può librare in assoli vorticosi, doppiata dai fiati, e fra cambi di tempo, accelerazioni, finale possente a passo Boogie/Hard Rock, assolo chilometrico e psichedelico, consegnare uno dei capolavori dell’opera. Quando Colema scrisse Free Jazz, probabilmente, non pensò si potesse giungere a qualcosa come Weasels Ripped My Flesh, la title-track, una catasta di rumore indistricabile di due minuti pregni di un Jazz rumorosissimo, cacofonia pura.

Weasels Ripped My Flesh è un’altro degli esperimenti arditi di Zappa: dopo aver fondato un Free-Rock, si riprende il Free Jazz e lo rivede secondo la propria ottica, regalando brani che non sfigurano fra gli apici di entrambi i generi musicali. Sostanzialmente a qualsiasi cosa Zappa metta mano, tranne qualche eccezione, nasce un nuovo capolavoro.

Nel 1969 Zappa però scioglie il suo gruppo storico, The Mothers of Invention, di cui esce postumo un album, Burnt Weeny Sandwich (1970). In questi brani Zappa dà un libero sfogo alla propria inventiva, creando semplicemente una serie di brani eclettici, leggeri, senza l’ambizione di Uncle Meat o Absolutely Free. I Mothers sono ormai il passato, e Zappa non ha niente da inventare con loro, nessun manifesto da scrivere. Nonostante questo, l’album è un’altra opera notevole. WPLJ (Four Deuces) è un refrain spensierato dei migliori, Overture to a Holiday in Berlin inizia una serie di brani ispirati al medesimo tema, come in Uncle Meat, così che dopo un altro tema memorabile come Theme from Burnt Weeny Sandwich, si giunga prima all’accompagnamento per musica Classica di Aybe Sea e poi a Holiday In Berlin, Full Blown, che ripropone il tema e le sue variazioni come era previsto. Il fulcro dell’album è però una suite immensa come Little House I Used to Live In, quasi 19 minuti. Zappa come sempre può dimostrarsi il più camaleontico di tutti gli artisti Rock, aprendo con un pianoforte classico, aggiungendo fiati Jazz ed una energica spinta orchestrale, quasi epica, poi iniziare variazioni dove il ritmo incalza come un treno, gli assoli chitarristici sono incendiari, e dopo sei minuti il violino si arrampica in figure superbe, intricate, in spasimi doppiati dall’accompagnamento Jazz. Dopo anche il piano si permette virtuosismi, mentre sotterraneamente l’accompagnamento sembra prendere il respiro, ma dopo undici minuti il violino ritorna, il ritmo si fa ancora più martellante, il ballo demoniaco imbastito è sempre più impressionante. Dopo 14 minuti tutto si spegne, le tastiere tornano a guidare la musica, fra suoni vellutati e onirici, ed al 15esimo minuto guidano l’assalto finale, un tripudio di fischi, un tornado sonoro, intensissimo e organizzato alla perfezione, che chiude uno dei brani estesi più significativi di Zappa.

Chunga’s Revenge (1970) si fregia di una chitarra incendiaria in Transylvania Boogie. Road Ladies e Twenty Small Cigars sono entrambi brani minori, che hanno perduto tutta l’imprevedibilità zappiana, The Nancy & Mary Music e Tell Me You Love Me sono numeri fra Blues/Rock e Hard Rock che valgono solo perché l’idea era innovativa nel 1970. La title-track si libra in una jam Blues/Rock dove è sempre la chitarra a farla da padrone, rialzando un po’ le sorti dell’album. Nel complesso, non c’è praticamente nulla del genio di un tempo.

200 Motels (1971) è una colonna sonora di 80 minuti che sembra la brutta copia delle lunghe suite piene di variazioni e “gag” di Zappa, lenta, macchinosa, dispersiva, priva di quella densità infervorante ed anzi vacua di idee significative.

Just Another Band From LA (1971, pubblicato nel 1972) fotografa una band che non ha più lo splendore dei momenti migliori. Billy The Mountain è un delirio di 24 minuti che è degno della fama e del genio zappiano, il resto sono versione neanche troppo pirotecniche di brani di studio, interessanti ma al di sotto delle potenzialità dell’artista.

Waka/Jawaka (1972) interrompe la stasi creativa e ripropone finalmente uno Zappa in forma, capace di mischiare le sue aspirazioni Jazz alla Psichedelia più estrema ed all’uso dell’orchestra. I 17 minuti di Big Swifty sono un altro dei suoi capolavori: partenza impetuosa con orchestra in tripudio, variazione, intermezzo psichedelico di echi e fischi, un tema rilassato di Jazz acido, una leggera spinta che fra assoli di sax e piano, chitarre fulminee e orchestra trepidante increspa la musica, così che al sesto minuto la chitarra guidi con un suono Hard Rock imponente un Jazz/Blues dove il sax si libra invece in grida prolungate. Poco dopo i sette minuti subentra un tema più visionario, la psichedelia si fa strada fra le pieghe della musica, la jam diventa sempre più funambolica, e si muove così fino a tuffarsi all’undicesimo minuto in u mare di tintinnii, disgregando completamente la forma iniziale in un mare di distorsioni, assoli, un caos organizzato dove ogni strumento rivendica libertà, mentre il tutto invece di diventare più nevrotico persino si rilassa, ed al 12esimo minuto tutto riprende una forma facilmente riconoscibile, nonostante la chitarra trionfi ancora con assoli chilometrici e memorabili. Il 13esimo minuto è un ritorno al Jazz, che prima va sempre più integrando l’orchestra, poi si spegne in un liquido gioco psichedelico. It Just Might Be a One-Shot Deal è l’unico brano che si presta ancora a qualche schizofrenia, mentre la title-track, per 11 minuti, ancora una volta immersa nel Jazz, con la struttura sempre della variazione su cui si cuciono gli assoli dei singoli, regala giochi virtuosi affascinanti ma che non bissano la forza delle improvvisate anarcoidi. Quando Zappa pubblica l’opera il Jazz/Rock non è più una novità così interessante, così che questa musica suona più come un ottimo disco di un grande artista che ha rinunciato al proprio genio sregolato che ad un disco degno delle sue anarcoidi performance di iper-fusione e di musica totale. Tranne Big Swifty, che resuscita un genio perlomeno della fusione di generi differenti (perché di trovate anarchiche e assurde non ce ne sono poi tante), il resto dell’album non riesce ancora a rinverdire la musica zappiana, nonostante la maturità artistica ed una grande capacità dei singoli elementi riesca a sopperire a tante imperfezioni e persino qualche lungaggine (la title-track).

The Grand Wazoo (1972) prosegue il discorso di Waka/Jawaka. La lunga title-track è quanto ci si aspetta da un uomo con il passato di Zappa. Orchestrazioni, Blues, Rock, Hard Rock, Jazz sono fusi con uno spirito finalmente un po’ più ribelle ed imprevedibile, un alternarsi di generi e situazioni che riporta alla trilogia che aprì la carriera. For Calvin gioca con Free Jazz e cacofonie affogate in un clima spesso sornione, Cletus Awreetus-Awrightus regala un ritornello orecchiabile e melodico, assalti Funk e accelerazioni impetuose. Eat Thath Question sfoggia tutta l’abilità della band, le doti tecniche e la fantasia, il genio compositivo di Zappa in un esercizio di assoli, folate strumentali, intricate strutture pirotecniche. Blessed Relief è il momento migliore, per Jazz notturno e malinconico, otto minuti di catarsi triste e piovosa che fa invidia a centinaia di album Jazz ed a gran parte della Fusion. L’album, a differenza del precedente, non ha veri brani minori, ma un quintetto di affascinanti affreschi che denotano gusto raffinato ed equilibrio.

The Grand Wazoo e Waka/Jawaka in sostanza chiudono il cerchio delle sperimentazioni più Jazz/Rock, due album eleganti, raffinati, fregiati di una formazione eccelsa, dal grande mestiere e dalla grande fantasia, una serie di esercizi raffinati per palati fini, che si allontanano dall’ironia sarcastica, dall’anarchia assurda, dalla sperimentazione pazzoide, e che si fanno ricordare soprattutto per una perfezione formale e qualche episodio meravigliosamente equilibrato. Entrambe le opere, però, non hanno niente di epocale e storicamente non meritano nemmeno una delle posizioni nella top 5 della discografia di Zappa.

Che un altro periodo della sua carriera sia finito lo dimostra chiaramente Overnite Sensation (1973) che, quale fosse l’intenzione, è un disco Pop/Rock con tinte Blues/Rock, banale e privo di energie. Torna prepotente il cantato, che però ora si articola con uno stile normale e pacato su musiche tranquille e inoffensive. I’m the Slime, Dirty Love, Dinah-Moe Hum sono tre dei sei brani, quelli più interessanti, ma nessuno supera un alone di mediocrità, come se si trattasse di una versione imbrigliata, appiattita e superficiale della musica di Zappa. Ovviamente, fino a questo punto nessun album di Zappa ebbe tanto successo commerciale, semplicemente perché quest’album è tagliato per le masse, per gli ascoltatori casuali, molto più di tutta la discografia precedente (tranne Ruben And The Jet).

Apostrophe (1974) si concede ad influenze Funk e si ricorda per Don’t Eat the Yellow Snow e per il ritmo incalzante di St. Alphonzo’s Pancake Breakfast ed il basso impazzito di Father O’Blivion. Cosmic Debris è un Blues/Rock insipido, il resto dell’album perpetua una musica semplice e spesso banale e mediocre.

Il ritorno parziale alla discografia maggiore arriva con Roxy & Elsewhere (1974), che riporta alla mente i tempi migliori con Don’t You Ever Wash That Thing?, con le assurde tecniche di collage, la pazzia compositiva, l’incalzare febbrile, le pause di suspense, gli incastri millimetrici. Cheepnis, sfruttando Blues/Rock, orchestrazioni, musica da circo, duplica la sensazione che ci sia ancora lo Zappa di un tempo. Son of Orange County sfoggia una chitarra pirotecnica, ed è in sostanza pretesto per assoli chilometrici. Il momento più compiuto è Be Bop Tango, una suite di oltre 16 minuti, dove i fiati trionfano e guidano cambi d’atmosfera e stato d’animo, seppure Zappa chiacchieri troppo, interrompendo un po’ la magia del delirio vocale finale: non c’è da mettere in dubbio che la session live fosse stata entusiasmante per il pubblico, reso partecipe dalla formazione, ma all’ascolto rimane poco e nulla, se non qualche sproloquio ed un Blues/Rock pirotecnico. Il resto poi sono jam opache, quello su cui Zappa ha affogato la propria creatività nelle ultime prove discografiche.

One Size Fits All (1975) cerca un incontro fra musiche da colonna sonora, epico accompagnamento western e Rock in Inca Roads, quasi nove minuti con variazioni ormai abituali, cambi di velocità e qualche scatto schizoide, il tutto affogato in un Jazz che affiora soprattutto nel finale. Bordate Heavy Metal aprono Can’t Afford No Shoes, per il resto trascurabile. Po-Jama People è un pretesto per assoli che poco conserva dell’imprevedibilità e sembra una jam Blues/Soul. Florentine Pogen regala invece un altro collage avventuroso, fra coretti spastici, chitarre fragorose, schizofrenie assortite. San Ber’dino è un’altra jam di Blues/Rock, un classico degli ultimi album, con possenti schitarrate Heavy Metal; Andy replica con meno fantasia. Sofa No. 2 chiude l’opera su armonie vocali classicheggianti, fra seriosità e burla.

Roxy & Elsewhere e One Size Fits All non distolgono dal pensiero che Zappa sia in una crisi creativa piuttosto grave. La ricerca di un equilibrio con la facilità del proprio lavoro e l’innovatività e la sperimentazione è coincisa con una riduzione drastica delle influenze che entrano nel processo compositivo: nei primi album Zappa fondeva decine di generi, ora si arena sui soliti 2-3, e le fusioni avvengono diluitamente, così che un brano ne sfrutta semplicemente una, e finisce per risultare poco intrigante, poco più di un curioso accostamento. E’ diminuita l’azzardo delle fusioni, la loro densità, lo spirito incorreggibile ed imprevedibile. Inoltre, dalle fusioni eleganti di Hot Rats, Weasels Ripped My Flesh e Burnt Weeny Sandwich si è passati ad un Jazz/Rock più canonico e ad un jammare Blues/Rock/Soul ancora più canonico negli album ancora successivi. In campi come il Blues/Rock Zappa deve vedersela con maestri del genere, come i Deep Purple, che fanno impallidire i suoi spettacoli a base di assoli e schitarrate, almeno negli album in questione.

Bongo Fury (1975), sempre più prevedibile, anche nelle gag comiche, si ricorda almeno per Debra Kadabra, qualcosa di Cucamonga, qualche scampolo di Advance Romance.

Zoot Allures (1976) si muove sempre nel Blues/Rock, ma regala momenti di alta scuola come l’assolo sofferto di Black Napkins, la lenta ed oscura The Torture Never Stops, Blues notturno e tenebroso con orgasmo femminile, ed ancora l’incalzante e beefheartiana Mr Pinky. Non è rimasto praticamente nulla della pazzia di un tempo, e si può argomentare all’infinito su come sia un album nelle “regole” del Blues/Rock e poco di più, ma è suonato con perizia, e gli spettacoli pirotecnici di Friendly Little Finger farebbero la gioia dei migliori Ac/Dc e, questa volta, anche i Deep Purple, gli Allman Brothers e simili devono accogliere Zappa fra le fila dei virtuosi del Blues/Hard Rock, seppure con qualche anno di ritardo decisivo a tacciarlo di derivatività.

Zappa voleva risollevare la sua carriera con un’opera immensa, intitolata Läther, divisa in quattro LP, che però troverà la pubblicazione secondo questa forma solo nel 1996. Il materiale venne invece distribuito sugli album dierttamente successivi a Zoot Allures.

Zappa In New York (1978), con una formazione impressionante soprattutto a livello tecnico, si fregia di una musica spettacolare e mirabolante. Titties & Beer, il Free Jazz/Rock di Manx Needs Women, l’impossibile perizia tecnica di The Black Page Drum Solo/Black Page #1, la chitarra imperiosa di Sofa, la suite di 17 minuti di The Purple Lagoon, meno spettacolare di quanto ci si potesse aspettare proprio nel brano più esteso, sono tutte prove che riescono a trovare un equilibrio fra il periodo iniziale della carriera zappiana ed un easy-listening-jam-Blues/Rock.

Studio Tan (1978) riprova persino la suite-narrativa fra comicità e assurdità compositive con i 21 minuti scarsi di The Adventures of Greggery Peccary, che fra filastrocche, Blues/Rock, Hard Rock, stupidaggini varie e devianze assortite fa rivivere l’imprevedibilità di Absolutely Free in versione un po’ normalizzata, ovviamente, ma anche abbastanza affascinante. Ci sarebbe da chiedersi il perché della voce narrante, oltre che argomentare su qualche momento debole, ma probabilmente non si può chiedere di più a questo Zappa. Sorprendentemente, e con i propri limiti naturali e collaterali, siamo però davvero vicini ad una suite dalle sfumature “easy listening”. Revised Music for Guitar and Low-Budget Orchestra è un capolavoro degno dei tempi migliori, fra cambi d’atmosfera e umore, malinconia e gag comica, nonché una rivisitazione di un brano di Zappa per Jean-Luc Ponty. RDNZL sfoggia una chitarra incendiaria, poi un piano epilettico di matrice Jazz, ed un tappeto percussivo che innalza il brano all’olimpo dell’opera, vetta di un episodio della discografia fra i più interessanti di tutto il decennio dei ’70. Semplicemente, la “band” è professionale, i brani tutti ispirati, seppure con qualche calo di tono, le piccole sorprese non mancano. Zappa è tutt’altro che un dinosauro del Rock.

Sleep Dirt (1979) con l’assolo chitarristico emozionante ma un briciolo autoindulgente di Filthy Habits ed il Funk destrutturato in oltre 13 minuti di The Ocean Is the Ultimate Solution esaurisce le idee valide dell’opera, che presenta una parte centrale mediocre con molto cantato (anche virtuoso, in certi momenti), ma poco di originale o non autoderivativo.

Orchestral Favourites (1979, registrato nel 1975) potrebbe essere il capolavoro di fine decade. La melodia dolce e ammaliante di Strictly Genteel è una delle sue più pure, con l’orchestra che disegna un clima rilassato e gioioso, elegante e pacato, e muta lentamente senza stravolgere la sensazione di fondo ma minandola saltuariamente da quasi inavvertibili folate di confusione destabilizzante. Pedro’s Dowry si muove invece nel Free Jazz più cacofonico, con i fiati a dare la sensazione del comico e del grottesco, ma il finale è affidato ai 13 abbondanti minuti di Bogus Pomp, che imita di nuovo alla perfezione le musiche serie e pompose, ma si abbandona lentamente ad un bandismo sfrenato e giocoso, il tutto in affreschi e spruzzate di Jazz, Classica, Avanguardia e poi marcette da circo equestre, rinnovando compiutamente l’arte di un compositore imprescindibile come Zappa.

Zappa ormai può rimescolare e rivedere il suo repertorio migliore in mille varianti diverse, parodiare i generi che nel frattempo sono sorti da quando ha iniziato a fare musica, divertirsi nel far sfoggio di gag comiche e soddisfare il proprio gusto dell’eccesso. Inizierà, sempre più, anche a fare la parte del guitar-hero, nel più noioso cliché dell’Hard Rock, divertendo ed annoiando a seconda dei casi.

Sheik Yerbouti (1979) colleziona ancora Flakes, l’Hardcore di Broken Hearts Are for Assholes e I’m So Cute, la parodia d’altri tempi di Bobby Brown (Goes Down) e Dancin’ Fool. Gran parte dell’album è però un pretesto per qualche assolo chitarristico, scimmiottamenti Hard Rock, tutto un arsenale di gag senza freschezza che promuovono sempre più canzoni divertenti e semplici che poco hanno dell’irrefrenabile pazzia dei capolavori, ma attirano il grande pubblico.

Joe’s Garage (1979) è una maestosa Rock-opera in tre atti che narra le vicende di un ragazzo incarcerato in un futuro dove la musica è illegale. Catholic Girls, Wet T-Shirt Nite (tranne il finale logorroico), A token of my Extreme, lo spassoso Funk di Stick It Out, Dong Work For Yuda, qualche assalto di Funk Metal in Keep it Greasey (prima che il Funk e l’Heavy Metal conoscessero una fusione così possente), l’assolo trasognato di Watermelon in Easter Hay ed il finale fra commerciale e critica caustica di A little green Rosetta, motivetto indimenticabile e orecchiabile come i migliori della discografia, sono tutti momenti da ricordare per avere un quadro delle composizioni che Zappa compone nel periodo. Delle quasi due ore dell’opera, però, un’ora e più non lascia il segno, si perde negli ormai prevedibili assoli di chitarra, gioca in una musica facile dai gesti, gli assoli, le sonorità immediate, si dilunga eccessivamente e futilmente.

Tinseltown Rebellion (1981) si ricorda per un giovane Steve Vai alla chitarra, per qualcosa di Easy Meat, per I Ain’t Got No Heart, per qualche sfumature Reggae in Panty Rap. Complessivamente, però, c’è soprattutto tanta esperienza e mestiere, e niente è memorabile.

Shut Up ‘n Play Yer Guitar (1981, ma raccoglie materiale fra il ’77 e l’81) sfoggia tutte le doti chitarristiche di Zappa. Non era un genio allo strumento, e quasi due ore di assoli sono tremendamente noiose. Canard Du Jour (del 1973) è l’unico episodio intrigante, ma niente di mirabolante.

You Are What You Is (1981) è il manifesto della musica semplice che è andato costruendo negli ultimi anni. Una canzone divertente, che parte dal suono delle classifiche, lo guasta il giusto per sortire ilarità, lo conserva quanto basta per conservare l’orecchiabilità dei refrain e delle strutture. Zappa, da genio, si diverte a rivedere il Country, il Funk, il Rock, il Blues/Rock, il Pop, le musichette delle pubblicità, tutto rimanendo nei canoni dei vari generi e farcendo il tutto con qualche stravaganza. In quest’ottica, Teen-Age Wind (musica da pubblicità), Harder Than Your Husband (Country), Doreen (Soul/Heavy Metal), Goblin Girl (Reggae comico), I’m a Beautiful Guy (Funk/Heavy Metal), Mudd Club, The Meek Shall Inherit Nothing, il Blues/Rock che avvia alla chiusura di Suicide Chump, poi mutato in melodia distesa in Jumbo Go Away ed il fantastico caos psicopatico di Drafted Again sono tasselli di un’opera monumentale, che applica al panorama degli ’80 lo stile di Zappa, con le già discusse differenze.

Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch (1982) aggiunge la radiofonica Valley Girl, il solito collage enciclopedico di Drowning Witch, Envelopes, Teen-Age Prostitute. Opera concisa, coesa, meno dispersiva, ma che tranne qualche lampo di genialità, non cambia granché nel nuovo corso, e risulta autoderivativa e prevedibile.

The Man From Utopia (1983) con il Funk possente di Tink Walks Amok, l’orecchiabile Cocaine Decisions, una manciata di canzoni che ripetono all’infinito i trucchi del mestiere ed annoiano come prima e più di prima, continua l’agonia del declino.

Baby Snakes (1983) è la colonna sonora del suo omonimo film, costituita da brani di Zappa stesso.

Un lavoro a parte appare Perfect Stranger (1984), assieme al direttore d’orchestra Pierre Boulez, che si muove fra la tensione da thriller della traccia eponima, una versione classicheggiante di Dupree’s Paradise, gli sprazzi avanguardistici ed il motivetto accattivante di Outside Now Again. Jonestown affonda però il coltello nel rumorismo brado, nella rarefazione e nell’astrattismo sonoro.

Them Or Us (1984) spazzola ancora il fondo del barile con Sharleena, un Reggae smussato, ma poi si perde fra le solite gag, chitarrismi logorroici, ritornelli stantii.

Thing Fish (1984) ci conferma che Zappa non ha intenzione di cessare la sua prolificità discografica nemmeno in una autentica crisi creativa. Pubblica così una mastodontica opera in 3 LP o 2 CD, noiosa e pedante, che rimescola per l’ennesima volta easy-listening, sproloqui narrativi, effetti-gag vecchi di una decade.

Nel 1984 Zappa può anche divertirsi con la musica Classica Elettronica da camera, risuonando composizioni di Francesco Zappa (1984), autore milanese che darà il nome ad un curioso album che è soprattutto un vezzo di uno degli artisti più stravaganti di sempre.

La satira di Meets The Mothers Of Prevention (1985) si ricorda per i 12 minuti di deliri vocali di Porn Wars e per ulteriori esperimenti al synclavier dopo Francesco Zappa.

Zappa però stava anche elaborando qualcosa che superasse il suo passato, superamento che avvenne con Zappa (1983), un lavoro completamente orchestrale suonato dalla London Symphony Orchestra. Il lavoro è molto più serio di tutto il suo passato discografico, persino pacato, tutt’altro che di semplice ascolto. La musica è cangiate ma non fracassona, la mutazione esiste ma è lenta e graduale, elegante, quasi austera. Bob In Dracon, in due movimenti, contempla ancora bandismi e scatti circensi, ma evita la pirotecnia, e si fa riconoscere semmai per le strutture complesse. Sad Jane regala altri momenti magici di musica Classica appena macchiata dell’estro di un tempo, ma i ventiquattro minuti in tre movimenti di Mo’n Herb’s Vacation concludono in grande l’opera con atmosfere minacciose, improvvisi scatti schizoidi, echi Free Jazz nei fiati, e dodici minuti del movimento finale fra caos metropolitano, rumori di fiati-clacson, assoli, dialoghi orchestrali e tutto un arsenale di eleganti pazzie compositive. Si tratta della prima opera di Zappa che si distacchi notevolmente sia dal primo periodo che da quello dell’easy listening, e che presenta semmai collegamenti con le orchestrazioni di The Grand Wazoo e Waka/Jawaka. Un secondo volume con la stessa orchestra verrà pubblicato nel 1987 ma conterrà rifacimenti orchestrali di brani noti, con alcune variazioni, ed Evelopes. Non vale come il primo volume, ma Stricty Genteel e Bogus Pomp sono affascinanti nei nuovi arrangiamenti, soprattutto i 24 minuti della seconda riaffermano la riuscita formula di uno dei brani più significativi della carriera zappiana.

Does Humor Belong in Music? (1986, ma le registrazioni sono dell”84) raccoglie una serie di documenti live ed una torrenziale Let’s Move To Cleveland che sfora i quindici minuti in grandinate strumentali e chitarre impetuose, facendo molto spettacolo e intrattenendo con professionalità (non è un gran complimento).

Nel 1986 Zappa pubblica anche Jazz From Hell (1986), un piccolo capolavoro con il synclavier del leader a guidare tutti i brani, esperimenti di Fusion dalle sfumature elettroniche. Night School, While You Were Art II, il caos percussivo di G-Spot Tornado, Massaggio Galore sono episodi tanto bizzarri quanto surreali di una musica asettica e artificiale.

Guitar (1988) è un doppio che continua a promuove Zappa come guitar-hero, un ruolo che lo vede costretto ad assoli pacchiani e grandinate noiose di note ed epilessi. Ottanta minuti con abbondanti sbadigli, che nella riedizione su CD diventano 130 minuti ed oltre. Evidentemente è molto più facile far passare alla storia un chitarrista che un compositore, difatti lo Zappa musicista diverrà, paradossalmente, l’ambito in cui meglio sarà conosciuto.

Segue una serie lunghissima di documenti live. Le sei parti di You Can’t Do That On Stage Anymore (1988, 1988, 1989, 1991, 1992, 1992), che fra alti e bassi cerca di ripercorrere l’intera carriera, e sopratutto il tris di live Broadway the Hard Way (1988), The Best Band You Never Heard in Your Life (1991, con molte cover), e soprattutto Make A Jazz Noise Here (1991). Ahead Of Their Time (1993, con registrazione del ’68) riscopre invece la formazione leggendaria dei primi album, ma molto dell’humour e si perde data l’assenza del contributo visivo.

The Yellow Shark (1993) ripropone vecchio materiale risuonato con l’Ensemble Modern.

Nel 1993 Zappa muore, lasciando alla Storia del ‘900 probabilmente il più grande artista Rock di sempre.

Non manca un preconizzabile album postumo, un’opera doppia di deliranti vagheggiamenti come Civilization Phaze III (1994) che riporta al collage sonoro degli esordi, alla produzione asettica dell’ultimo decennio, e cerca di coagulare il tutto in classicismi, nevrotici patchwork, atmosfere funeree e gag appassite. Si tratta di un’opera malinconica, in qualche modo il testamento di Zappa. L’intento totale sulla sua discografia, ad ogni modo, assieme a qualche momento di stanchezza evidente, rendono comunque questo episodio discografico poco più che una goccia nell’oceano dei suoi capolavori.

Läther (1996) raccoglie materiale già edito in Zappa in New York, Studio Tan, Sleep Dirt and Orchestral Favorites e Shut Up ‘n Play Yer Guitar così come Zappa aveva concepito inizialmente l’opera. Si tratta del suo “lost album”.

Una serie noiosissima di scarti e b-sides ha continuato ad uscire dopo la morte, profanando il nome di un tale artista in collage artefatti di stralci musicali inconsistenti (The Lost Episodes del 1996, per esempio).

Cucamonga Years (1991) e Cucamonga (1998) raccolgono registrazioni preistoriche.

Di tutte le raccolte le migliori sono il Boxset The Old Masters Box One e The Old Masters Box Two del 1985 e 1986, seppure ad oggi niente contenga nemmeno una parte dei suoi album migliori.

Senza Zappa il Rock avrebbe perduto alcuni dei suoi più fulgidi capolavori ed il massimo dei suoi geni compositivi.
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Voti:

Freak Out : 8 ❤
Absolutely Free : 9 ❤
We’re Only In It For The Money : 9 ❤
Lumpy Gravy : 6,5
Cruising With Ruben & the Jets : 5
Uncle Meat : 8,5 ❤
Hot Rats : 8 ❤
Mothermania : 7,5
The **** of the Mothers : 7
Burnt Weeny Sandwich : 7
Weasels Ripped My Flesh : 8 ❤
The Mothers Of Invention : 7
Burnt Weeny Sandwich : 7,5
Chunga’s Revenge : 6
The Worst of the Mothers : 6
200 Motels : 5
Just Another Band From LA : 7
Waka/Jawaka : 7
The Grand Wazoo : 7,5
Overnite Sensation : 4,5
Apostrophe : 5
Roxy & Elsewhere : 6,5
One Size Fits All : 6,5
Bongo Fury : 5,5
Zoot Allures : 6,5
Zappa In New York : 6
Studio Tan : 7
Sleep Dirt : 6
Orchestral Favourites : 7
Sheik Yerbouti : 5
Joe’s Garage : 6
Shut Up ‘n Play Yer Guitar : 4
Tinseltown Rebellion : 6
Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch : 5,5
The Man From Utopia : 4,5
Baby Snakes : 6
Zappa Vol. 1 : 7,5
Them Or Us : 4
Thing Fish : 4
Francesco Zappa : 4
Perfect Stranger : 6,5
Meets The Mothers Of Prevention : 4,5
The Old Masters Box One (7 LP) : 7,5
Does Humor Belong in Music? : 6
Jazz From Hell : 7
The Old Masters Box Two (8 CD) : 7,5
Zappa Vol. 2 : 5,5
The Old Masters Box Three (8 CD) : 6
Guitar : 4
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 1 : 5,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 2 : 6,5
Broadway The Hard Way : 7
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 3 : 6,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 4 : 6,5
Make a Jazz Noise Here : 7,5
The Best Band You Never Heard in Your Life : 6,5
Cucamonga : 5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 5 : 5,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 6 : 6,5
The Yellow Shark : 5,5
Ahead Of Their Time : 6,5
Civilization Phaze III : 5
Strictly Commercial : 6
Lather (3 CD) : 6
Frank Zappa Plays the Music of Frank Zappa: A Memorial Tribute : 4,5
The Lost Episodes : 3
Strictly Genteel : 6,5
Have I Offended Someone? : 6,5
Cheap Thrills : 5
Cucamonga : 5
Son of Cheep Thrills : 5
Zappa Picks by Jon Fishman of Phish : 5
Zappa Picks by Jon Fishman of Phish : 5

Playlist di brani selezionati di Frank Zappa

*Appendice*

Alcune raccolte notevoli:

Mothermania – 7,5
The **** of the Mothers – 7
The Mothers Of Invention – 7
The Old Masters Box One (7 LP) – 7,5
The Old Masters Box Two (8 CD) – 7,5
Strictly Genteel – 6,5
Have I Offended Someone? – 6,5

Live albums:

Just Another Band From LA – 7
Roxy & Elsewhere – 6,5
Zappa In New York – 6
Does Humor Belong in Music? – 6
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 1 – 5,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 2 – 6,5
Broadway The Hard Way – 7
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 3 – 6,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 4 – 6,5
Make a Jazz Noise Here – 7,5
The Best Band You Never Heard in Your Life – 6,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 5 – 5,5
You Can’t Do That on Stage Anymore, Vol. 6 – 6,5
The Yellow Shark – 5,5
Ahead Of Their Time – 6,5

Playlist di brani selezionati di Frank Zappa

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