Francesco Guccini – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Playlist di brani selezionati di Francesco Guccini

Lo stereotipo del cantautore italiano trova la quasi totale affermazione nella figura di Francesco Guccini, emiliano dedito ad un Folk impegnato sulla scia di Bob Dylan, attento da sempre all’aspetto politico e sociale delle sue canzoni.

Da sempre appare evidente il suo legame con la realtà quotidiana, terreno sul quale si ambientano i suoi affreschi dell’umanità. La sua musica è spesso incentrata sui messaggi dei testi, vero fulcro di tutta la sua opera. L’atteggiamento sempre critico con cui esprime le sue opinioni gli valgono anche un certo alone di “ribelle” e di “oppositore”, in buona parte legittimi.

I primi album racchiudono le basi del suo stile e del suo personaggio. Si tratta di raccolte di riflessioni sulla vita, sull’amore e sulla società che utilizzano musiche di stampo tradizionale, che pescano a piene mani dalla tradizione Folk ma che non disdegnano sprazzi di Folk/Rock e Jazz.

Auschwitz, la corrosiva Il Sociale e L’Antisociale, la malinconica In Morte Di SF ed il Blues di Statale 17 da Folk N.1 (1967) ed ancora il melodramma de Il Compleanno, la funerea confessione à la De Andrè di L’Albero Ed Io, la tragica parabola de L’Ubriaco e la politicizzata Primavera di Praga da Due Anni Dopo (1970) introducono le sue descrizioni attente e profonde, la sua avvolgente e calda tonalità vocale e la sua erre “arrotata”. Quello che forse grava sulla sua opera è la struttura musicale dell’accompagnamento, spesso poco distante dalla scarnezza e comunque priva di un carattere che le permetta di rifiutare il ruolo di sottofondo per i monologhi di Guccini.

Il terzo L’Isola Non Trovata (1971) contiene la riflessiva Asia e la più movimentata Il Tema, la radiofonica La Collina, la toccante L’Orizzonte di KD ed il quadretto quotidiano di Un Altro Giorno E’ Andato. In sostanza Guccini prosegue la sua missione senza apportare sostanziali modifiche alla sua formula, comunque maturata e saltuariamente attraversata da citazioni letterarie o rimandi culturali più o meno velati che innalzano il valore dei testi e coprono in parte alcune debolezze musicali, soprattutto lacune d’originalità.

Con una sorprendente forza artistica Guccini scrive il suo capolavoro quando pubblica Radici (1972). Musicalmente il cantautore è adesso supportato da una schiera di musicisti che finalmente danno un nuovo valore al suo Folk/Rock, prima fin troppo scarno. A livello di strutture, i brani si allungano e sono adesso permeati da una vibrante vena poetica, in parte distante dalle descrizioni quasi didascaliche che saltuariamente comparivano nei primi album. La carica emotiva dei brani è adesso travolgente e il senso di drammaticità diventa evidente in molti episodi, fino a far considerare accostamenti con le fosche diapositive di De André. L’ambiziosa Canzone Dei Dodici Mesi si propone come da titolo di passare in rassegna l’intero anno solare dedicando ad ogni mese versi poetici e citazioni letterarie al passo di un policromatico Folk/Rock affascinato dal Jazz, dal Pop e dal Blues. Il lamento cupo di Canzone Della Bambina Portoghese, che quasi si spegne nella parte centrale, porta fino al capolavoro dell’opera, quella Il Vecchio E Il Bambino che riassume forse il senso delle “radici” gucciniane, quel senso mesto del tempo che scorre e dell’attaccamento a quello che fu e che rimane perduto nel tempo, la certezza della morte e della fine che affligge e porta con sé una straziante malinconia. Il sospiro con cui si apre il brano mette in luce il monologo del cantautore fino all’angosciante crescendo ed alla conclusiva apertura, incapace però di cancellare il fosco senso di oppressione creato dalle chitarre rinsecchite e dalla voce profonda di Guccini. La soffusa atmosfera di Incontro anticipano gli otto lunghi minuti de La Locomotiva, altra vetta dell’opera. La forma musicale è minima ma trova forza nel suo ripetersi e nel marziale recitato che la impreziosisce per tutta la sua lunghezza, amplificando di fatto la canzone politico-sociale protagonista dei primi tre album. L’affresco cittadino di Piccola Città, descrizione delle piccole realtà provinciali, e la conclusiva Radici, oltre sette minuti non tutti imperdibili, concludono l’opera in modo comunque degno.

Radici rappresenta uno dei migliori album cantautorali della storia della musica italiana, accostabile ai capisaldi del genere anche a livello internazionale. Guccini si presenta come il Dylan italiano, capace di interpretare con forza e profondità il sentimento di una generazione intera.

Inizia, dopo il capolavoro di Radici, un periodo di preoccupante distaccamento dalla profondità analitica raggiunta, quasi come se Guccini volesse proporre per la sua figura un’aspetto meno intellettuale e riflessivo.

La successiva Opera Buffa (1973) raccoglie numeri da cabaret dove la musica passa in secondo piano. Guccini ironizza sulla sua immagine impegnata ma, nonostante sia apprezzabile l’autoironia, l’opera è poco più che un mediocre diversivo che di fatto non lascia episodi ricordevoli. Anche l’anno successivo, quello di Stanze Di Vita Quotidiana, presenta un cantautore che ha perso molta della sua ispirazione, quella forza espressiva che lo accompagnava in passato e che adesso latita nella Canzone Della Triste Rinuncia o nella Canzone Della Vita Quotidiana. L’atmosfera è molto più intimista e sembra trascurare i temi sociali, come nella comunque apprezzabile Canzone Delle Osterie Di Fuori Porta mentre sono quasi ingiustificati i nove minuti di Canzone Delle Situazioni Differenti. Si è soprattutto perduta la grinta delle trascinanti arringhe di un tempo, e la drammaticità che affiorava prepotentemente in alcuni episodi.

Via Paolo Fabbri 43 (1976) sembrò segnare un ritorno al repertorio maggiore. Torna la forza delle espressioni argute e taglienti in Canzone Di Notte N°2, affresco notturno per spunti esistenziali nella migliore tradizione di Guccini. La disillusa Canzone Quasi D’Amore, dissacrante ballata d’amore immersa nell’insopportabile miseria dell’esistenza, anticipa l’ispirata Il Pensionato, impreziosita da un afflato lirico che accompagna la voce impostata di Guccini in un’atmosfera da balera abbandonata. Tutta la forza della rabbia proletaria torna prepotente nella ritmica trascinante L’Avvelenata, incorniciata da uno dei testi più efficaci della tradizione Folk, una sequela di velenose affermazioni che aspramente commentano la sua stessa carriera e la carriera di tutti i cantautori impegnati e ribelli come lui, incapaci di cedere a compromessi. Si tratta di uno sfogo travolgente, accostabile forse a La Locomotiva, dalla quale si differenzia per la maggiore argomentazione e l’assenza totale di narrazione, concentrandosi L’Avvelenata esclusivamente da Guccini stesso e da questo trovare pretesto per commentare la realtà. Completano l’album il quadretto velatamente malinconico di Piccola Storia Ignobile e i lunghi otto minuti della title-track, colorata di Blues, Rock, Folk e Jazz.

Via Paolo Fabbri 43 non è un album impeccabile e non raggiunge i livelli di Radici ma restituisce a Guccini la sua forza espressiva. Un manciata di brani entrano di diritto nel suo canzoniere migliore e più ispirato, presentando un autore che sfrutta meglio la musica a fini espressivi rispetto al recente passato e fa perno ancora una volta sui testi ed i messaggi, la propensione alla differenziazione dalla massa ed anche la celebrazione della propria indipendenza.

Dopo due anni Guccini pubblica un nuovo album. Amerigo (1978) merita citazione soprattutto per la traccia eponima, uno sguardo ad un avo emigrante che ancora una volta consegna un Folk forte sia come messaggio politico-sociale che come trasporto emotivo. Si distingue anche Eskimo, uno dei suoi gioielli, ma il resto è spesso sfocato e autoderivativo (Mondo Nuovo).

Inizia con la fine del decennio una crisi profonda per il cantautore, che cerca di far evolvere la sua musica ed i suoi racconti, senza tuttavia raggiungere l’ispirazione di un tempo ma anzi procedendo spesso per album stanchi e scialbi dove latitano contenuti e mezzi.

Metropolis (1981) è dispersivo e verboso quando invece ha poco da comunicare. Guccini cerca di ammodernare la sua musica con scarsi risultati e finisce spesso per auto-citarsi o perdersi nei suoi stessi stereotipi. Forse Venezia è l’episodio più interessante. Anche Guccini (1983) è tremendamente a corto di idee, da tutti i punti di vista: un’opera vacua e spenta. Nel 1987 viene pubblicato Signora Bovary, un’opera musicalmente fra le sue più evolute e ricercate, venata di Jazz e di strutture discretamente fantasiose per i suo standard. Soprattutto la lunga dedica di Keaton, un’altra delle sue toccanti storie ed un viaggio nelle miserie dell’uomo e del suo morire lento, rinverdisce la forza dei tempi migliori. Fra gli altri episodi, un po’ altalenante spesso mediocri, anche Canzone Di Notte N°3 non delude. Quello Che Non (1990) continua a distinguersi per la musica più che per i testi, adesso generalmente poco ispirati ed urgenti. Ancora un soffice Jazz con sfumature Pop affiora in Canzone Per Anna ma l’opera è interessante soprattutto nell’efficace e malinconica Canzone Delle Domande Concrete, fra i vertici di tutta la sua carriera. La maggior parte della sua produzione continua comunque ad essere ignorabile.

In cinque album Guccini ha tentato di rinnovare la componente musicale per occultare forse la sua calante ispirazione ma lo sforzo non riesce a nascondere la minore caratura dei lavori post-’78. Per quanto le venature Jazz siano apprezzabili, non si può parlare di un elemento che cambi sostanzialmente il valore di brani spesso sfocati e deboli.

Parnassius Guccini (1993) contiene la canzone di protesta di Canzone Per Silvia ma soprattutto la dolce dedica di Farewell, retrospettiva sull’ingenuità giovanile e la volontà di vedere in un amore semplice una storia speciale. Samantha è un accorato Pop cantautorale ed un altro brano ricordevole dell’opera. Decisamente più debole si presenta D’Amore Di Morte E Di Altre Sciocchezze (1998) che dopo ben cinque anni di pausa presenta un Guccini pieno di stereotipi e di derivatività. Il Jazz swingante de Il Matto contiene forse gli spunti più interessanti ma per il resto c’è davvero poco da salvare in quest’album. L’arrivo del nuovo millennio viene salutato con Stagioni (2000), un album riflessivo e di nuovo attento ai testi. Le atmosfere sono malinconiche e tenui, quasi “senili”, come in Autunno e Primavera ’59. Le distanze dal banale però si assottigliano spesso fino a scomparire e nel complesso Guccini appare incapace di mettere a fuoco la sua abilità.

Ritratti (2004) è un disco cantautorale senza nessuna originalità ma non molto mestiere.

Col passare degli anni la forza espressiva degli album migliori sembra sempre più un ricordo relegato nel passato.

L’Ultima Thule (2012) è l’ultimo album di Francesco Guccini, ed è un album senile, pieno di una saggezza maturata negli anni di carriera e di vita. Il Guccini uomo e cantastorie si ritrova in una forma classica, fuori dal tempo, che non ha nulla di innovativo e sperimentale. Si tratta di un album che non aggiunge nulla all’evoluzione dei linguaggi musicali, ma c’è tutta la profondità della poetica gucciniana. Canzone Di Notte N.4 è pervasa di un alone di morte edi anzianità, è una fotografia malinconica e commovente. Ugualmente emozionante è L’Ultima Volta (una sorta di nuova Eskimo) ed il testamento della title-track: 5 minuti di fiera senilità, di debolezze del guerriero; 5 minuti per ricordare con nostalgia la lunghissima carriera di uno dei maestri del cantautorato italiano. Album malinconico ma mai patetico, L’Ultima Thule chiude dignitosamente una carriera che soffre se guardata dal punto di vista dell’originalità e dell’innovatività, ma che esprime coerenza, tenacia, perseveranza con una intensità eroica.

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Voti:

Folk N.1 – 6
Due Anni Dopo – 6
L’Isola Non Trovata – 5,5
Radici – 7,5
Opera Buffa – 4
Stanze Di Vita Quotidiana – 5
Via Paolo Fabbri 43 – 6,5
Amerigo – 5
Album Concerto – 6
Metropolis – 4
Guccini – 3
Signora Bovary – 4
Quello Che Non – 4,5
Parnassius Guccini – 4,5
D’amore di morte e di altre sciocchezze – 3,5
Stagioni – 3,5
Ritratti – 3,5
L’Ultima Thule – 5

Playlist di brani selezionati di Francesco Guccini

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