Faust’O – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

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Fausto Rossi, in arte Faust’O, è stato uno dei massimi esponenti della New Wave italiana.

Principiando la propria carriera con Suicidio (1978) egli si propone come una figura ambigua, al limite fra ironia, critica sociale ed esibizionismo Glam. Ripescando dalla New Wave, soprattutto David Bowie, ed i Joy Division, l’opera può vantare la title-track, inno gelido e cinico quanto disilluso, ma anche Godi, contro il perbenismo sessuale, e C’è Un Posto Caldo, tutti brani che forzano di molto soprattutto sulle tematiche poco comuni e sulla ricerca di una musica personale dal respiro internazionale. I risultati, a tratti scadenti e poco equilibrati, sfocati e poco incisivi, intaccano però la qualità di questo esordio.

Poco Zucchero (1979) rimane vicino al primo album riguardo allo stile complessivo, ma perde parte dell’ironia per calarsi in un clima più cupo, depresso e nebbioso. Funerale A Praga vede in primo piano un sax ma l’album è venato di sintetizzatori e di una devastazione sentimentale palpabile. Oh! Oh! Oh! e Il Lungo Addio sono così momenti valevoli, che portano in una sorta di Dark Wave disincantata, guidata da una musica sottilmente funerea e da una disperazione palpabile.

J’accuse… Amore Mio (1980) segna una decisiva maturazione. I coevi Litfiba potrebbero invidiare Piccole Anime, un inno incalzante e nevrotico degno del respiro internazionale. Non è da meno la surreale Retroattività, un balletto meccanico, o ancora Disaster che sembra una versione nevrastenica di Rino Gaetano. Buon Anno è ormai pienamente nel centro della claustrofobia urbana, un incubo Dark Wave degno dei Diaframma o, ancora di più, dei Joy Division, ma con certi sperimentalismi alla Roxy Music. Non Mi Pettino Mai è la fotografia di questa tensione schizofrenica che Rossi mostra soprattutto con un cantato irrequieto. Finalmente capace di mettere a frutto tutte le intuizioni che portano ad uno stile personale, Rossi coniuga un cantato malinconico, angosciante e cupo ad una veste musicale che, pur rimanendo non troppo distante dai canoni della Dark Wave internazionale riesce a far valere spunti personali e mix interessanti. Probabilmente è lui il padre della scena New Wave italiana che nascerà al principio degli anni ’80.

Out Now (1982) si presenta sorprendentemente come un album totalmente strumentale, dove le voci appaiono semmai riverberate e distanti, come elementi di contorno. Rossi ha elaborato una Dark Wave cupa, triste e drammatica che giunge al suo meglio in The Sound Of My Walls, seppure anche la conclusiva Amedeo’s è un affresco metropolitano desolante.

Faust’O (1983) è destinato a rimanere il suo capolavoro, il momento di equilibrio della maturità musicale. Dopo degli esordi irrequieti ed a tratti sfocati, Rossi riesce finalmente a giungere ad una musica dal respiro internazionale, che presenta arrangiamenti intriganti, una veste musicale Dark Wave sufficientemente originale e personale ed un buon canzoniere, con pochi momenti deboli. Il disco è elegante ma non meno drammatico e tragico, tanto che il nichilismo è freddo, disilluso e sofferto, come una versione oscura di Battiato. E Poi Non Voltarti Mai e Jeraldine sono così confessioni che vivono di batterie pulsanti, bassi profondi, sintetizzatori spettrali. Ogni Fuoco è una versione anemica dei Diaframma di Siberia così come Ch’an Cha Cha prova una musica latina malinconica e disperata, una malegria devastante per l’animo mentre le percussioni alimentano una danza che manca di serenità. Si giunge al lamento in Stracci Alle Fiamme, un altro momento di trionfo di una sezione ritmica ossessiva e deprimente. Cinque Strade è scheletrica, un Funk catacombale, disturbato dai sintetizzatori e minacciato dal silenzio della morte. Il capolavoro della sua carriera ed uno dei capolavori della New Wave italiana è però We Turn Away, un giro di basso ed un battere ossessivo dove Rossi snocciola una triste e malinconica confessione decadente con folate di sintetizzatori e sbuffi rumorosi, in un clima teso, nervoso, mortifero, cupo. La desolazione attraversa dolorosamente Alien, ancora caratterizzata da un ritmo possente distrutto da archi singhiozzanti ed un cantato sempre più deformato, disperato, sempre più fantasma invece che uomo. Certo si avvertono i richiami della Dark Wave ma Rossi apporta una forte caratterizzazione personale ai brani, come si può sentire in Rip Van Winkle, per nenia mongola ed echi religiosi. Questa Dark Wave è priva di energia e mischia un intento sotterraneo ballabile ad una devastazione da spleen, generando una danza macabra, gelida, che diventa nel contesto quasi meccanica, robotica e quindi arida di emozioni, vuota, empia. Operando esercizi di straniamento della musica tramite elementi personali (testi in più lingue, canti mongoli, voci filtrate, frasi visionarie, strutture a tratti scheletriche ed essenziali che facciano avvertire un silenzio incombente) Rossi ha così costruito un’opera affascinante, degna di stare al fianco dei migliori album di Dark Wave del periodo, rinunciando al titolo di capolavoro solo per quella non invasiva ma comunque avvertibile derivatività verso i padrini del genere (qui soprattutto i Joy Division riecheggiano frequentemente).

Love Story (1985) è un album ancora più coraggioso e decisamente più ostico, nonostante la semplicità non sia mai stata una caratteristica preponderante di Rossi. Tutto in lingua inglese, l’album riduce gli arrangiamenti, dilata la musica e risulta un terribile manifesto di desolazione, misantropia ed empietà. Two Walls, Overtones e Big Beat, quest’ultima con la possente base ritmica, sono momenti di vivida devastazione emotiva. L’album risulta un po’ ripetitivo ed eccessivamente omogeneo ma sicuramente mantiene una cifra stilistica personale, vicina forse a certi Joy Division (di nuovo).

Cambiano Le Cose (1992) ha un titolo profetico, visti anche i sette anni di distanza dall’album precedente. Più aristocratico ed elegante, vicino molto di più a certe pose di Battiato, è un album più affascinato dalla melodia, nonostante questa continui ad essere interpretata in modo personale e stravagante, ma non è un album meno coraggioso e sperimentale. Guarda L’Autunno sarebbe un brano normale se fosse spogliato degli echi, del vuoto incombente, dei fischi lievi, del cantato apatico. Il Fiore A Cui Pensavo integra elementi di Ambient malata, così come la tetra Lacrime, uno dei suoi capolavori, con un recitato da moribondo su suoni sparuti ed ectoplasmatici. In questi luoghi di desolazione e buio eterno vivono anche Il Cielo Si Trasforma, Stardust ed il finale Dark Ambient di Otropuldo. L’album, coraggioso e forse il più personale e meno derivativo di tutta la carriera, soffre solo una certa omogeneità e di qualche episodio minore (Morbide Macchine su tutte) ma si pone all’avanguardia della musica italiana.

L’Erba (1995) è più vicino ad un Rock canonico, seppure la dilatazione e la desolazione rimangano cifre stilistiche più che evidenti ed il carisma di Rossi sia ormai capace di dominare una fusione musicale che ha caratteristiche di unicità. La title-track è uno dei brani più vicini al Pop/Rock degli ultimi album ma Solo Un Respiro affoga in una mistica Ambient soffusa con un finale arabeggiante. Una vibrante sensazione d’apocalisse imminente trionfa nella splendida Perché Il Mio Amore, degna del migliore Giorgio Canali. Rossi canta come un moribondo che trema sentendosi la morte vicina, come in Troppe Canzoni, vicina ad una estetica praticamente Post-Rock, seppure la commistione di varie ispirazioni sia ormai personale e matura. La notevole Chiudi Gli Occhi è una triste e sconsolata riflessione sull’amore, con ritmi inquieti, echi orientali, chitarre spettrali. Brani come Il Vuoto Davvero soffrono magari il peso del tempo, ma sono degni dell’album del 1983.

Lost And Found (1996) è un live album che raccoglie nuove composizioni e brani rivisitati, ma lascia poco dopo l’ascolto che Rossi non abbia già detto nelle sue opere precedenti.

Exit (1997) gravita in un Post-Rock desolato che è molto vicino a quello che farà Canali nella sua carriera solista. Exit è così una commovente disamina disillusa, una ballata sofferta e tragica, intensa e grondante dolore su un tappeto di chitarre distorte. Mostri diventa persino violenta, richiamando i Sonic Youth. Cambiata la veste musicale, rimane un clima asfissiante, disperatissimo che pervade completamente il Post-Rock dalle strutture caracollanti di Strani Pensieri. La componente musicale che questa volta viene prosciugata è uno sgangherato Blues/Rock, straniato però fino a diventare un sottofondo onirico come in Tutto E’ Possibile. Il lungo spoken-word di Blues ricorda gli esperimenti di Henry Rollins. L’album, emotivamente devastato e musicalmente capace di piegare il Blues/Rock ed il Rock ai bisogni di una poetica estremamente decadente, soffre di qualche prolissità ma conferma la statura di un artista di grande pregio nel panorama italiano, capace di avere voce in capitolo anche nel panorama internazionale come fautore di una musica che, soprattutto dal 1983 in poi, si è dimostrata particolare e sufficientemente personale (con le dovute specifiche considerazioni dei vari casi).

Becoming Visible (2009) è un album di ritorno sulle scene estremamente deludente, che riduce ogni eccentricità e ricorda semmai le melodie dei Beatles ed il Folk di Dylan prima della svolta elettrica. Solo la capacità interpretativa sorregge questi brani acustici, quasi sempre banali anche nella loro tristezza e nella loro intimità intense.

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Voti:

Suicidio – 6
Poco Zucchero – 6
J’accuse, Amore Mio – 7
Out Now – 6,5
Faust’O – 7
Love Story – 7
Cambiano Le Cose – 7
L’Erba – 7
Lost And Found – 6
Exit – 6,5
Becoming Visible – 4

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7 pensieri su “Faust’O – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

  1. flw 14 ha detto:

    l’omonimo è tra i dischi più belli che siano usciti in italia,di una bellezza disarmante,il meglio che si possa trovare in quel periodo considerando gli standard della scena nostrana,fino a un pò di tempo fa pensavo che la dark wave in italia non avesse molto da dire nonostante la presenza nel calderone dark wave di esponenti di tutto rispetto,grazie a questo artista mi sono dovuto ricredere,non si è mai abbastanza ferrati per conoscere a fondo certe scene musicali..

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  2. Peccato che lui sia molto trascurato, mentre altri nomi, come Litifba e Diaframma, sono idolatrati come divinità terrestri o quasi. Penso che Fausto Rossi abbia non solo poco da invidiare a quelle due band, ma anzi che siano loro a dover invidiare qualcosa a lui. Commovente e capace di non scadere mai nel ridicolo, è stato anche per me una sorpresa. 🙂 Grazie del commento.

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  3. ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo… io di Faust’o ho ascolto soltanto “Suicidio”, l’album d’esordio, e devo dire che l’ho trovato a tratti addirittura geniale(per esempio nei testi)e musicalmente molto fresco… è un peccato che sia stato tanto trascurato.

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  4. Grazie, è un video interessante! Effettivamente sembra un artista che non ha mai trovato un posto nell’immaginario collettivo come avrebbe meritato. Eppure la portata emotiva di molti suoi brani è travolgente, capace, almeno potenzialmente, di emozionare molti più di quei pochi che se lo ricordano al giorno d’oggi.

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