Faust – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

faust_02

Ascolta subito le migliori canzoni dei Faust

I tedeschi Faust sono stati fra i massimi innovatori della Storia del Rock, capaci di spingere questa musica oltre le intuizioni zappiane, oltre il collage dadaista che con loro trova un punto di contatto con l’ascesi poetico/filosofica ed il rumorismo/tribalismo/ancestralismo del Rock psichedelico ed in particolare dei migliori Velvet Underground.

Il loro esordio si impone come uno dei massimi capolavori della Musica del ‘900. Faust (1971) si divide sostanzialmente in due lunghe suite con una ouverture. Una nebulosa di rumori e stridii introduce l’opera, anticipando le distorsioni di feedback che apriranno migliaia di album successivi, ma in questo caso la nebulosa fa intravedere i frammenti della musica popolare (Beatles e Rolling Stones) che vengono ridotti a frammenti di introduzione ad un pianoforte malinconico che evolve subito in una fanfara risucchiata poi da voci distorte e spettri terrorizzanti, come se un buco nero si fosse aperto e facesse capolino nella musica saltuariamente. Non c’è un mood preciso in questa musica ma l’insieme di Jazz, Rock, Blues, psichedelia, rumorismo e collage è concluso degnamente da un’estasi canora che suona come una preghiera disperata, un disperato ed accorato canto malinconico di uomini perduti nello spazio (mentale o materiale vedete voi). Dopo quasi sette minuti il buco nero risucchia tutto fra fischi apocalittici ed echi eterni, fra rintocchi di campanellini e silenzio ed in questo mondo senza vita risorge a tratti la musica gioiosa di poco prima, ma infettata dei getti radioattivi, degli strati di silenzio ammorbanti, fino alla definitiva discesa nel silenzio: si chiude così Why Don’t You Eat Carrots?, il primo di tre “brani” ma in realtà la prima parte della suite Why Don’t You Eat Carrots?/Meadow Meal. Cigolii di altalene disperate, rumori industriali, tintinnii, melodie malinconiche aprono Meadow Meal, che sembra presentarsi come un pianto assoluto ed eterno, una tempesta radioattiva da dove sorgono emozioni purissime e commoventi. Quando dopo tre minuti circa gli ubriachi intonano il loro canto smebra di stare nello spazio cosmico o nel vuoto delle menti disperate, sembra di affogare possentemente in una poetica totale che assorbe l’intera disillusione dell’umanità. Dopo il tutto si ritrasforma in una zappiana giostra di collage, ma i Faust non si limitano certo al ruolo di epigoni: il loro collage non solo si spinge oltre le idee del maestro, integrando nuovi elementi soprattutto sul fronte cacofonico, ma la massima arte dei Faust si rivela nel far affiorare da questi frammenti caotici un senso di poetica profondissimo, come se da questo scherzoso luna park non potesse che affiorare un senso di tristezza, di abbandono, di dolore e di assoluto. I suoni eterni che giungono dopo sei minuti abbondanti dimostrano proprio come questa musica sia una musica che voglia tendere all’assoluto, che nasconda fra le pieghe dei collage e dei cambi repentini una maschera sotto la quale si nasconde un più tragico significato: i Faust sembrano mostrare come, oltre la psichedelia, oltre la fantasia, oltre la poesia, oltre la distrazione, il divertimento e la confusione non possa che affiorare nell’uomo la coscienza del vuoto, la coscienza dell’immensità insondabile dell’eterno e di conseguenza la necessità di sottrarsi a questo pur rimanendone affascinati. Dalle pieghe di questa musica che pure porta ai massimi livelli la psichedelia, la sperimentazione tedesca dei Neu e dei Kraftwerk, l’idea di collage di Zappa; dalle pieghe di questa musica scaturisce una poesia delicata, una poesia di fragilità, una poesia che ammira e impaurisce dinanzi all’universo ed alla vita. Nonostante l’aspetto ostico e terribile (che rappresenta la paura, lo sconforto, la disperazione) questa musica è profondamente emotiva, persino commovente. Cosa ancora più importante è commovente in un modo estraneo alle altre musiche, è un nuovo tipo di musica commovente oltre che un nuovo tipo di musica Rock.

La seconda suite-capolavoro è Miss Fortune, brano che potrebbe essere considerato il massimo capolavoro del Rock. Il battere ipnotico di derivazione Kraftwerk/Neu inizia l’epopea fra chitarra psichedelica e muri distorti, una delle più geniali contaminazioni fra avanguardia tedesca, Jazz/Rock e Psichedelia che siano mai state ideate. La tempesta si placa dopo quasi cinque minuti, la struttura collassa fra distorsioni ed estasi di batteria e rimane, di nuovo, solo il silenzio. Quando la struttura cade, il divertimento sfuma, simbolicamente non può che risorgere l’emozione, la fragilità ed il senso d’immensità e di infinito dentro il quale l’uomo si sente perduto. Solo dopo sette minuti abbondanti una lontana preghiera affiora nel silenzio, una preghiera disperata ed ubriaca, un pianto che si tramuta in uno strano valzer ferito dal sintetizzatore: la preghiera, disordinata e zoppicante, si pone idealmente fra la gag comica e la pietosità, fra la compassione e la risata clownesca. Di nuovo l’uomo con la sua povera preghiera all’immensità, viene risucchiato in una tempesta di distorsioni, di sintetizzatori, di chitarre, di percussioni tribali e poi ancora fra borbottii delle tastiere, piatti che scrosciano, riaffiora un silenzio etereo dal quale sorgono mostri comico/tragici, ruggiti e cigolii, voci accelerate distorte, urla/pianti, campanellini e collage pazzoidi, pianoforti di altre dimensioni. Un delirio di disorientamento e la musica più “totale” che il Rock abbia mai partorito. Pur non considerando il messaggio intrinseco in questa musica ostica, si deve tene conto dello spettro sonoro immenso che i Faust mettono in campo, qualcosa che riassume l’avanguardia Rock tedesca e americana inventando una nuova avanguardia totale, tribale, psichedelica, collagistica, poetica, filosofica. La musica dei Faust è per certi versi anche il punto di non ritorno della Psichedelia, in quanto rappresenta lo stato alterato e lisergico con l’abilità di un Barrett che è però in grado di fagocitare decine di stili musicali, ampliando così lo spettro sonoro/percettivo a livelli impensabili. Questa musica, ad ogni modo, è solo per semplicità una musica da considerarsi casuale: il messaggio che nasconde, fra le allucinazioni, le metafore e le anarchie, è fondamentalmente un messaggio poetico di caducità dell’esistenza umana. Si è già parlato della sensazione dell’uomo dinanzi all’immensità ma in realtà è la parte finale di Miss Fortune ad indicare l’interpretazione. In una atmosfera dimessa due uomini recitano una fiaba medievale alternandosi nella pronuncia delle parole e regalando uno dei momenti di poesia più alti della storia del Rock. Dinanzi alla coscienza della pochezza dell’uomo nell’universo, dinanzi alla sua disperazione ed alla sua debolezza, l’uomo non può che sentirsi impotente, non può che essere risucchiato in volute cosmiche, in rumori ed in ipnosi artificiali, non può che rifugiarsi nel divertimento effimero e nella distrazione; ma questo non riesce a far dimenticare all’uomo la sua natura, la sua intrinseca incapacità di comprendere l’immensità del tutto. Siamo così deboli e così incapaci di capire che le uniche parole possibili sono parole di dubbio e di incertezza: “are we supposed to be or not to be?” […] “and at the end realise that nobody knows if it really happened”.

I Faust trascendono la logica dei testi della musica Rock e regalano in chiusura parole di una poetica commovente e profonda, chiave di lettura dell’intera opera e della loro stessa musica. Il testo di Mis Fortune diventa così uno dei testi più importanti della storia del Rock perché è la chiave di lettura di una delle opere più importanti di sempre per questa musica. Se Dylan ha permesso al Rock di acquistare un nuovo spessore artistico/letterario, se i Velvet Underground sono stati capaci di emanciparlo dagli altri generi musicali ed ampliarne a dismisura le potenzialità sonore e comunicative, se i Pink Floyd ne hanno fatto una colonna sonora di viaggi spaziali, sei i King Crimson ne hanno fatto scaturire una musica capace di riassumere gli stili di Jazz e Classica, se i grandi del Rock hanno ampliato le potenzialità comunicative e sonore di questa musica tanto da renderla artisticamente capace di confrontarsi con le altre Arti del ‘900, allora i Faust hanno saputo fare tesoro di queste idee ed hanno creato una musica che stilisticamente riassume una serie sconfinata di generi (valzer, ballata, preghiera, Rock, Blues, avanguardia, tribalismo, rumorismo, collage, Folk, Progressive, Psichedelia ecc ecc) e che contenutisticamente diventa una musica assoluta, che tratta dell’immensità e dell’infinito, comprendo inoltre uno spettro emotivo invidiabile dalla maggior parte degli artisti Rock (dalla malinconia, allo stupore, alla felicità, all’introspezione; dal filosofo al poeta, dal giullare al prete, dallo psicopatico all’illuminato).

Il secondo album So Far (1972) attenua di molto la potenza delle loro idee ma non manca di regalare alcuni grandi momenti di musica. Il ritmo ipnotico di It’s A Rainy Day, Sunshine Girl sembra una versione antesignana dei Residents (A Tratti dei CSI riprenderà l’idea della base ipnotica). No Harm, più di dieci minuti di durata, è un mix di rumorismo, Jazz/Rock e tribalismo, cantato sguaiato ma dura qualche minuto più di quanto l’ispirazione lo concedesse. Mamie Is Blueè un altro dei loro capolavori, una catacomba elettrica per clima truce e cantato spiritato che fa dei Black Sabbath un gruppo di avanguardia. Zappa sarebbe fiero dei Faust se ascoltasse I’ve Got My Car And My TV e Picnic On A Frozen River. In sostanza l’opera seconda è un paio di ordini di grandezza inferiore al primo, inarrivabile (?), esordio, ma i Faust, nonostante qualche lungaggine e qualche momento poco ispirato, dimostrano comunque una dignità artistica non trascurabile.

Tapes (1973) raccoglie 26 frammenti sonori che dimostrano la dispersiva ma ancora feconda vena artistica della formazione. Gli esercizi con voce, batteria e sax saranno il punto di partenza dei Pere Ubu, i frammenti di pianoforte rinverdiscono le atmosfere malinconiche dell’esordio, avvicinandosi ancora prepotentemente, molto più prepotentemente alla lezione di Barrett. I King Crimson hanno ispirato il Jazz/Rock acrobatico di J’ai Mal Aux Dents, Untitled I però affoga nell’astrattismo totale, nel rumorismo e nel collage avanguardistico prima di rigettarsi in un clima zappiano con Arnulf And Zappi On Drums. Apoteosi sintetica per Dr.Schwitters Intro e vuoto spettrale per Untitled II e Untitled III, altri due momenti in cui la band mostra tutta la propria vena anarchica. Dr.Schwitters Snippet, commovente danza sintetica, segna un momento in cui l’album si fa dispersivo, salvo poi regalare un’altra commovente melodia cosmica ed ubriaca in Untitled IV. Il trittitoc di Rudolf, in tre parti, riprta strati e strati di sintetizzatori, melodie malinconiche di pianoforte e dualismi uomo/universo in primo piano; ancora più interessante è la parte III che di fatto anticipa di tre lustri la logica della Techno (battere ossessivo, rumori “glitch”, ripetizione imperante). L’album, sicuramente dispersivo, semina comunque un numero considerevole di idee, alcune delle quali passano in sordina ma nascondono idee affascinanti, possenti ed alcune persino rivoluzionarie (Rudolf III, che supra di gran lunga gli esperimenti di Neu e Kraftwerk a riguardo). Il finale, di nuovo la parte più chiara e comprensibile, replica con qualche differenza la struttura dell’esordio, capolavoro del quale questo Tapes sembra una versione meno organica e meno innovativa, ma anche meno ostica e più facilmente godibile dal grande pubblico (le vendite, infatti, supereranno di molto quelle degli album precedenti, rimanendo comunque modestissime).

Faust IV (1973) ritorna però ad uno splendore molto più consistente. Krautrock, brano di apertura ed uno dei brani più importanti del Rock tedesco e del Rock settantiano, è un manifesto programmatico di una musica comisca angosciante e profonda, la versione eterea e filosofica di Sister Ray: un tappeto di fischi, un ritmo pulsante infinito ed un alone drammatico da apocalisse imminente sono le coordinate per undici minuti di Rock per sintetizzatori e catastrofe, immerso in una eternità drammatica affogata in spazi sconfinati. La divertente The Sad Skinhead, un Jazz/Rock rumoroso e cacofonico, anticipa la molto più funerea Jennifer, un capolavoro assoluto, una delle “ballate” più atipiche di sempre ed un nuovo livello di commozione emotiva per i già alti standard dei Faust: su un tappeto di sintetizzatori distanti, le pulsazioni cosmiche ed un cantato anemico si sviluppa una preghiera disperata; dopo quattro minuti e mezzo l’immenso universo però risucchia tutto quanto in un gorgo cosmico. Just A Second (Starts Like That!) parte nuovamente da Zappa, lo ibrida con i Kraftwerk e poi lo bombarda di radiazioni, spettri, catastrofi sonore. Picnic On A Frozen River, Deuxieme Tableux è persino vivace, in questo clima cupo e tragico, ed in quasi otto minuti costruisce una splendida pagina di Rock progressivo, acrobatico e multiforme, jazzato, elettronico e vivacissimo. Giggy Smile, delicata musica sulla scia dei Gong, è dolce e sognante mentre Lauft, giusto per non abbassare il livello di innovatività, anticipa l’Ambient generandola da una rarefazione sommessa ed impercettibile, una non-musica immobile con un crescendo centrale a fare da unico punto di riferimento. It’s a Bit of a Pain chiude nel modo più surreale possibile con un dialogo sulla peluria della razza umana in svedese mentre una chitarra/sintetizzatore si prodiga in rumori screziati ed un rintoccare di pianoforte crea un substrato malinconico. La fantasia della formazione, pure non supportata dalla potenza poetica e filosofica dell’esordio, rimane impressionante.

Dopo quest’album i Faust non riusciranno mai più a replicare nemmeno minimamente la magia degli esordi, diventando una formazione spesso mediocre, dispersiva e priva delle idee originali ed innovative che hanno guidato i loro primi quattro album (e due capolavori). The Last LP: Faust Party No. 3, 1971-1972 (1988) e Munich and Elsewhere (1986) raccolgono materiale in due compilation poi riassunte, più o meno precisamente, su 71 Minutes Of Faust (1996), una sorta di selezione dei loro brani meno ostici, trascurando praticamente tutti i capolavori maggiori della discografia.

Rien (1995) vede i maestri del Rock tedesco tornare finalmente in studio con un risultato che, seppure incapace di rinverdire il glorioso passato, non affossa la formazione. Il gorgo di distorsioni Industrial che apre l’album, l’angosciante title-track, il soffuso ambiente mortifero di Long Distance Calls In The Desert ed ancora la suite in due parti Eroberung der Stille si divide in un Tier I di collage rumorista/anarcoide/totale ed in una seconda di scampoli di Classica e di musica da film. Il problema maggiore di questa musica è che, a differenza degli esordi, in particolare del primo splendido album, questa musica non ha un significato trascendentale/metafisico/filosofico, è musica angosciante o, ancora peggio, senza un preciso messaggio, come i 15 minuti di Listen To The Fish. Il suono, ridotto spesso ad un gorgo di rumori e distorsioni, non restituisce la componente poetica, filosofica e metafisica del sound dei Faust migliori, ma solo il divertito gioco intellettuale/elitario di un gruppo di avanguardisti che sperimentano.

You Know FaUSt (1997) mostra una formazione più ispirata, tesa verso un uso calibrato di suoni e rumori, di melodie malinconiche e di radiazioni sonore. La danza robotico-tribale di Hurricane anticipa la malinconia profonda di C Pluus-Pause, fra i Kraftwerk degli esordi e droni industriali, mentre i fiati disperati intonano una melodia alla Blach Heart Procession. Le chitarre sopraggiungono prima in Iron e poi in Sixty Sixty ma tutto viene assorbito nel gorgo sonoro di Winds, fino a cadere nel temuto silenzio degli esordi. Liebeswehen, un’apocalisse ritmica, è un’estasi percussiva e psichedelica che rappresenta uno degli apici dell’album assieme a Na Sowas. Quest’ultima, ancora più tribale e martellante, ancora più frenetica, rituale e viscerale, oltre 14 minuti di riti vodoo/industriali e gorghi sonici ai limiti del silenzio, seguendo le solite leggi dicotomiche, si apre in un caos assordante e violentissimo che sfuma dopo 4 minuti circa, diventa un inquietante Blues spaziale distortissimo e poi si adagia in una quiete turbata da rumori “glitch”. Fra questi brani maggiori, che innalzano l’opera, ci si perde spesso anche in schegge che frammentano il flusso sonoro senza una precisa intenzione, accatastando idee sperimentali ma spiccando infine solo per varietà timbrica ed abilità inventiva. Il finale, dissacrante, è Teutonen Tango, un improbabile ballabile sgangherato che sembra la Kosmiche music suonata dal genio più demenziale di Zappa. Nel 1997 i Faust dimostrano ancora una forma invidiabile per una band con così tanto passato sulle spalle.

Le improvvisazioni di Faust Wakes Nosferatu (1998) sono materiale minore, raffazzonato e latitante in quanto a buone idee: troppa massa per troppa poca sostanza, così che di 72 minuti ne vale ascoltarne forse 30.

Ravvivando (1999) riprende la via di You Know FaUSt, pur dimostrandosi meno denso di idee e più dispersivo, oltre che, come ormai da tempo, privo di un significato filosofico e profondo come nella prima parte della carriera. Wir Brauchen Dich No. 6 (7 minuti abbondanti di Industrial/Noise ipnotico) , Four Plus Seven Means Eleven (sette minuti di Musica Cosmica per fischi e battiti tribali) e la tragica Du Weißt Schon si alternano ai motorik alla Kraftwerk ed alla Neu di T-Electronique e Apokalypse (ma la prima vale più della seconda).In fondo, però, l’album poteva durare anche una ventina di minuti in meno, condensando al meglio le idee migliori.

Derbe Respect, Alder (2004) è una collaborazione con i Dalek. La tormentata Imagine What We Started e l’asfittica Bullet Need Violence sono i momenti maggiori ma fondamentalmente sembra di sentire i Faust remizati dai Dalek, senza che nessuna delle due personalità riesca a mostrare il meglio.

C’est Com Com Complique (2009) ritorna dopo una collaborazione con i Nurse With Wound a dimostrare che i faust hanno ancora qualcosa da dire, nonostante le buone idee non abbondino come una volta e l’originalità non sia poi così rivoluzionaria. L’ipnotica Kundalini Tremolos e la tenebrosa deriva Blues di Ce Chemin Est Le Bon (la prima nove, la seconda oltre 7 minuti) sono i momenti migliori dell’album assieme a Lass Mich, ma la title-track ha tutto il tempo di diventare poco interessante in 13 minuti abbondanti ed i restanti brani sono poco più che abbozzi. Resta che i Faust, dopo quasi quarant’anni dall’esordio, non suonano antiquati quanto ci si aspetterebbe.

.

.

.

Voti:

Faust – 9,5
So Far – 7
Tapes – 6,5
Faust IV – 8,5
Rien – 5
71 Minutes – 6
You Know FaUSt – 7
Faust Wakes Nosferatu – 5
Ravvivando – 6
Derbe Respect, Alder – 5,5
C’est Com Com Complique – 5,5

Ascolta subito le migliori canzoni dei Faust

Annunci

2 pensieri su “Faust – Biografia, recensioni, discografia, foto, playlist

Mi fa piacere leggere i vostri commenti!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...